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domenica 30 dicembre 2018

Buon anno a tutti!

Si contano le ore, a una e a due, per arrivare all'ultimo di questo anno in corsa pazza, col fiato mozzo, in un rincorrersi di notizie brutte e bruttissime. Un anno, forse, da mettere in soffitta senza troppo pensarci su tra il Ponte Morandi, i terremoti, le stragi in discoteca e i tanti morti ammazzati che hanno colorato di sangue il Belpaese. Il mio augurio, eh già, è che il prossimo anno non sia come questo, che rechi tra i capelli un mazzolino di margherite e di rose, che stringa tra le braccia infanti la speranza che, come si sa, è l'ultima dea de vaso di Pandora, e una delle tre virtù teologali. In verde speranza, dunque - tinte le labbra di carminio, nei capelli il profumo delle rose  - auguro a tutti un anno più felice di quello appena trascorso, un anno di ciclamini e nontiscordardime, che sappia consolar gli afflitti e, speranzoso, ridonar speranza. Buon anno!

mercoledì 26 dicembre 2018

Dopopranzo a Ficarolo

C'è, nella bassa padana, lì dove il Po crea un'anta che bagna di nebbia la pianura, un piccolo paese che è tutto quanto nella sua piazza rettangolare e molto felliniana, nella Chiesa bella intitolata a Sant'Antonino, nel campanile pendente che è, a modo suo, una piccola torre di Pisa veneta; c'è, dicevo, un paesino di nome Ficarolo che, nella geografia della mia esistenza, non sarebbe entrato mai se non per le alchimie misteriose della Provvidenza che cuce i passi umani alla volontà divina sua.
Ed eccomi, infatti, a Ficarolo, in una nebbiosa mattina di dicembre, in un casolare antico dove vive una famiglia antica, piena di bambini e zie e zii e nonni fino a non saper dove metterli. Nella tavolata grande loro, l'Italia fiorita di una volta che era, un poco, anche quella della famiglia mia. Salsicce, pastasciutta e verdure vanno e vengono come vanno e vengono a turno i commensali: prima le bambine piccole tornate dalla materna, poi le grandi dalle medie, gli uomini dalla campagna, le mogli dai negozi e dalle case intorno. Arde la brace nel camino e il profumo di carne arrosto riempie le stanze al pianoterra e il cuore, mentre Giannina, per sciarpa un metro giallo, insegna a me a prender dal cartamodello il figurino per un vestito rosa che verrà. Intanto la gatta Minnella, bianca e d'argento, ebbra di fuoco e di calore, pisola sul sofà e, se disturbata dalla bambina Alice, che la vuole in braccio, lunga sul petto, lasciando pendole le zampe dietro e davanti, tira fuori le unghie e fa il muso feroce perché anche lei non vuole disturbare il caldo dopopranzo di una antica famiglia italiana...

martedì 25 dicembre 2018

Buon Natale!

Tremula la nebbia pare stendere un lenzuolo di seta sui tetti delle case che dormono nel quieto dopopranzo del Natale. Io, come sempre lontana da casa mia e dalla famiglia mia - che poco o nulla  è famiglia oramai - me ne sto qui a Padova e contando a ritroso mi accorgo, con sgomento, che sono oramai più di vent'anni che mi ritrovo qui, come parte di qualcosa che nel profondo non mi appartiene, che spendo qui le ore e i giorni nel pensiero che sempre mi accompagna di fiamma, nascosto nel cuore. Tenendolo nascosto, in guardia, evvia.
E quando sono qui mi mancano le mie piccole, discrete quotidianità, il mio armadio ordinato oppure no, il caffè della mattina presto quando il cielo è ancora scuro e la cortina del giorno ancora non si è alzata e il sole non si vede ancora dalla finestra della mia bella cucina; mi manca la mia corsa verso Santa Caterina quando tutti ancora dormono e io no, mi manca la mia macchina da cucire e il sogno tra le dita che nutro ancora nonostante tutte le avversità. Mi manca il mio bagno caldo con la spuma profumata e il talco poi, al sapore di rosa... Sia come sia, sono qui e qui a Padova faccio quel che posso per ritrovarmi. E da qui, da queste pagine senza pagine che non hanno né un dove né un quando e sono nebbia anche loro, a modo loro, mando a tutti i miei pochi lettori il mio augurio di Buon Natale che è buona Rinascita nel Mistero che si rinnova, sotto le stelle di un cielo silente che tutto abbraccia nel suo nascosto amore: Buon Natale

venerdì 7 dicembre 2018

Un grillo al mercatino


Cuori angelici
Qualche tempo fa, più o meno l'altro ieri, sono usciti su tutti i giornali i dati del Censis che raccontano un'Italia incattivita e impoverita, un'Italia dove il vento del nuovo al governo non ha donato il respiro della pace. Ebbene, questa mattina, al mercatino del Car Boot market, ai piedi allegri del Testaccio, io, quell'Italia lì, piena di timore, incapace di sorriso, amara, agra, incollerita e triste, l'ho incontrata nei visi dei tanti che andavano e venivano tra le tante bancarelle allestite che offrivano di tutto un poco.
Ad avvicinarsi ai tavoli, per carità, si correva via come nel timore di essere morsicati da una vipera, e le quattro chiacchiere che condivano di gioia, un tempo, i magri guadagni da mercatino, in tasca al gigante Barabù. E addio.
C'era il sole, calduccio, all'ora alta del buon pranzo, ma tutt'intorno, per me e per gli altri venditori, si respirava il ghiaccio. E non perché non si vendeva, no, oppure, meglio, non solo, era un qualcosa di ostile nell'aria che serpeggiando andava, rimbombando nei tamburi ossessivi di una banda di ragazzi che riempivano di ritmi tribali il meriggiare romano. Non campane della domenica, ma tamburi in un rincorrersi di botti e urla...
L'unica a divertirsi, saltellando, beata, tra le bancherelle, una bimbetta nomade, di cinque anni o poco più, che ai tavoli chiedeva dolciumi e doni. A me ha chiesto una busta (che le ha dato il mio amico Giampiero, essendo la mia troppo piccola) per metterci dentro il giacchetto e il bottino. Poi mi ha domandato come mi chiamavo e dopo averglielo io detto, lei mi ha detto che si chiamava Valentina e saltellando, oplà, via di nuovo a caccia di avventure, ghiottonerie e giocattolini. In quel gelo, però, poco più tardi sono arrivate anche per lei parole amare e inviti lividi  a smammare.
Ma lei, spallucce, e via: un grillo valentino al mercatino...


giovedì 29 novembre 2018

La fretta è cattiva consigliera

Respirando la pace

Come nei bei tempi dorati di quando avevo il mio bambino piccolo, eccomi di gamba svelta (che quella, a Dio piacendo lo è ancora), scendere giù per la scalinata di Magnanappoli, respingere gli attacchi dei venditori di braccialettini che sono appostati ai piedi dei gradini e percorrere, in un balzo, le Botteghe Oscure diretta alla Biblioteca Centrale ragazzi dove ero solita recarmi spesso a prendere e a riportare i tanti libri letti, amati e digeriti dal figlioletto. Passo, davanti alla bella chiesa di San Carlo, che mi guarda pensoso da lassù nel suo bel medaglione trinitario, e butto un occhio a una bancarella di cappellini deliziosi dove la venditrice, seduta su una sediola, si sta amabilmente truccando, baciata da sole e proseguo fino alla meta. Che raggiungo col sole alto, all’apertura. Cercando come cerco un libro per piccini, mi accorgo, con un sospiro, che la bottega dei piccoli è chiusa al lunedì. Così, salgo le strette scale e per fortuna mi accoglie il volto sorridente di Lionella che conosco perché mi conosceva in quei tempi lì di cui ho scritto sopra e lei si offre volontaria per cercare il librino dei desideri.
Si tuffa per le scale e io riconoscente aspetto. C’è però in un angolo buio di rancore un certo signore che, sbuffando per l’attesa, rivendica il suo diritto ad essere ascoltato. Evvia, dove sono i suoi libri ordinati con l’interbibliotecario? “Mi dispiace… è colpa mia…”, mi scuso. E lui, senza degnarmi di un’occhiata, dichiara: “Ebbene fatela risalire la bibliotecaria!”. Intende Lionella, che viene chiamata all’interfono. Pochi minuti ed è già su. Il tipo, rabbiato ancora, dice: “Ho avuto una sospensione per il tal giorno e…” In sospensione, conclude Lionella: “E i suoi libri sono arrivati qui e, durante la sospensione, se ne sono tornati a casa loro”: Sì, ho sempre pensato che, andando in biblioteca, bisogna metter fretta e fregole in naftalina e che la fretta, comunque, è cattiva consigliera…

