Eccomi chiusa in casa, di nuovo, e questa volta con una sinusite forte, che mi serra il viso, la testa e anche il collo (almeno così mi pare). Ed è risposta mia, dell'anima sgomenta, a tanti crucci che mi porto in collo, pur avendo molto camminato eppure ancora nelle retrovie. Bevo, bevo, faccio i suffumigi, i lavaggi al naso, mi infilo sotto i pannicelli caldi e umidi e a volte, in spa domestica, mi sdraio in un letto d'acqua calda. Il dolore svanisce nel tepore e lì, nel mio pensiero rivolto lassù, annego l'affanno e mi pare che tutto vada bene.
Dunque questa mattina, tra l'uno e l'altro dei mezzi casalinghi che adopero per sconfiggere il dolore, m'accorgo d'un tratto, che è il giorno della processione monticiana in onore di San Giuseppe (che si festeggia, come tuti i papà il 19 marzo) e che, per due anni non c'è stata più a causa del distanziamento sociale e bla bla bla. Andavo, di solito, insieme con Graziella. Lei e io, pie, devote, strette nel silenzio. Oggi, che gioia, ecco la banda, la bella statua del Gran Patrono, tutta piena di rose rosa e tutt'attorno la gente del Rione che riconosco. Uno, due, tre visi. Provo a salutarli, ma non mi vedono. Così srotolo un drappo fiorito dalla mia finestra per salutare il Santo che amo tanto. E d'un tratto, per quei secondo di gioia, il dolore è andato via, da solo, senza suffumigi, lavaggi e pannielli caldi...
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