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mercoledì 31 gennaio 2018

Libri di vento

Grazie a un prezioso (e amoroso) regalo di compleanno, un libro elettronico di una marca francese tal dei tali, mi ritrovo a poter portare in giro, magari facendo la coda alle poste o in treno, tra Padova e Milano, tutta una biblioteca di libri che leggo, sbocconcellandoli un po’ oggi e un po’ domani, a piacer mio, come una vagabonda tra amici. Amici, sì, perché per me gli scrittori sono prima di tutto amici, in quanto, come me, amano le parole, sirene visibili, e amano metterle in ordine, quello e uno solo, come comanda il  silente non so ché che guida nello scrivere anima, penna e cuore.

Dicevo, dunque, che con questo strumento prezioso della tecnica (io che sono figlia della tradizione e porto sotto i piedi radici invisibili ai molti, ma non a me) mi è consentito fare un poco come mi pare tra un libro e l’altro, aprendoli e chiudendoli a piacimento, al ghiribizzo, al gusto, senza preoccuparmi di finirli ora e mai più. E mi capita, nel lungo nomadare sulla rete alla ricerca di gustose sorprese tra i siti che offrono libri a gente come me, di trovare dei veri e propri gioielli. Mi sono, tanto per dirne una, imbattuta in una scrittrice, Mrs Molesworth, che scriveva libri belli per bambini e anche racconti per noi grandi che incantano per la grazia, per la sapienza della scrittura, per la trama e per il twist finale che è la ciliegia, diciamo così, sul pasticcino. Le sue “Uncanny tales” vorrei tradurle in italiano, ma, scoraggiata, penso alla mia Jeanne de Casalis e di come, di lei, da me tradotta per la Nutrimenti editore, non restano che poche copie che dormono nella pancia del mio armadio. Non è il gusto mio, decisamente, quello di questi tempi al contrario, dove il bene ha preso il posto del male, dove i serial killer sono eroi, delle povere ragazze suicide (Marilyn Monroe) sorridono come esempio da imitare, nel vuoto che hanno dentro, e dove i killer hanno sostituito San Giovanni Bosco (che oggi si festeggia e io per prima!). Vabbè, mi dico, mi dispiace per la Mrs Molesworth, e per chi, visti i tempi, non la leggerà…

lunedì 29 gennaio 2018

Dai Monti all'Esquilino

Una bennibag piena di rose per Sara
Nutro per l’Esquilino, alto com’è su Roma, e pieno di chiese, con i suoi bei palazzi in stile piemontese che paiono tutti quanti stirati in eleganti abiti alla moda di quel dì, nutro, dicevo, un amore antico e spesso, dai miei Monti (che sono, in proporzione, in basso, quasi ai piedi del primo Foro Romano), me ne salgo su, lungo la Via Lanza, verso il bel quartiere che è stato per anni casa dei piemontesi che, dall’illuminista città loro scesero, con baffi e burbanza, al Mezzogiorno, nella Roma papalina che allora non aveva né Via Nazionale né Piazza Cavour, ma era, e lo dico con qualche rimpianto, un gran giardino dove affioravano, qui e lì, orti e basiliche e dove la Santità della Città Eterna palpitava nella vera vita.
I piemontesi fecero di Roma un cantiere e costruirono il Vittoriano (che per i romani è e rimane la torta nuziale, ma che i turisti fotografano matti, scambiandolo, secondo me, per un tempio di Augusto…) e poi le vie grandi che tagliano il cuore di Roma, partendo da Termini per arrivare sotto all’abbraccio del Cupolone e molto altro. Roma cambiò, perse il suo cuore e divenne Capitale. Ma all’Esquilino, per qualche magia che è alchimia d’amore, Roma torna, per me, quella che era e mi pare, nei passi miei incantati, di ritrovare qui, proprio nella Roma piemontese, i vezzi e le malie della Caput Mundi che, nonostante i sacchi continui, lo resterà sempre. Mi perdo ad ammirare, dal fondo di Via Merulana, l’oro che splende a Santa Maria Maggiore, poi, con un quaresimale e il cappuccino, faccio colazione da Regoli (che è la pasticceria più buona del Rione) e poi, tranquilla, vado a snasare nei negozietti cinesi che sono qui e lì e ovunque e dove, spesso, non trovo proprio niente di bello. Poi, d’un tratto, Roma non è più Roma ma Medio Oriente. Eccomi al mercato, dove pare di stare in un suk damasceno e poiché l’ora è tarda e devo affrettarmi a casa, passo a comperare gli aranci dalla signora sorridente accanto al banco del pane di Roscioli e poi, in allegria, torno sui miei passi, scendendo verso i Monti, mentre il cielo d’azzurro vestito sembra profumare di bucato… 
Benni: mai dimenticato!