domenica 18 novembre 2018

La leonessa di Gustavo



Dal Brasile, dove ha costruito casa, famiglia e felicità, mio fratello Marco ha anche ricostruito, in fantasmagoria certosina, le mirabilia di famiglia, negli avi nostri che, chi per un verso, e chi nell’altro si è ritagliato un posticino nella piccola storia tricolore. E le pesca tutte quante lui, spulciando su siti e biblioteche, in quel vasto mare che spaura e smaga per la vastità illimitata senza forma. Ma Marco, a zii e bisnonni, dà forma e sostanza nelle imprese loro e scova ciò che era sepolto, perduto, dimenticato. Riportandolo alla luce della nostra memoria famigliare: grazie!
 Scopro, così, che il bisnonno paterno, il Capitano Ludovico, morto ad Adua, giovanissimo, già padre di molti figli (tra i quali mio nonno) con baffi all'insù, oltre ad aver scritto la prima grammatica di tigrino, ha anche raccontato la geografia eritrea, tra amba e aradam e in più volumi.
Scopro che il prozio Piero, ex ministro di Grazia e Giustizia a Salò, aveva un’idea tutta sua, raccontata su Oggi, sul perché Galeazzo Ciano non venne graziato. E non mi meraviglia: lo zio Piero, da me amatissimo, di segreti ne conservava tanti.
Ma soprattutto, vengo a sapere (e cado dalle nuvole davvero!) che il bisnonno materno, Gustavo, ai suoi tempi, elegantissimo in nero stiffelius, con bisturi di precisione, operò niente meno che... una leonessa come racconta, in una copertina, la Domenica del Corriere, dove il felino appare color ocra e grande come due uomini messi insieme. L’immagine è carina e rende l'idea del tipo d'uomo che era Gustavo e di cui si è perduto lo stampo. Carina, per carità, ma molto meglio il racconto, corredato da gesto descrittivo, di nostra madre che qui riporto così come la vedo per come me l'ha descritta Marco: “Mio nonno impugnò il bisturi e zic zac zac, come Zorro, la curò”. 

sabato 17 novembre 2018

Un marchese a Magnanapoli

A Santa Caterina a Magnanapoli, una piccola chiesa color di neve che sembra aver per campanile la Torre delle Milizie,  dove il bianco barocco si sposa, nell'innocenza, con le anime oranti e con la mia, ci sono molte piccole cappelle. Ma bella tra le belle, secondo me, è la cappella Patrizi, dipinta e affrescata da Giovan Battista Passeri, un pittore poco conosciuto del Seicento e che era, oltreché pittore, anche poeta e biografo di pittori. La bellezza sublime della cappella è nel dipinto centrale che raffigura, tutti e tre insieme, uniti dall'amore, i tre Arcangeli. Sulla sinistra, per chi guarda, c'è San Gabriele col suo bel giglio bianco della purezza e anche di Santa Caterina (il cui nome vuol dire, appunto, pura). Al centro, San Michele, generale delle milizie celesti, vestito in armatura da antico romano; sulla destra, infine, San Raffaele, l'arcangelo taumaturgo che tiene per mano un angiolino, in forma di angelo custode di tutti e di ciascuno di noi.
Rovesciando il naso in su, si scopre che la cappella è un trionfo d'angeli che vengono raccontati, in foggia diversa, ma pieni di generose ali, in episodi evangelici in cui essi irrompono nella vita umana, con il loro candido splendore. C'è l'angelo che avverte Giuseppe di fuggire in Egitto con la sua famigliola, c'è quello che libera San Pietro dalla prigionia, l'angelo di Santa Caterina e al centro, la scena delle scene di tutta la nostra santa tradizione: Il Creatore in atto di dare a Gabriele il sublime  ordine...
Io, per celebrar degnamente tutta questa bellezza, ho portato in Chiesa un discendente di casa Patrizi che, giunto in bicicletta, nel traffico della prima sera, si è perduto nella rimembranza di avi suoi cardinali, beati e quasi santi. E io con lui, in gioia.

venerdì 19 ottobre 2018

I gatti di sant'Isidoro


Ogni volta che mi pare di aver colmo il bicchiere delle meraviglie romane, mi devo ricredere quando scopro, qui e lì, le delizie nascoste al turismo mordi e fuggi e ai romani distratti dalle troppe strade della rete che, come si sa, imprigiona. E dunque, questa mattina, appena dopo le otto, quando la mia Roma, dolce, è ancora un poco quella di tanti anni orsono, prima del dilagar del traffico e della confusione, a passi svelti, eccomi diretta a via della Purificazione che sale, come a ricordar che erta e la strada della santità, da Piazza Barberini su su fino a via degli Artisti e poi, piegando a destra a raggiungere la bellissima chiesa bianca, illuminata come dal sole, di Sant’Isidoro (un santo spagnolo, laico e contadino) che è chiusa sempre, ma non per me che ho avuto la grazia di conoscere P., il quale oggi la apre tutta per me. Oltre il nero cancello di ferro, mi accoglie un giardinetto antico e dentro - oh meraviglia! – due gatti! I gatti di Roma esistono ancora a Sant’Isidoro! E sono i soliti gatti vanitosi che si lasciano fotografare ma non accarezzare e che, con il muso all’aria, mendicano un boccone.
Dentro, poi, la chiesa racchiude cappelle di meraviglia. Tra tutte la cappella Da Sylva, dove il Bernini ha realizzato in marmo le allegorie delle virtù. Bellissima, la Carità, con un viso dolce d’angelo di paradiso, la quale offre il suo morbido seno per il nutrimento terrestre… Mamma è, nella filologia, colei che nutre, mamma, mammella, vita. Altro non dico e non aggiungo perché chi vorrà venire con me sarà benvenuto. E a tutti, con una riverenza, sotto un sole turchino che pare ancora quello che abbracciava luglio e agosto, vi saluto.


martedì 16 ottobre 2018

Piccolo mondo antico al Mater Dei


Nel bel palazzo d’ocra e d’ombra, ritto sul gomito di Via San Sebastianello, che era, per così dire, contenitore dell’Istituto Mater Dei (e che ora, tutto ridipinto in arlecchino verde smeraldo, è sede del British Council), ogni piano era diviso in aule scolastiche con dentro una trentina di noi in divisa bianca e blu e, man mano in salita, si passava dalla materna al liceo. Ogni piano aveva le sue sister che io ricordo, oggi come ieri e l’altro ieri, vive, divertenti, in sorriso anche se severo. Al primo piano, custodito dalle sister portinaie, Suor Paolina e suor Addolorata (che erano gemelle), sister Francesca, alta, timida, con un viso rotondo e bianco e un ciuffo di capelli neri a sbucar sulla fronte, e sister Alexio, che era un peperino, rossa di capelli e di animo acceso. Al piano di sopra, le medie, c’era, indimenticabile, sister Saint Paul, severissima. Ci inseguiva con un vecchio righello da sarta e, nel legarci i capelli che secondo lei avevamo sempre spettinati, usava gli elastici gialli da cartoleria. “Tu, con quei capeli ne li ochi…”. La ricordo in corsa giù per la chiocciola di marmo della scalinata interna a rincorrere, a perdifiato,  Delfina R., una compagna di classe, con i calzettoni e i ciuffi fatti dai Cinque in Via delle Carrozze…
Al liceo, raggiava, unica, insuperabile, indimenticata Sister Francis, piccola, pienotta, con le tasche sempre piene di non so che cosa che tintinnava misterioso. Era lei, in cappella, a guidarci nella genuflessione davanti all’altare. Toc, batteva le nocche su un banco, e noi tutte giù, toc e su, su, in corsa verso la nuova mattina. In ultimo, lì dove la luce sembrava raggiare dal soffitto aperto, la direttrice sister Saint Kevin, bella come doveva esserlo, nel mio immaginario personale, la monaca di Monza. E tanto severa. Che fu davvero colonna (e la ringrazio) dell’Istituto Mater Dei  prima che arrivasse il nuovo mondo…  


