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giovedì 27 giugno 2019

Una piccola intervista






https://www.fenicebookstore.it/il-mio-incontro-damore-con-elisabetta-e-caterina/

Ecco, sì mi ero dimenticata di citare la fonte e di ringraziare Diego Zandel che ho conosciuto tanti anni fa, ragazza con i libri cuciti al cuore. Proprio come lui.

IL MIO INCONTRO D’AMORE CON ELISABETTA E CATERINA


di Diego Zandel

Giornalista, scrittrice, traduttrice, Benedetta de Vito ha scritto un libro “C’ero una volta”, edito dalla Oltre Edizioni, che racconta il suo percorso spirituale intrapreso grazie all’incontro con le sante Elisabetta e Caterina. L’abbiamo intervistata.
Benedetta, in che modo pensi la sua lettura possa essere utile a chi si accosta ad esso?
Il mio piccolo libro è la storia della mia “conversione” che vuol dire ritorno. Un ritorno al Signore, da dove tutti veniamo. Ritorno vuol dire che, bimba, io ero già lì. Poi il mondo mi ha sballottata di qua e di là fino al giorno in cui ho avuto, per così dire, la mia sacra Pentecoste e poi dieci anni di preghiera e silenzio nella purificazione. Elisabetta (Canori Mora), che aveva avuto un percorso simile al mio, mi ha preso per mano lungo il cammino. Caterina mi ha insegnato il coraggio e a scrivere lettere. Devo a lei la grazia di aver avuto un breve carteggio con Benedetto XVI, un Papa che amo. Le sue lettere, cinque, sono custodite in una scatola rosa e nel mio cuore. Penso che, nel mondo arido e senza Dio in cui ci ha precipitato la modernità, “C’ero una volta” possa essere una piccola oasi di acqua di vita e una speranza.
Senza voler fare una graduatoria che non ha senso, ma entrando nel merito delle loro figure e della loro storia, cosa distingue sante come Elisabetta e Caterina rispetto ad altre sante anche più famose?
Certo, tra i Santi non ci sono graduatorie: sono tutti uomini e donne di Dio, che vivono nella vera vita, dove regina è la Carità, cioè l’amore, e dove spira la brezza di Elia. Uomini e donne che hanno trovato, pur nella continua lotta spirituale, la pace del cuore. Nella libertà che è dono del Signore. Ogni Santo ha il suo carisma e ognuno di noi ha, per così dire, i “suoi santi in Paradiso” (non nel senso del mondo!). E’ nel silenzio del cuore che tutti possono udire la loro voce e scoprire le meraviglie che possono insegnare. Ho già scritto il seguito del mio libro, dedicandolo a Santa Marcella e a Santa Emerenziana, due sante romane, morte nei primi secoli della nostra era, che, per motivi differenti, sono venute a trovarmi e regalarmi le perle dei loro doni…
Il tuo può essere considerato anche un libro di meditazione?
Sì, in un certo senso. Per me, maestra è la semplicità. I miei piccoli-grandi viaggi per le strade di Roma, rincorrendo le due Sante, se insegnano qualcosa, è un metodo schietto di affrontare la geografia interiore e possono incuriosire i lettori spalancando una porta segreta sul misticismo. Ma non sono cose astratte, tutt’altro! L’ascesi e l’unione portano, dopo il lungo travaglio della Salita al Carmelo, una dolce disciplina dell’anima che dà i suoi frutti nel mondo. Santa Teresa d’Avila, dottore della Chiesa, diceva, ridendo (allegra com’era): “Dio cammina tra pentole e tegami!”.
Consiglieresti la lettura del tuo libro a un laico o a un credente di un’altra fede o, addirittura, a un ateo? E per quali motivi?
Molte persone, amici e conoscenti, atei e credenti, mi hanno scritto, felici di aver letto il libro perché regala un viaggio interiore che, per tutti, può essere illuminante. Una persona, in particolare, dopo averlo letto e avermi incontrata, è andata a confessarsi. Per me, il dono più grande. Una grazia

