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venerdì 7 dicembre 2018

Un grillo al mercatino


Cuori angelici
Qualche tempo fa, più o meno l'altro ieri, sono usciti su tutti i giornali i dati del Censis che raccontano un'Italia incattivita e impoverita, un'Italia dove il vento del nuovo al governo non ha donato il respiro della pace. Ebbene, questa mattina, al mercatino del Car Boot market, ai piedi allegri del Testaccio, io, quell'Italia lì, piena di timore, incapace di sorriso, amara, agra, incollerita e triste, l'ho incontrata nei visi dei tanti che andavano e venivano tra le tante bancarelle allestite che offrivano di tutto un poco.
Ad avvicinarsi ai tavoli, per carità, si correva via come nel timore di essere morsicati da una vipera, e le quattro chiacchiere che condivano di gioia, un tempo, i magri guadagni da mercatino, in tasca al gigante Barabù. E addio.
C'era il sole, calduccio, all'ora alta del buon pranzo, ma tutt'intorno, per me e per gli altri venditori, si respirava il ghiaccio. E non perché non si vendeva, no, oppure, meglio, non solo, era un qualcosa di ostile nell'aria che serpeggiando andava, rimbombando nei tamburi ossessivi di una banda di ragazzi che riempivano di ritmi tribali il meriggiare romano. Non campane della domenica, ma tamburi in un rincorrersi di botti e urla...
L'unica a divertirsi, saltellando, beata, tra le bancherelle, una bimbetta nomade, di cinque anni o poco più, che ai tavoli chiedeva dolciumi e doni. A me ha chiesto una busta (che le ha dato il mio amico Giampiero, essendo la mia troppo piccola) per metterci dentro il giacchetto e il bottino. Poi mi ha domandato come mi chiamavo e dopo averglielo io detto, lei mi ha detto che si chiamava Valentina e saltellando, oplà, via di nuovo a caccia di avventure, ghiottonerie e giocattolini. In quel gelo, però, poco più tardi sono arrivate anche per lei parole amare e inviti lividi  a smammare.
Ma lei, spallucce, e via: un grillo valentino al mercatino...


giovedì 29 novembre 2018

La fretta è cattiva consigliera

Respirando la pace

Come nei bei tempi dorati di quando avevo il mio bambino piccolo, eccomi di gamba svelta (che quella, a Dio piacendo lo è ancora), scendere giù per la scalinata di Magnanappoli, respingere gli attacchi dei venditori di braccialettini che sono appostati ai piedi dei gradini e percorrere, in un balzo, le Botteghe Oscure diretta alla Biblioteca Centrale ragazzi dove ero solita recarmi spesso a prendere e a riportare i tanti libri letti, amati e digeriti dal figlioletto. Passo, davanti alla bella chiesa di San Carlo, che mi guarda pensoso da lassù nel suo bel medaglione trinitario, e butto un occhio a una bancarella di cappellini deliziosi dove la venditrice, seduta su una sediola, si sta amabilmente truccando, baciata da sole e proseguo fino alla meta. Che raggiungo col sole alto, all’apertura. Cercando come cerco un libro per piccini, mi accorgo, con un sospiro, che la bottega dei piccoli è chiusa al lunedì. Così, salgo le strette scale e per fortuna mi accoglie il volto sorridente di Lionella che conosco perché mi conosceva in quei tempi lì di cui ho scritto sopra e lei si offre volontaria per cercare il librino dei desideri.
Si tuffa per le scale e io riconoscente aspetto. C’è però in un angolo buio di rancore un certo signore che, sbuffando per l’attesa, rivendica il suo diritto ad essere ascoltato. Evvia, dove sono i suoi libri ordinati con l’interbibliotecario? “Mi dispiace… è colpa mia…”, mi scuso. E lui, senza degnarmi di un’occhiata, dichiara: “Ebbene fatela risalire la bibliotecaria!”. Intende Lionella, che viene chiamata all’interfono. Pochi minuti ed è già su. Il tipo, rabbiato ancora, dice: “Ho avuto una sospensione per il tal giorno e…” In sospensione, conclude Lionella: “E i suoi libri sono arrivati qui e, durante la sospensione, se ne sono tornati a casa loro”: Sì, ho sempre pensato che, andando in biblioteca, bisogna metter fretta e fregole in naftalina e che la fretta, comunque, è cattiva consigliera…