lunedì 15 ottobre 2018

Monete di cioccolato


In  qualità di giornalista professionista, per poter restare nell’ordine dove sono entrata quando si usavano ancora le macchine da scrivere e internet era solo un’utopia nei racconti di Asimov, devo raccogliere sessanta crediti in tre anni, in forma di lunghe conferenze che servirebbero alla mia “formazione permanente”. E sia. Per me quelle lunghe ore passate ad ascoltar collane di parole spesso superflue sono, in sostanza, una prigionia. A vedermi, in platea, sono come una scolaretta attenta, ma friggo dentro e conto i minuti per scappare via. Non ce l’ho coi relatori, spesso preparati, a volte anche simpatici, nossignore, fanno il mestiere loro che io non farei neanche se pagata oro sulla bilancia, Ma con l’idea stessa dei corsi che, secondo me, non ha né capo né coda perché un giornalista, come mi spiegava il mio caporedattore (che rimpianto a ricordarlo ora con i suoi capelli di neve e le dita gialle di nicotina…) scrive sempre meglio delle cose che non sa. E quanto è vero l’ho sperimentato io, perché ogni volta che mi capitava di scrivere un pezzo, mettiamo, su una mia scrittrice del cuore, per fare l’ottimo finivo per fare il maluccio, mentre uscivano croccanti dal forno dell’unicità, certi articoli che mi erano pesi su grigie istituzioni repubblicane. Invece, zacchete, esse si facevano – non so neanche dir perché - atletiche, libere, vive, tanto quanto erano spente le righe mie sulla Morante, sulla Prato, su Jeanne De Casalis…
Ma, bando ai musi e ai sospiri, c’è sempre da imparar qualcosa, anche in prigionia. Così oggi, alla biblioteca del Cnr (dove non funzionavano punto i microfoni, alla faccia della ricerca e della tecnologia), ho imparato che fu l’azienda Laica, cioccolato dal 1946, ad inventar le monete di cioccolato da mangiare. E li ringrazio con una bela riverenza perché, bambina, quelle retine golose erano dono di chi amavo…http://www.laica.eu/

mercoledì 10 ottobre 2018

Amiche a Cala Girgolu


Certe sere, quando agosto comincia a stiracchiarsi e a tender la mano calda a  settembre; certe sere, dicevo, il cielo di Cala dei Gigli è come incendiato d’arancio, il mare respira in un oro pigro, l’aria si fa immota e immoto il pensiero, mentre Tavolara, si colora di un rosa acceso come se il Dio del mare le baciasse le gote facendola rabbrividire d’amore. Sono sere d’incanto e di magia nel respiro placido della marea che quasi non si vede eppure c’è. E’ proprio in quelle sere lì, come stanche del troppo sole estivo, che chiedono un intervallo di frescura e casomai anche di gocciole del cielo, che io sento di appartenere tutta a quella terra sarda che pure non mi ha generata. Mie le deserte spiagge trapunte, sulle sabbiose dune, dai bianchi gigli di mare, mie le rocce che seguono la linea della costa, disegnando sul mare un merletto color di ruggine e di verde, mie le isole che, qui e lì, si stagliano all’orizzonte. E’ Cala Girgolu un’ appartenenza regale  per chi la abita da sempre e per chi, come due amiche milanesi che ho conosciuto proprio quest’anno, la capisce con la sapienza del cuore che non ha le regole e l’algebra della mente e che dona la pace intensa riflessa nel panorama e nell’intorno. E siccome oggi mi piace ricordar le amiche che ho laggiù, oggi che sono qui a Roma tra le mie chiese e le mie stoffe, mando un abbraccio anche ad Adriana che abita una casa bianca, la quale si sciacqua i piedi nell’onde e, di notte, dal terrazzo poggiato sul mare, guarda in faccia la luna che si specchia nella baia…



martedì 9 ottobre 2018

Come Pollicino nel bosco


Alla Biblioteca nazionale, vicino a Castro pretorio, dove albergavano ai tempi di Augusto e anche dopo i soldati scelti dell’imperatore e adesso è abbandonato al degrado tutto romano che grida il suo dolore un poco in tutti i quartieri dell’Urbe, dicevo, alla Biblioteca nazionale hanno allestito, proprio com’era, con tavolino, sedie, dischi, quadri di Jim Morrow, e macchina da scrivere, lo studiolo che Elsa Morante aveva apparecchiato per il suo scrivere in Via dell’Oca. Lo ammetto non sono ancora andata, ma presto andrò perché, come ho sovente scritto, per me Elsa Morante è stato un vero e proprio amore letterario dell’età verde. Ricordo ancora, e come potrei dimenticarlo, sui diciannove anni o poco più, fresca ancora di sogni di bello scrivere, mangiavo un boccone a tavola con tutti i fratelli e i genitori e contavo i minuti e gli attimi per rifugiarmi in camera mia e tuffarmi nel mondo grande, di parole e di storie di quello che, secondo me, è il capolavoro della Morante: “Menzogna e Sortilegio”.
Ricordo, sì, sì, ricordo i vivi personaggi: Edoardo, Anna che, nell’anima mia, si vestivano d’attualità, divenendo amici, cugini, quasi fratelli. Erano vivi quei personaggi e camminavano per la mia stanza menre io, in fremito di gioia, leggevo di loro sulle pagine della Morante. E provo pena per i giovani di oggi che alla lettura dedicano non so più se minuti o secondi, tutti presi a pesticchiare sul cellulare. E perdono il respiro della vita che nei romanzi ti accompagna per squadernare il giusto dal malvagio e cercare di fare addizioni e sottrazioni della narrazione. Li compiango, davvero, perché noialtri, vecchiotti oramai, abbiamo avuto nel tempo lungo del romanzo, amando Gogol, Checov, Maupassant, Manzoni, De Roberto, l’agio di costruir bella quadrata una educazione sentimentale alla vita che oggi, nel sincopato ritmo di uno smartphone, si è perduto come Pollicino nel bosco…

sabato 6 ottobre 2018

Le stanze di Pippo


Pioveva, questa mattina, su  Roma senza ombrello. Pioveva e il cielo, livido, non salutava i galli del mattino presto, con suo bel cielo di biancheria turchina e alta la medaglia d’oro del sole, ma sembrava fremere nell’abbraccio delle gocce del cielo e rabbrividiva ai primi freddi dell'autunno.
Pioveva, ma io, gambe in spalla, via come ogni giorno al mio appuntamento misterioso e poi a visitare, preso un appuntamento sul sito Arte e Fede, le stanze di San Filippo Neri a Santa Maria in Vallicella che è, appunto, la chiesa degli oratoriani nonché chiesa dedicata alla nascita della Vergine e che si trova lungo il Corso Vittorio Emanuele, lì dove la strada quasi tocca il fiume.
Entro nel gran ventre della bella chiesa scura, e piegato poi a sinistra sono i sacrestia dove attendo, in compagnia del simpatico sacrestano, le 10, ora dell’appuntamento. Si forma un gruppo tutto quanto in lingua tedesca e io con loro e capogruppo un giovane signore dai modi gentili e molto esperto di Pippo il Buono, del carisma degli oratoriani e di tutto quel che si vedrà nel bel giro che comincia salendo una scala a chiocciola. Io, col cuore in gioia anche se non sono poi quelle, per davvero, le stanze di Fra Filippo, ma ricostruite, secoli dopo, dal Bernini. Poco male: sue, di Filippo, sono gli occhialini, il rosario, le babbucce, il materasso, pezzetti del cuore suo grandissimo, incendiato dall’amore del Signore. Suo il pulpito ed è lui in molti bei quadri in giro all’intorno in quelle piccole stanze cariche di santità. Bello tra i belli, un dipinto del Guercino che ritrae il fondatore dei filippini con un gran libro davanti, ma distratto da un angiolino che gli mostra la croce e che lo distrae dagli studi perché il Signore, come si sa, ha nascosto la verità ai sapienti e ai dotti e l'ha rivelata ai piccoli. E San Filippo, questo,  lo sapeva bene,