giovedì 13 giugno 2019

Il re del vento


In una certa, piccola libreria, incastonata, diciamo così, tra le mura bianche di calce e sogno, di una casa che dico, sospesa tra cielo e mare della Sardegna, mi capita di trovare, come alla deriva, libri che miei non sono e che non ho comperato e che qualcuno, per grazia ricevuta, ha lasciato lì, come piccolo segno di presenza e poi di assenza. Io, appena giunta lì dove scrivo, corro sempre a controllare nella bibliotechina delle meraviglie se un volumetto si è arenato tra gli scogli di carta, se c’è un nuovo venuto, un naufrago che mi invita alla sua lettura. Così trovai, anni orsono, la storia dell’isola di Tavolara e, come da scoglio in mezzo all’onde, si fece il più piccolo regno della terra e fosse popolato da mitiche capre dai denti d’oro…
Lo scorso maggio, invece, legato a una boa e portato dalle maree misteriose della vicinanza, ho trovato un piccolo volume color  giallo arancino dal titolo, per me, molto attraente “Il paese di ‘Contos’” e sottotitolo:  Viaggio intimo alle origini del mito in Sardegna, edizioni Agrifoglio. Sciolti gli ormeggi, me lo porto in camera e mi immergo nella lettura. L’incipit, in medias res, mi colpisce subito e non smetto più di leggere fino a che le palpebre, molli, e le nuvolette dentro, mi impediscono di andare avanti. Sono nella mia Sardegna di quando, piccola, vi arrivai or sono cinquanta anni. Gli uomini, in costume, vestiti di velluto e ogni sfumatura di colore significava un paese diverso (cosa che non sapevo). Sono di nuovo bambina, nella Sardegna (ora sparita) spazzata dal vento del maestrale che respira, pare, come la marea. Sono bambina e, io pure, come l’autore Raffaele Piroddi, assisto, a bocca aperta, alla magia di Serafino, il re del vento, che governa, imperiosetto, le raffiche del maestrale…
Perduta nei “contos” di Piredda, penso alle mie storie tragicomiche e a tutti i “contos” che ancora oggi mi raccontano i tanti amici sardi che mi vanto di avere.

domenica 9 giugno 2019

Libri al Testaccio

Piccola, dove sei?
Per molti anni, ma molti davvero, ho preso i libri in prestito alla Biblioteca Rispoli che era (e non più) affacciata sulla via della Gatta. E prima di immergermi in tutti quei volumi che, magicamente, potevano essere miei almeno per due settimane e addirittura un mese e mezzo, passavo davanti alla gatta egiziana in bilico sul cornicione di Palazzo Grazioli e le facevo un sorriso e una riverenza perché lei, e io lo sapevo, viveva e vive lì dove io, al temine del lungo ritorno, ho ripreso a respirare…
Non so più quanti sono stati  libri che hanno dormito qualche tempo in casa mia per poi tornare, per me nudi, tra i loro fratellini in fila allegra sui tanti ripiani delle sale. Ora, dicevo, la Rispoli è chiusa e per qualche tempo, attonita e dispiaciuta, ho smesso di frequentar le Biblioteche di Roma che pure tanta gioia mi avevano donato e viaggi intorno al mondo e all’anima. Poi un giorno ho scoperto, entrando nel mio account, che le Biblioteche hanno inaugurato un giochino per bibliofili, detto all'inglese Game, e, incuriosita, ho scritto la mia prima recensione e poi una seconda. I punti sono fioccati e i titoli, per me. Ora sto per diventar, udite udite, "bibliofila" e domani chissà, in gran divertimento.
Rinato l’amore per la biblioteca (che dormiva dentro di me in gran segrete stanze), eccomi eleggere la nuova biblioteca mia, che si trova a un tiro di sasso della Piramide Cestia ed è intitolata ad Enzo Tortora che io ricordo, garbato,  nella sua  allegra trasmissione con il pappagallino dal titolo molto british di “Portobello”. Così, quando il bisogno di leggere libri che non trovo altrove si accende eccomi sulla metropolitana B a sfrecciar nel buio per esplodere nel sole alla Piramide, lì dove, bimbetta, aspettavo affamata e fremente mia madre che mi raccoglieva giunta io, da scuola, con Livia e Marco, al capolinea del 95…