domenica 18 novembre 2018

La leonessa di Gustavo



Dal Brasile, dove ha costruito casa, famiglia e felicità, mio fratello Marco ha anche ricostruito, in fantasmagoria certosina, le mirabilia di famiglia, negli avi nostri che, chi per un verso, e chi nell’altro si è ritagliato un posticino nella piccola storia tricolore. E le pesca tutte quante lui, spulciando su siti e biblioteche, in quel vasto mare che spaura e smaga per la vastità illimitata senza forma. Ma Marco, a zii e bisnonni, dà forma e sostanza nelle imprese loro e scova ciò che era sepolto, perduto, dimenticato. Riportandolo alla luce della nostra memoria famigliare: grazie!
 Scopro, così, che il bisnonno paterno, il Capitano Ludovico, morto ad Adua, giovanissimo, già padre di molti figli (tra i quali mio nonno) con baffi all'insù, oltre ad aver scritto la prima grammatica di tigrino, ha anche raccontato la geografia eritrea, tra amba e aradam e in più volumi.
Scopro che il prozio Piero, ex ministro di Grazia e Giustizia a Salò, aveva un’idea tutta sua, raccontata su Oggi, sul perché Galeazzo Ciano non venne graziato. E non mi meraviglia: lo zio Piero, da me amatissimo, di segreti ne conservava tanti.
Ma soprattutto, vengo a sapere (e cado dalle nuvole davvero!) che il bisnonno materno, Gustavo, ai suoi tempi, elegantissimo in nero stiffelius, con bisturi di precisione, operò niente meno che... una leonessa come racconta, in una copertina, la Domenica del Corriere, dove il felino appare color ocra e grande come due uomini messi insieme. L’immagine è carina e rende l'idea del tipo d'uomo che era Gustavo e di cui si è perduto lo stampo. Carina, per carità, ma molto meglio il racconto, corredato da gesto descrittivo, di nostra madre che qui riporto così come la vedo per come me l'ha descritta Marco: “Mio nonno impugnò il bisturi e zic zac zac, come Zorro, la curò”. 

sabato 17 novembre 2018

Un marchese a Magnanapoli

A Santa Caterina a Magnanapoli, una piccola chiesa color di neve che sembra aver per campanile la Torre delle Milizie,  dove il bianco barocco si sposa, nell'innocenza, con le anime oranti e con la mia, ci sono molte piccole cappelle. Ma bella tra le belle, secondo me, è la cappella Patrizi, dipinta e affrescata da Giovan Battista Passeri, un pittore poco conosciuto del Seicento e che era, oltreché pittore, anche poeta e biografo di pittori. La bellezza sublime della cappella è nel dipinto centrale che raffigura, tutti e tre insieme, uniti dall'amore, i tre Arcangeli. Sulla sinistra, per chi guarda, c'è San Gabriele col suo bel giglio bianco della purezza e anche di Santa Caterina (il cui nome vuol dire, appunto, pura). Al centro, San Michele, generale delle milizie celesti, vestito in armatura da antico romano; sulla destra, infine, San Raffaele, l'arcangelo taumaturgo che tiene per mano un angiolino, in forma di angelo custode di tutti e di ciascuno di noi.
Rovesciando il naso in su, si scopre che la cappella è un trionfo d'angeli che vengono raccontati, in foggia diversa, ma pieni di generose ali, in episodi evangelici in cui essi irrompono nella vita umana, con il loro candido splendore. C'è l'angelo che avverte Giuseppe di fuggire in Egitto con la sua famigliola, c'è quello che libera San Pietro dalla prigionia, l'angelo di Santa Caterina e al centro, la scena delle scene di tutta la nostra santa tradizione: Il Creatore in atto di dare a Gabriele il sublime  ordine...
Io, per celebrar degnamente tutta questa bellezza, ho portato in Chiesa un discendente di casa Patrizi che, giunto in bicicletta, nel traffico della prima sera, si è perduto nella rimembranza di avi suoi cardinali, beati e quasi santi. E io con lui, in gioia.

venerdì 19 ottobre 2018

I gatti di sant'Isidoro


Ogni volta che mi pare di aver colmo il bicchiere delle meraviglie romane, mi devo ricredere quando scopro, qui e lì, le delizie nascoste al turismo mordi e fuggi e ai romani distratti dalle troppe strade della rete che, come si sa, imprigiona. E dunque, questa mattina, appena dopo le otto, quando la mia Roma, dolce, è ancora un poco quella di tanti anni orsono, prima del dilagar del traffico e della confusione, a passi svelti, eccomi diretta a via della Purificazione che sale, come a ricordar che erta e la strada della santità, da Piazza Barberini su su fino a via degli Artisti e poi, piegando a destra a raggiungere la bellissima chiesa bianca, illuminata come dal sole, di Sant’Isidoro (un santo spagnolo, laico e contadino) che è chiusa sempre, ma non per me che ho avuto la grazia di conoscere P., il quale oggi la apre tutta per me. Oltre il nero cancello di ferro, mi accoglie un giardinetto antico e dentro - oh meraviglia! – due gatti! I gatti di Roma esistono ancora a Sant’Isidoro! E sono i soliti gatti vanitosi che si lasciano fotografare ma non accarezzare e che, con il muso all’aria, mendicano un boccone.
Dentro, poi, la chiesa racchiude cappelle di meraviglia. Tra tutte la cappella Da Sylva, dove il Bernini ha realizzato in marmo le allegorie delle virtù. Bellissima, la Carità, con un viso dolce d’angelo di paradiso, la quale offre il suo morbido seno per il nutrimento terrestre… Mamma è, nella filologia, colei che nutre, mamma, mammella, vita. Altro non dico e non aggiungo perché chi vorrà venire con me sarà benvenuto. E a tutti, con una riverenza, sotto un sole turchino che pare ancora quello che abbracciava luglio e agosto, vi saluto.