Un filosofo giovanetto


Al mattino molto presto quando io mi aggiro già in attività in lungo e in largo a casa mia, accendo la televisione per un poco di compagnia ed è una televisione tutta parole e riflessione. Questa mattina, in studio, nella trasmissione di Raiuno dal nome tal dei tali, c’era un certo filosofo giovane che si vede spesso in giro per i programmi, qui e lì, il quale ha scritto un libro – udite udite – a favore della famiglia. Ascolto, mi siedo e parla, lui,  dicendo, secondo me, quel che basta capire con il buonsenso, che cioè il mondo moderno è andato in corto circuito, finendo a testa in giù. E propone, sempre lui, di tornare indietro per non finire nel precipizio. E fin qui, bene, sono d’accordo. Poi però per descrivere il mondo com’è adesso, il nostro filosofo dichiara: “Penso alla parabola di Brueghel, dei ciechi che conducono altri ciechi”. E allibisco: ma, caro il mio filosofo giovanetto, Brueghel non scriveva parabole, Brueghel era un pittore e ha semplicemente dipinto un brano del Vangelo di San Luca!  Poco più tardi, parlando di Sant’Agostino, il nostro filosofo lo definisce Agostino d’Ippona, come a negare il Santo che invece lo definisce. Va bene, mi consolo, anche Santa Monica, la mamma di Agostino, ebbe a tribolar con il figliolo. Crescendo, capendo Agostino d’Ippona, è diventato, infatti, Sant’Agostino.


venerdì 5 ottobre 2018

Mamme e figlie


Mia madre, Regina, il papà lo aveva perduto in guerra e così nel grande casolare rosa cipria di San Giuliano, lanciato come un sasso da un gigante, tra le piatte brume delle campagne friulane, viveva figlia unica e niente malinconica con sua madre, nonna Stella, e con la Lilli, che aiutava in cucina e nelle faccende, e che pur non essendo di famiglia, essendone parte viva, lo era più ancora delle tante cugine che capitavano ogni giorno in casa. Le figlie della Nani, le figlie della Jole e altre, a mazzi.
Le preferite, da mia madre, erano le quattro sorelle P sempre vestite di bianco con gran fiocchi candidi tra i capelli. E più in particolare Beatrice, chiamata la Bi per fare prima. Bruna, snella, intelligente, la Bi aveva nelle mani un tesoro. Cuciva in facilità come gli angeli del cielo e in ogni cosa che faceva, di legno, di carta, di cibo, riusciva a spremer fuori il sugo della vita. La Bi era, per mia madre, più che cugina, sorella. Le madri, però, erano due. Mia nonna, naturalmente, e la zia Janette, che ritagliava negli occhi due angoli di cielo. Alla mattina presto, quando tutti erano ancora al calduccio nel letto, la zia Janette (madre di sei figli in tutto) usciva, quatta quatta, con il foulard legato attorno al capo, per recarsi alla messa mattutina che era per lei viatico e ristoro quotidiano. Un giorno, fatti due o tre passi nella nebbia, lasciandosi alle spalle la Fiorina che era la villa di famiglia, si girò di scatto perché le pareva di sentir come un fruscio, un rumorino, qualcosa che non era naturale. Niente. Ancora due passi e di nuovo quel rumore. Nulla. Giunta alla Chiesa, si immerse tutta quanta nella preghiera e al rumorino non ci pensò più. Solo all’ite missa est, una suorina vestita di bianco le si portò innanzi e dietro nascondeva qualcosa che somigliava molto alla Bi. “Signora P., questa bimba credo le appartenga”.

mercoledì 3 ottobre 2018

Miraggi romani


Al mattino, molto, ma molto presto, quando le strade di Roma sono ancora abitate da elfi e da fate in danza argentina e le rombanti autovetture che le occupano a sole alto dormono ancora chissà dove (e anche chi le guida), io sono già in piedi per raggiungere un appuntamento segreto per un incontro misterioso che a nessuno posso svelare, e mentre cammino vedo la mia Roma stiracchiarsi, sollevar le palpebre, fremere per il sonno di ieri nel risveglio all’oggi stirato nell’attività quotidiana. E mentre sui miei passi in riflessione cammino svelta, incontro, nel mio andare, un arcobaleno di persone che più che persone sono apparizioni, meteore nel deserto che tutti abbraccia nel mondo a capo in giù e senza più respiro d’anima feconda.
Mentre nel mio andare percorro il marciapiede che corre, in fermata d’autobus, sotto la scalea del Palazzo delle Esposizioni, ecco che mi sento due occhi bianchi addosso e alzando il viso all’alto, coperto da coperte (e perdonatemi ma non so dirlo meglio), mi osserva un volto nero nero, giovane, giovane,  con una raggera appuntita di capelli sulla testa che paiono tanti soldatini col fucile a baionetta ad armacollo. Pungono, mi dico,  quei capelli.  Mi guarda, speranzoso, povera creatura, sperando in me, nel mio nulla e poi alza una mano dal palmo bianco bianco che mi saluta in gesto d’amicizia. Rispondo con una mano mia sollevata appena per non dargli la speranza che non possiedo per lui. Ecco, in questa fotografia romana, tutta la finta carità di quanto ci raccontano e ci  hanno raccontato. E intanto, con il cuore gonfio e i piedi alati, me ne vado per la mia strada, mentre vedo con la coda dell’occhio che il dormiente ora si alza e partirà in gambe ad inseguire un sogno che gli hanno sussurrato . e chissà chi lo ha fatto - nell’orecchio e che è un’illusione, un miraggio del deserto…

mercoledì 26 settembre 2018

Dame vincenziane

Quando ero ancora bambina e tutta ancora nell'ovetto sacro, trasportata dalla corrente d'oro, a una cert'ora della mattina, nel mese di giugno, veniva a prendermi al cancello la Signora Amico che era, già vecchia, alta come me bimba. Si andava a passar la giornata nelle rene nere della Vecchia Pineta di Ostia dove lei e suo marito, un grand'uomo barbuto che faceva il bagno con una retina sui capelli, avevano la cabina.
Lei, la signora Amico, per come me la raccontava mia madre in segno di importanza era una "dama vincenziana" e io, ignara di tutto e tanto più di storia degli ordini religiosi, ascoltavo in stupore. Dama vincenziana, per me, voleva dire vendere il riso a un mercatino dove, un giorno dell'Avvento, cascasse il mondo, andavo assieme a mia madre. Si teneva nell'oratorio di una bella chiesa romana, Santa Maria in Vallicella, ed era affollato tutto quanto di masserizie e di signore bene che vendevano chi golfini da bimbo fatti all'uncinetto, chi crostate alla marmellata e chi, come la Signora Amico, riso. Tornavamo a casa con il nostro bel sacco di iuta contenente un tipo di riso arborio che mia madre considerava unico e sopraffino. Molti e molti anni più tardi, lavorando io come volontaria tra i francescani al mercatino della carità di San Quirico e Giulitta, mi arrivarono tre quattro sacchi di vestiti di una dama vincenziana. Riconobbi in quelle scarpette da topolina e nei cappelli di visone il guardaroba della Signora Amico che trovai, infatti, stampigliato in una borsetta. Sapevo allora, come so, chi sono le vincenziane (e proprio oggi ricorre il Santo loro meraviglioso, San Vincenzo de Paoli) e mi si strinse il cuore quando a mazzi i vestiti andarono via, stretti in sacchetti di plastica tra le mani indelicate di chi li prese...