martedì 4 giugno 2019

Un viaggio straordinario

Qualche tempo fa, Marco Tosatti, ex vaticanista della Stampa, e ora animatore di un blog fortunatissimo di informazioni su Vaticano e dintorni, "Stilum Curiae" (che io seguo con assiduità) ha dedicato al mio "C'ero una volta", un post tutto suo che qui allego, insieme con il link http://www.marcotosatti.com/al blog di Marco che è preciso, ben fatto, interessante e ricco di spunti...
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, una post di consigli ai lettori. Se amate Roma, se – in particolare siete cattolici, magari cattolici B.B. (before Bergoglio), e vi piacciono le storie di santità semplice, seguite passo passo nei luoghi in cui si sono svolte, c’è un libro per voi: si chiama “C’ero una volta”, scritto da Benedetta de Vito, che ha seguito a Roma le tracce di due sante. Una molto famosa, Caterina da Siena – e Dio sa se forse ce ne vorrebbe una, di questi tempi – e un’altra certamente meno nota, ma dalla vita ricca di drammi e di bellezza, Elisabetta Canori Mora.
Un libro denso di fede e di memoria, molto personale, come potrete capire da questo incipit del viaggio di Benedetta nella santità di due donne straordinarie, e nella ricchezza eccezionale di Roma.
Nella comunione dei Santi
Bambina, ho avuto la gioia e il privilegio di avere una nonna, Lisetta, (rimasta un poco bimba anche nel suo nome  vezzoso) che, al pomeriggio, quando stanco il dopopranzo sembrava non sciogliersi mai nell’ora di merenda, tirava fuori un gran libro con copertina cartonata dal titolo semplice, “I Santi del giorno”, e leggeva a voce alta, qui e lì. Da lei seppi ad esempio che il termine cappella viene da cappa,  ossia mantello: il mantello che San Martino diede, tagliandolo a metà, a due poveri infreddoliti e che i re merovingi veneravano nel loro oratorio. Un angolo chiamato per metonimia (cioè una parte per il tutto) col nome di cappella, piccola cappa. La parola ora indica un particolare luogo consacrato in tutte le chiese del mondo.
San Martino, lo conoscevo appunto, per il mantello donato ai mendicanti e perché, a metà novembre, regalava la sua fragile estate radiosa. Io, piccola, lo vedevo vivo nell’atto del dono. Conoscevo già anche le due Terese, la grande e la piccola, e alla piccola preferivo, non so perché, la grande. Poi c’era Santa Monica che aveva un figlio scapestrato di nome Agostino, Sant’Agnese coi bei capelli lunghi a coprir le nudità, Santa Caterina, bionda, bellissima, con la ruota e le mistiche nozze col Bambino. Li conoscevo, i Santi, nei racconti della nonna Lisetta, che mi faceva vedere il vermiglio delle loro gote, i piedi innocenti, gli occhi in preghiera.
Poi gli anni sono passati, la nonna è andata lassù (con pianto mio), io mi sono fatta donna e ho letto molti e molti libri di e sui Santi, compresa la “Filocalia” e l’”Imitazione di Cristo e la “Salita del Monte Carmelo” e certo ora ne so tanto di più. Eppure l’incanto infantile continua a colorarli di stupore. Luminosi, i racconti della nonna Lisetta li restituiscono alla memoria e addirittura al mio sguardo e mi sembra quasi di conoscerli meglio, passando attraverso la bimba che sono stata. Mi pareva, allora, nella mia età verde, che la verità che cercavo fosse tutta quanta racchiusa in quelle misteriose esistenze perdute nella lontananza dei secoli passati.  Nel leggere i loro scritti, adesso in età matura, ne ammiro la modernità, il logico ragionare, entro in muto colloquio con loro, li sento vicini, facendoli entrare nella mia vita. Ma, nell’innocenza bambina, con l’amore acceso e il cuore in impeto di petto, li conoscevo, diciamo così, per osmosi, come abitando dove abitano loro, con la sapienza tenera del cuore che è la verità…
Ad esempio, io, tornata piccina pur già donna e mamma,  camminando tra il Rione Monti e Trinità dei Monti, ho incontrato la Beata Elisabetta Canori Mora, trinitaria scalza, sposa e madre e con lei non ho smesso mai di camminare.
Ma prima che ciò avvenisse, prima, cioè, che Elisabetta prendesse a camminarmi al fianco, doveva accader altro, un piccolo prodigio che mi s’apparecchiò davanti durante una delle tante mie libere passeggiate romane, in solitaria, in compagnia soltanto del respiro, nel dolce meriggiare d’autunno.

Che cosa sia avvenuto, lo leggerete nel libro, se volete. Buona passeggiata.