C'è, nella bassa padana, lì dove il Po crea un'anta che bagna di nebbia la pianura, un piccolo paese che è tutto quanto nella sua piazza rettangolare e molto felliniana, nella Chiesa bella intitolata a Sant'Antonino, nel campanile pendente che è, a modo suo, una piccola torre di Pisa veneta; c'è, dicevo, un paesino di nome Ficarolo che, nella geografia della mia esistenza, non sarebbe entrato mai se non per le alchimie misteriose della Provvidenza che cuce i passi umani alla volontà divina sua.
Ed eccomi, infatti, a Ficarolo, in una nebbiosa mattina di dicembre, in un casolare antico dove vive una famiglia antica, piena di bambini e zie e zii e nonni fino a non saper dove metterli. Nella tavolata grande loro, l'Italia fiorita di una volta che era, un poco, anche quella della famiglia mia. Salsicce, pastasciutta e verdure vanno e vengono come vanno e vengono a turno i commensali: prima le bambine piccole tornate dalla materna, poi le grandi dalle medie, gli uomini dalla campagna, le mogli dai negozi e dalle case intorno. Arde la brace nel camino e il profumo di carne arrosto riempie le stanze al pianoterra e il cuore, mentre Giannina, per sciarpa un metro giallo, insegna a me a prender dal cartamodello il figurino per un vestito rosa che verrà. Intanto la gatta Minnella, bianca e d'argento, ebbra di fuoco e di calore, pisola sul sofà e, se disturbata dalla bambina Alice, che la vuole in braccio, lunga sul petto, lasciando pendole le zampe dietro e davanti, tira fuori le unghie e fa il muso feroce perché anche lei non vuole disturbare il caldo dopopranzo di una antica famiglia italiana...

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