martedì 25 settembre 2018

Pellegrinaggio del cuore

Mentre piano il sole scendeva all'orizzonte, tuffandosi, visto dal fondo di Via Nazionale, nei fori imperiali, io me ne andavo, sola soletta, con le ali di Mercurio ai piedi a far dei sopralluoghi in Via Rasella per certi casi miei che terrò (almeno per adesso) cuciti al cuore, ma che un giorno saranno rivelati. Ero lì, dunque, nel nastro d'argento della strada fortissimamente voluta dai Savoia per dare lustro a Roma che, invece, sonnecchiava nelle verzure della Villa Ludovisi, quando d'un tratto mi sovviene che proprio quelli, negli anni passati, sono stati i miei pellegrinaggi del cuore. Così, con la mia bella bennibag sulla spalla destra, eccomi nel giardinetto di Sant'Andrea dove chi mi è troppo caro al cuore (tanto da soffocare) giocava alla fontanella, negli schizzi allegri dell'infanzia, in uno sbrodolare d'acqua e di risate.
 Dopo, all'Ibs, eccomi poi affacciata alla ringhiera a spiare dall'alto i genitori e i figli indaffarati ancora a comperare i libri di scuola. File, oramai a fine settembre, non ce n'erano più e solo qualche ritardatario era lì a comperare. Ma la memoria accesa mi ha riportato indietro d'anni e di cure e mentre sono lì, sovrappensiero, ricordando i pesi nelle buste di tela gialla, una signora mi si avvicina e mostrandomi un libro tra i tantissimi che sono lì a disposizione, mi fa: "Lo ha letto? Come va a finire?". Non faccio in tempo a rispondere perché un vocione di ragazzo da dietro la spalla fa: "L'assassino è il maggiordomo". E mentre un punto interrogativo si disegna sul viso della mia interlocutrice io torno sui miei passi, verso casa, allegra, dopo il pellegrinaggio del cuore... 

domenica 23 settembre 2018

Casacce con i balconcelli

Bennibag della nuova collezione d'autunno...

A volte, conclusi a sera i miei numerosi compiti di pratica quotidiana e svolto quel di più che mi riempie il cuore di spuma d’oro, io mi siedo davanti alla televisione a guardare un certo programma su una rete tal dei tali dove due immobiliaristi, un bel ragazzo di professione architetto o meglio anarchitetto visto come presenta le sue proposte al compratore e una signora che, nel vestire, ha stile da vendere, fan le loro proposte in forma di appartamenti, vile, villette e villoni a coppie innamorate o attempatelle che deciso,, non so per qual motivo, di acquistar una seconda casa in giro per lo Stivale.
Entro così, grazie a loro, in case dove mai metterei piedi e in tutte, e dico tutte, decifro il medesimo sapore. Dall’alpe alle piramidi, per così dire, in uniformità, spesso in gusto lineare, civettano interni che nulla hanno di vissuto, di caldo, di famigliare. Di vivo. Ecco, a me paiono tutti quanti, senza eccezione, interni morti. E non importa se si affacciano sul Golfo di Napoli o sulle bellezze verdi delle italiche campagne. Da tutte, e non so dire perché, emana come un sentore di gelo, come se fosse passata in quelle stanze, con la sua porporina di ghiaccio, la fata sterile che abita nei freddi palazzi al Polo Nord. In diamante, nulla.
Ed ecco perché ho gioito nel leggere, tutto d’un fiato, un libriccino che ho trovato per caso nella mia libreria e che era parte di una raccolta di Millelire donatami, anni orsono, dal caro Marcello Baraghini (che saluto con una scappellata di cuore nel ricordo allegro del merlo in gabbia, indiano e parlante…). E’ un racconto lungo di una certa Irene Gentile e si intitola “Cara nonna” e parla anche delle case di cui ho detto sopra, antiche eppure truccate al punto da risultare senza storia, case che non possono mai esser “casacce con i balconcelli”…

sabato 22 settembre 2018

Quartiere Coppedè

C'è a Roma, nel quadrato cittadino dove scorrono, per così dire, i fiumi d'Italia dando il nome alle venature delle strade, un ritaglio di poesia e di favola in forma di palazzi e fontane e verde germoglio romano che porta il fiabesco nome di "Quartiere Coppedè" dal nome dell'architetto che lo ideò e che si chiamava appunto Gino Coppedè. Passando sotto l'arco  monumentale che invita a entrare, con il suo bel lampadario in bronzo, si saluta una Madonnella e, omaggiati da severi cavalieri, i passi conducono in un altrove pittoresco colorato di mattoncini dove svettano torrette e logge come su castelletti di re e dove svolazzano, senza pensieri, le antiche fate del luogo dove lì abitano ancora nei palazzi, appunto, delle fate. Scompare, come d'incanto, il frastuono metropolitano e ci si immerge in un fresco incanto ringiovanito dalla grazia dell'arte che abbraccia ogni particolare. In piazza Mincio, cuore del cuore di Coppedè, un gracidare di rane sorprende e richiama alla vita silvestre: sono le ranocchie della bella fontana centrale. Un girotondo di rospi, i rospi principi dei fratelli Grimm, mi guardano mentre attraverso la piazza cercando il palazzetto bello dove abita il liceo romano Avogadro. Dalla poesia alla prosa: parlo di un certo affare con una simpatica professoressa siciliana e non combino un bel nulla, ma non mi importa perché, nella frescura del mattino presto, mentre ritorno sui miei passi, un rospo mi promette di diventare il mio principe, recuperando dal fondo dell'anima mia la palla d'oro...

giovedì 20 settembre 2018

Con un inchinetto

Topino rosa (bennibags)
Il blog mio riapre, dopo quattro mesi di vacanza. E benvenuti a quanti vorranno passare qualche minuto, o anche un secondo (perché no), tra le parole mie che sono stirate con l'appretto dello studio (tanto) e del labor limae che mi accompagna dai tempi miei di liceale al Mater Dei, quando, in delizia e sola soletta - sul bianco terrazzo da cui si vedevano svettar le torri gemelle della Trinità dei Monti, mi leggevo le satire d'Orazio e i lirici greci, Archiloco, Saffo, Alceo...
Non so ancora come si disegnerà, d'ora in avanti, questo angoletto mio poiché, sì', sì, le storie tragicomiche della mia infanzia sono oramai finite e concluso è il tempo mio di raccontarle. Sicché guardando all'oggi, nei passetti che mi conducono sulla strada retta a me assegnata, saprò ritagliare bozzetti di vita e , casomai, di allegria e divertimento. E mentre il giorno incalza e le ore liete si srotolano tra un piatto da lavare e un messaggio da mandare, per ora vi saluto con un inchinetto, di quelli, appunto, che facevo al mater Dei, bambina e che erano tanto graziosi da innamorare il cuore...

martedì 1 maggio 2018

I bambini di Eraclito

I sacchettini che ho tagliato e cucito per Olimpia, la mia prima pronipote...

Una mattina di tanti, tantissimi anni fa, ad Efeso, il filosofo greco Eraclito, grande aristocratico, (dai frammenti fiammeggianti di verità, tutt’altro, secondo me, che oscuri…) se ne stava davanti alle mura della città, giocando con un gruppetto di bimbi.  Arrivarono, in pompa magna, i maggiorenti di Efeso che, con lui, dovevano governare la città e, sorpresi, gli domandarono   come mai stesse lì, a sciupare il tempo con dei piccolini, il filosofo rispose: “Non è forse più serio stare qui con questi bambini che governare con voi la città?”. Dei miei studi filosofici (scarsi in verità), io mi porto nel cuore soltanto Eraclito e non soltanto perché ancora oggi, che viviamo in un nodo di gordio (senza un Alessandro che lo laceri a fil di spada) e tutt’intorno, squadernata e volgare, la superbia apre le porte alla disubbidienza, induce a nefandezze e tradimenti, consente tutto agli uomini perduti nel segno del dragone rosso, ma anche perché nelle parole sue doveva nascere, in gioia divina, il canto mio.
Sì, la penso come Eraclito, l’oscuro, che oscuro non era e al contrario lumeggia nell’antichità fino a oggi, moderno più di tanti moderni, che  io amai, ragazzina, e continuo anche oggi, nell’autunno della mia esistenza.
E mentre tutt’intorno mi par di vedere rovine, lì dove ogni festa “civile” (il 25 aprile, il 1 maggio) si trasforma in rissa e insulto e furia cieca, mi ha consolato veder Cagliari bella invasa dai costumi sardi di donne e uomini, nella processione santa, bella, splendente, di Sant’Efisio. E con un saluto a un Efisio sardo che conosco fin da bambina e che mi offrì il mirto per la prima volta, passo e chiudo con una riverenza, in gioia per questo maggio di rose appena sbocciato in onore di Maria.

mercoledì 25 aprile 2018

Un altro 25 aprile


In casa Ponti, il 25 aprile non si festeggiava punto perché, per noi, tutti, oggi era ed è solo e semplicemente San Marco, che è un santo evangelista caro a chi, come mia madre, è nata nelle basse terre del Nordest, lì dove le montagne, alte e fiorite in bianco di stelutis alpine, sono un bel contorno violetto alla piana, dabbasso, coltivata in colori di terra che sono, per me, i preferiti. Non si festeggiava affatto la Liberazione  (e io dovevo compiere molti anni per capire i percome di tutto quel gran parlare in televisione…) perché più della Liberazione politica contava la liberazione spirituale e Marco, l’evangelista del Leone di Venezia, ne era simbolo e signore. Coraggiosa, Venezia, baluardo della Cristianità lo era stata e quell’anima battagliera, in arco d’oro, ieri e oggi ancora mi appartiene.
Ho ritrovato San Marco, durante le mie lunghe passeggiate solitarie nella Roma che amo proprio in piazza Venezia dove, di solito, si festeggia anche il giorno della Liberazione, una festa che però divide (infatti: http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/te-do-io-liberazione-25-aprile-divide-rsquo-italia-milano-172361.htm) mentre Marco (che è il nome del mio fratello più caro e forse l'unico che ho...), San Marco, unisce.
La Chiesa di San Marco, che è di sguincio al gran palazzo rinascimentale noto come Palazzo Venezia, è lì perché il palazzo intero, proprietà romana della Serenissima, fu costruito da un gran Papa rinascimentale, Paolo II, nobile veneziano dal gran naso aquilino, al secolo Pietro Barbo, che volle, nelle sale sue raccogliere ciò che più gli piaceva, in quadri e porcellane e altre meraviglie, che oggi sono il museo ospitato nelle sacre stanze. E tanto simpatico era Paolo II (amatissimo dai Romani) che, appassionato di corse di cavalli berberi (le quali si tenevano lungo la via Lata che da loro prende il nome di Via del Corso..) per veder correre i destrieri a rompicollo già fino a Piazza del Popolo dove era il traguardo, si stirava e contorceva dal balcone che doveva, molti anni dopo, ospitare il Duce, Mussolini… Tutto quanto, impacchettato, in Piazza Venezia!  

https://www.youtube.com/watch?v=2n9xIkbKBKI: Benedetto, quanto, quanto mi manchi... in Domino, Ester

domenica 22 aprile 2018

Il seme antico

Geranio rosa, mio...

Ragazzina, affamata di verità, volevo fare la scrittrice. Istruita da Italo Calvino (io, beata), seppi subito che con la scrittura non si poteva campare e che bisognava, comunque, avere un mestiere. Così sono stata addetto stampa e poi a lungo, molto a lungo, giornalista e scrivevo, soprattutto e volentieri, di cultura: la biennale, premi letterari, convegni. Cose così, tutte quante. E mi sono anche divertita, olè.
Ma il cuore mio rimaneva, chiuso nella mia stanza segreta, nelle parole che erano il mio pane e vino, nelle storie che mi seguivano come ombre amiche. Con le parole giuste, lo sapevo, potevo spennellare sulla tela di un foglio, cose vere, sentirne la fragranza, il profumo, toccarne la consistenza. Non mi interessava, diciamola così, la strada di Gadda e di Joyce che lavoravano sulla parola per la parola, no, io desideravo solo trovare quelle giuste per rifare pari pari la realtà che mi circondava, trovandone l'anima. Questo cercavo e scrivevo e naturalmente leggevo. Tanto, troppo. Da bimba, da Salgari alla Montgomery e poi, grandetta, tutti i classici (da Proust a Tolstoj, che ora nessuno legge più) e poi, signorina ancora e signora poi lungo il sentiero mio, del gusto che mi conduce, scrittori considerati di secondo giro che sono stati, per me, maestri e amici. E proprio ieri, da un vecchio comò di casa, nel mio tentare di trovare ordine del caos, mi è tornato a trovare uno degli amici miei più cari: Emilio De Marchi http://www.treccani.it/enciclopedia/emilio-de-marchi/. E chi è, direte voi? Ebbene, è uno scrittore, un signor scrittore, dell’Ottoento, che pare nato ieri, tanto vivida è la sua scrittura e nutriente la sua prosa. Magnifici sono i racconti brevi (un po’ meno, a mio parere, i romanzi, ai quali manca il respiro lungo…). Bellissimi i racconti, tutti. Io, in poche ore, mi sono riletta “Vecchie storie”http://www.gutenberg.org/ebooks/10502 e vi consiglio, in questo lunedì di attesa nel convulso nostro mondo, di leggerle anche voi per ritrovare il seme antico che crescerà forte nell’anima e nel cuore…

venerdì 20 aprile 2018

Natale di Roma

Buongiorno Roma nel tuo bel compleanno acceso di sole e d’azzurro! Buongiorno Roma in ginocchio tra voragini e spazzatura, per l’incuria e l’incapacità di chi la governa e che vorrebbe, con burbanza teneramente infantile, governare l’Italia. Buongiorno Roma nel giorno che sorge sul passato glorioso che è stato di imperatori e di Papi e che ora si deve accontentare dell’angolino sporco in cui giace.
Altre parole, se non questo semplice buongiorno, non le trovo per il mio Natale” di Roma, quando, quasi tremila anni fa, sul cucuzzolo del Palatino, un re pastore, Romolo, tra quei sette colli come dolci mammelle femminili, decise di fondare un villaggetto di fango e paglia, fecondato dal biondo fiume Tevere; un Riobò che doveva trasformarsi molti anni più tardi, tra guerre e tempeste, con Augusto, in una città di marmo, statue e colori e poi, nel tempo che tutto muta, in un grande, sacro giardino disseminato di cattedrali e basiliche e  palazzi aviti. La Roma di Sisto V mi sorride mentre penso a questa povera Roma moderna, dove si può morire bruciati in un parco dedicato alle tre Fontane sgorgate dal suolo nel rotolare della testa mozzata di San Paolo…
Io, di quell’antica grandezza, che passò dai Giulio-Claudii ai Pontefici sono testimone. La vedo, la sento, come antica sorella. E il cuore mio si scioglie in lei che mi ama, mentre, senza armi, cammino tra le spoglie sue derelitte. Buongiorno Roma. In attesa del risveglio...

mercoledì 18 aprile 2018

Un caffè con Teresa


Nel mattino già alto, quando il sole, lassù, penetra, con i  raggi curiosi, nelle case nostre per portare luce e calore, ecco, in folata di motorino acceso, arrivare a casa mia una certa amica cinese che, da anni e anni, vive nel nostro Belpaese (dove ha messo su famiglia e vita),  cercando di mettere ordine nella cultura nostra, e nella fede, senza riuscire mai a porre in bell’ordine le cifre, in addizione e sottrazione, che danno come risultato l’amata comprensione del mistero, nella sapienza del cuore. Così, ogni tre per due (diciamo così) viene da me per accendere i lumi e per fare un poco di ordine nelle tante parole che girano in vortice nella testa sua. Di solito, in bell’ordine, sediamo, e ascolto. Lei chiede, io rispondo. Così sia.
Sembra facile. Invece pare, a me, di avere di fronte un mistero (il suo) e le mie parole, che di solito sono semplici, come scritte nell’acqua, e arrivano diritte dall’altra parte, mi tornano indietro, in bocca diciamo, mentre lei mette il freno, chiude la porta, sbuffa ed eccoci ferme a un bivio. Proviamo ad andare avanti, ma di nuovo il disco s’incanta ed è meglio finirla lì, con il sorriso. Dai, in cucina, ho preparato un bel caffè e le pizzette. Sedute a tavola, nel tepore della mattinata bianca che si scioglie nel pomeriggio (quasi), ritroviamo il filo d’Arianna che parte da un cuore e arriva all’altro, senza parole…

lunedì 16 aprile 2018

In Brasile, in Italia, nel mondo


Per le ragioni del mondo che spesso fanno a pugni con quelle del cuore, uno dei miei fratelli (quello a me più caro), con le sue belle valigie non di cartone, anni addietro se n’è volato via, per lavoro e per altro, in Brasile. Sua la nuova terra tropicale, dove tutto cresce troppo, in grandezza e forza sovrumana. Suo e della famiglia che si è formato laggiù un futuro di ordine e progresso. Suo, e della sua famiglia, la quotidianità all’ombra dell’Amazzonia che, poi, mutatis mutandis, non è poi troppo differente da quella di quanti vivono, come me, al di qua del grande oceano.
La quotidianità non cambia, no, l’amore – e anche il tradimento - è sempre quello ma tutto il resto, l’intorno, gli usi ed i costumi, sì perbacco, perché, come ricordo per un antico viaggio, nei giardini crescono gli avocado e da un ramo all’altro saltellano le scimmie…
Chissà, mi chiedo, come dovette parer strano il tutto ai Bragança, che spostarono dal Portogallo al Brasile corona, gioielli e pargoli, fuggendo a matto dagli eserciti di Napoleone… Da Lisbona, dal quieto Tago, in terra arida di Portogallo, si ritrovarono, Dom Joao e la moglie Carlotta Josefa di Spagna, a Rio de Janeiro, in aliena natura e alieno mondo. Diverso il cibo, diverse le abitudini, come scrive nel suo “Amazon Throne” Bertha Harding, che mi ha accompagnata, in allegro conversare (la scrittura è ottima!) per tutta la domenica scorsa, passata un poco in casa e un poco, con Bertha, tra Rio e Petropolis.
La coppia reale non si abituò mai a quelle latitudini e tornò, morendo di saudade, in Portogallo. Lo fece il figliolo loro, Pedro I, sposato con una (povera) Asburgo (Leopoldina), che, in salsa carioca, tradì per una marchesa, alla quale mise su casa nei pressi del palazzo reale. La guida che mostrava a mio fratello il bel palazzo dell’amante creola del Re, gli indicò le scale che portavano al boudoir.  “Saliva per di qua?”, chiese mio fratello. “Non saliva, il Re, correva!", rispose la guida. In Brasile, in Italia, nel mondo.

sabato 14 aprile 2018

Pranzi alla Comina


Alla Comina, cascasse il mondo, i nonni volevano i nipotini intorno al desco apparecchiato, al tocco. Fuori, festante in sangallo rosa, al suono delle campane, la primavera chiamava i bambini alle corse campestri sull’erbe infinite friulane, ma loro, ubbidienti, quasi sull’attenti, le davano le spalle e mia madre, la più alta (suo malgrado) e tutta ricci neri, guidava il gruppo, in calata d’età e d’altezza. Seduti, muti (perché parlavano solo i grandi), attendevano con pazienza le vivande che tardavano, neanche a farlo apposta, ad arrivare. Passati dieci minuti, ecco, tra i piccoli, le prime occhiate buffe, i risolini di noia e poi i dispetti non visti, sotto al tavolo. E ancora risatine sommesse. “Fuori tutti!”, gridava il nonno, severo. E tutti i bambini, ubbidienti, scappavano in giardino dove le risatine, che dentro erano chimere, e tanto divertenti finivano per sapere d’acqua saponata e si liquefacevano, nei visetti sbigottiti, in lunghi pippi e musi, mentre il pancino brontolava…
“Tutti dentro”, interveniva, con la bandiera bianca del buon senso, la nonna, premurosa, vedendo quel grigiore infantile dalla finestra con l’occhio dell’amore. E di nuovo dentro, seduti, ai bambini toccava il supplizio delle portate. Ultimi dovevano servirsi e tanti occhiolini smarriti seguivano i gran piatti allegri di profumi e sughi, che man mano, serviti nonni, zii, cugini grandi, ospiti e resto, si facevano sempre più magri, smunti, disadorni…
Andò peggio, un secolo prima, alla sorellina di Massimo D’Azeglio, alla quale, tornata in ritardo per il desinare con la missy francese, fu servita la minestra fredda, sul terrazzo mentre i fiocchi di neve le danzavano sul naso… Era così, allora, e i bambini, che non erano re come quelli di adesso, non crescevano poi tanto male se tutti insieme, nelle generazioni che ci hanno preceduto, hanno fatto grande l’Italia senza poter chiamare il Telefono azzurro…

martedì 10 aprile 2018

Un panino di frittata per Michelangelo

A ventitré anni, praticamente un ragazzo, Michelangelo Buonarroti scolpiva nel marmo la divina "Pietà", dove la Madonnina sembra, nella serica purezza del volto, più giovane del figlio che reca, morto, in grembo e tanto ne andava fiero, e giustamente, che, di giorno, il grande artista fiorentino se ne rimaneva nascosto tra la folla per udire i commenti di questo e di quello e casomai portarseli a casa, nel suo tesoretto di sacrosanta vanità.
Una di quelle mattine, giunto nella Basilica che ancora non aveva il dolce abbraccio del colonnato di Bernini, ud' un galantuomo che domandava a un altro: "Oh chi mai ha scolpito un tale capolavoro?" E il secondo pronunciò un nome che era di un altro scultore e non del Buonarroti. Il quale, dunque, su tutte le furie, se ne tornò a casa sua al Macel de' Corvi, cioè davanti alla Colonna Traiana, a rimuginare. E tanto fece e tanto pensò che quella notte stessa con fiaccola e scalpello era a San Pietro a scolpire il nome suo a tracollo della Vergine. E ancora adesso, infatti, la Pietà è firmata da lui.
Ma quella notte nera, lì alla Cattedra di San Pietro, Michelangelo non era solo. Una suoretta di lì, vistolo al lavoro, gli si fece accanto e gli domandò un tanto di polverina di marmo tratta dalla dolente Madre degli uomini, e lui, distratto, gliela concesse e la raccolse nel palmo e la versò poi nel palmo di lei. Finì così? Niente affatto perché la suoretta, tutta felice, sparì e tornò solo poco dopo, recando il suo grazie in forma di panino alla frittata. Che Michelangelo divorò in alleluya e grazie...

lunedì 9 aprile 2018

Piccolo mondo giapponese

Grazie a Raiplay, la Rai si fa in non so quante e regala a chi lo desidera, un vasto assortimento di spettacoli vecchi e nuovi, polverosi sceneggiati in bianco e nero, chicche di storia dell'arte, documentari belli e anche film in lingua originale.
Bene e grazie perché dei film americano, io perlomeno, ne ho piene le tasche e l'anima. Un po' perché, a guardarli di fila, non si fa altro che veder pugni, sangue e violenza, oppure coppie miste che saltano a letto, senza neppure scambiarsi due parole e  conoscersi un pochino; e un po' perché, diciamo così, gli eroi non somigliano più affatto a John Wayne...
Sono eroi, quelli di oggi, figli del mondo a zampe in su dove siamo costretti a vivere. In "Killer Joe", ad esempio, l'eroe, il "buono", è uno spietato killer che se la fa con una minorenne. Se questo è un eroe, io sono Joe Condor. Davvero. In un altro film, uno nel mucchio, cioè "American Beauty", si finisce, vista la melma tutt'intorno, a parteggiare per un ragazzo scorbutico con la passione di videoregistrare il mondo e che di professione fa... lo spacciatore di droga. E questi sono soltanto due esempi presi a casaccio dal mondo del mago di Oz. E quindi, e passo al sorriso, con sollievo, gratitudine e allegria, mi sono vista tre bei film giapponesi, su Raiplay, tutti eleganti come sono sempre i giapponesi (le stoffe dei kimono, la meraviglia di quelle tinte fuse insieme con grazia divina!), che raccontano storie semplici, famigliari, dove però i buoni sono buoni e i cattivi no, dove nelle famiglie i padri non sono sempre orchi e le mamme, non sono sempre di fretta ed in carriera, ma sono donne e lavano e cucinano e cuciono persino. Per vederli, andate su Raiplay, sezione film in lingua straniera: sono lì, in fila, tutti per voi. Nell'abbraccio d'oro del Sol Levante.

domenica 8 aprile 2018

Compagne di scuola





Splende il sole, un sole già di primavera, su questa bianca domenica in albis, giorno in cui, nella chiesa nascente, i catecumeni, dopo il battesimo, si toglievano le vesti purificate e cominciavano la loro vita nuova, nella gioia del ritorno a casa. Anche io, a modo mio, sono tornata a casa, sabato pomeriggio, nelle ore che ho trascorso in una sala sotterranea del Church Village Hotel (come antiche catacombe…), dove si teneva un bel convegno dal titolo: “Dove va la Chiesa Cattolica?”, nel ricordo "Pro Vita" del compianto arcivescovo di Bologna, Carlo Caffarra (che io amo). La sala era piena piena (cosa sorprendente visto che ai convegni di solito le sedie sono vuote…) e tutti, festanti, nell’udire chiare le parole chiare della dottrina del deposito di Pietro (che mai può mutare e che il Pontefice è chiamato a conservare) Al tavolo della presidenza i due santi cardinali, Walter Brandmuller e Leo Burke che hanno parlato dell’importanza del “sensus fidei fidelium” (cioè di quanto basilare sia la fede dei credenti per i Pastori) e della “plenitudo potestatis” del Pontefice che, al contrario, ne delimita i confini.  Lezioni alte, sublimi, eppure seplici, comprensibili a tutti, come certe lezioni che sentivo, ragazza, all'Università e che diradavano le nubi mie sui trimetri giambici o sul linguaggio segreto dei villancicos.  Che bel respiro! Gli applausi tutt’intorno, entusiasmo, gioia vera, vita. Interviene Marcello Pera, con quel suo bel volto concentrato, ma ecco cambiare il programma. Il professore s’impiglia nel catechismo, non sa, da buon laico, che cosa sia la sapienza del cuore. Sento una gomitata al fianco. E’ la mia vicina: “Ma che sta a dire questo qua, con rispetto parlando?”, dice e io “Bo?”, rispondo. E tutte e due, precipitate dalle stelle alle stalle (per aspera ad astra) ci ritroviamo a ridere come due vecchie compagne di banco.
Infine, un link  a uno stupendo inno scritto dal cardinale Newman...

https://www.youtube.com/watch?v=DZzKLZITZ0Y&list=RDMMDZzKLZITZ0Y

venerdì 6 aprile 2018

Vita nascente


Io non riesco proprio a capire –  nel mio piccolo e piccolissimo, e scusatemi se potete - perché l’onorevole Monica Cirinnà ha dichiarato guerra a un manifesto che mostrava niente altro che la sagomina di una creatura nel grembo della sua mamma. Niente di più dolce, inerme, indifeso… Davvero, mi chiedo, possibile che questa semplice, divina meraviglia – la vita nascente nel miracolo del mistero – possa scatenare tanta violenza verbale e poi tradotta in fatti? E non credo, onorevole Cirinnà, che un manifesto in Via Gregorio VII possa far cambiare idea a persone che, come lei, le idee le hanno ben chiare. E non sono certo idee democratiche. Perché, mi perdoni, cara onorevole, ma noialtri – quelli, cioè, che ritengono la vita un dono e non un diritto – siamo bombardati notte e dì dal vostro punto di vista. Che è, appunto, il vostro.  E non per questo lanciamo crociate su Twitter e chiediamo l’intervento della sindaca Raggi. Noi sappiamo, perché lo sappiamo, che se i ciechi conducono altri ciechi si finisce in un’Italia desolata, senza bambini, dove lo spietato pifferaio di Hamelin con le sue blandizie e i richiami al diritto universale dell’uomo su tutto ciò, in realtà, che non è umano e non appartiene agli uomini, conduce chissà dove i tanti bambini perduti, nel massacro inconsapevole, quotidiano...
Ma, cara onorevole, il sole splende, domani è la domenica in albis, il giorno della misericordia, e quindi, coraggio, avanti. Solo un piccolo ricordo. Il ricordo di quando, in un giorno di marzo, fuori da un laboratorio asettico di varecchina e pulizia, c’ero io con un foglio in mano. Il foglio che mi diceva che sì, la vita fioriva nel mio grembo, che il mio bambino sarebbe nato: sì, cara onorevole, il giorno più bello della mia vita!

mercoledì 4 aprile 2018

Un piatto in più

benniposh principessa

Quando l’Irlanda era ancora l’Irlanda, gli uomini e le donne erano tranquilli e San Patrizio dava il la alla vita verde del piccolo popolo di poeti e musicisti, io ero a Dublino, ospite in un quartiere semi-centrale di villini con il giardino davanti e di dietro, dove regnava l’ordine beato di una certa signora alta, sottile, solenne, dagli occhi azzurri che di nome faceva Kathleen e per cognome portava, sposata, un cognome che era più francese che irlandese e che, tradotto da noi, significa piccolo. Era il suo piccolo regno a due piani, tenuto da lei nella felicità domestica; sventolavano le lenzuola ogni quattro giorni, il pane alla soda era quotidiano e così pure l’apple pie che lei preparava, sveglia al mattino all’alba, mentre noi, al piano di sopra, dormivamo i bei sonni della gioventù innocente  sotto le coltri di piuma…
Al pomeriggio, nel fazzoletto verde che si stendeva sul dorso della casa, era tempo di giardinaggio. Mrs P. indossava il suo grembiale bianco, un cappello di paglia, guanti da erbe e, con il forbicione, tagliava, spuntava, rassettava siepi e alberi. A me toccava il beato compito di raccogliere gli scaramacai che erano, per Mrs P., nemici da abbattere. Io li raccoglievo in un cestello, neri, viscidi, sinuosi, e lei non so che cosa ne facesse però scomparivano nel garbo suo che forse, ora che ci penso, era anche un poco feroce.
Il suo inglese, ricamato di cortesia e buone maniere, era rotondo, tutto formule masticate da cent’anni e che regalavano il sollievo al cuore. Molti anni dopo, con la babysitter di mio figlio, siciliana, ritrovai il bel barocco cortese nella lingua già scarnificata dei nostri tristi giorni perché lei, quando desiderava restare a cenare da noi, non si autoinvitava, per carità, ma con un  ahhh di sospensione diceva: “Stasera sono libera… “ e aggiungeva, ma solo dopo aver lasciato in aria quel tanto di attesa che serve a prendere bene la mira: “Se Dio vuole…”. Non capivo, quando capii, mettevo sul tavolo un piatto in più…

lunedì 2 aprile 2018

Divina bellezza


C’è nell’aria come una trina d’oro, intessuta dagli arcangeli e dalle potestà, che vela di muto splendore la creazione, quella creata e quella creata dalle creature. Alberi e case, la tenera erba e i piccoli nontiscordardime e anche le strade romane, in su e giù carovaniero, mangiato dall’acqua e dalla neve. C’è nell’aria, e si sente, il profumo della vita nuova, della verità semplice, silente, piccola così che torna con forza a dirsi unica, divina, invisibile bellezza, regina del mondo visibile che a lei si inchina. C’è e io, dentro, sento una serenità di serafini, come se mille nuvole danzassero sulle punte nell’anima mia, piroettando su un orizzonte di miele. C’è, in questo lunedì dell’angelo, la speranza della rinascenza, l’anelito a tornare lassù per bene vivere quaggiù, tra i fratelli.
Io guido, nella città che piano piano si risveglia dopo la Santa Pasqua per arrivare dove so io, nella casa grande, circondata da verde giardino, che mi ha visto bambina. In corsa percorro il viale, chiamo chi dentro ancora vive, entro nel buio androne, mi perdo nella ricordanza dei tempi remoti in cui il bene era il bene e il male, da confessare, male. E in folla, ecco la Mimma e Sormario e la nonna Stella tornare di ossa e di carne, mentre l’erbe bussano alla porta finestra e con loro il nero gatto che pare sempre affamato di carne e d’amore. La testa mi gira e mi siedo mentre mia madre prepara il caffè. Poi, tutta pensierosa, mi dice: “I gemelli sono andati via. Come faccio con la faraona…”. Un sorriso di quotidianità mi riempie il cuore e mentre lei, da sola, si risponde, io giro il cucchiaino nel nero caffè benedetto e taccio, beata.