mercoledì 24 gennaio 2018

Alba rosa e tramonto d'oro

Questa mattina, nell’accender computer e Google, mi trovo faccia a profilo con Virginia Woolf. Di cliccar sul naso aquilino della scrittrice inglese non ci penso punto che di Virginia Woolf so tutto per averla studiata all’Università e letta fino al giorno in cui ho capito che non mi piaceva niente il suo modo gelato di scrivere e la prosa sua come inamidata e fatta e finita in lavatrice. Già, ma è proprio grazie a lei, proprio grazie alla gelida Virginia che ho conosciuto e amato, in grazia, la mia dolce, Katherine, ovverosia Katherine Mansfield che, ancora adesso, conto tra le amiche più care che ho pur essendo lei passata a miglior vita oramai sono quasi cent’anni…

E ora, se avrete la pazienza di ascoltare, vi racconto come e percome mi sono imbattuta, attraverso Virginia, in Katherine. Fu mia sorella a invitarmi a leggere “Gita al Faro” della Virginia che io leggevo come sui carboni, ogni pagina indigesta e noiosa al pare dei peperoni per il piccolo Salini. Leggevo, tuttavia, ubbidiente, fidandomi allora (dovevo aver massimo diciannove anni) del gusto altrui che non era il mio. Per riuscire a finire il volumetto, passavo per l’introduzione dove mi incuriosì una certa noticina in cui si raccontava del rapporto difficile tra la Virginia e la Katherine mia. Intanto, cominciai col comperare un librino di racconti della Mansfield e mi parve di ritrovare, in salsa british, Anton Checov che amo e amerò sempre. Lasciai dunque “Gita al faro” e mi dedicai al “Garden party” e siccome c’è un filo nelle cose, eccomi, pochi mesi dopo, a tradurre la Katherine per Gherardo Casini, che allora era un signore antico, vecchio dei suoi novant’anni e con il quale intrecciai una leggiadra amicizia, come può avvenire in un bel giorno tra l’alba rosa e il tramonto d'oro… 
Solo molti anni dopo e non so come venni a sapere che Virginia Woolf, nel leggere i racconti della Mansfield, scaraventò per terra il volumetto, furente, dicendo: “Questa sa scrivere!”. E poiché attraverso quella ho conosciuto questa, la ringrazio con una riverenza, la ricordo per l’esser stata un ponte e prego anche per lei, Virginia, che è lassù. 

martedì 23 gennaio 2018

Nozze di diamante

C’era, ieri verso l’ora del tè per gli inglesi, un gran via vai nella bella chiesa tal dei tali, intitolata, come molte altre, alla Madonna, perché si celebrava, in questi aridi tempi di nozze in volo e di divorzi lampo, una piccola cerimonia per celebrare i 60 anni di matrimonio di un marito e di una moglie che, per tanti e tanti anni, si sono tenuti la mano, camminando lungo il percorso a ostacoli del mondo. E per ringraziare dei tanti figli e dei nipoti e di tutto quello che di bello è stato, è e sarà. Mescolata tra la folla, un poco distante, cioè alla fila di coda, per non aver rapporti di sangue con gli sposi dai capelli grigi, c’ero io pure, nel mio raccoglimento e accettato l’invito di una vicina di casa che conosco e che si porta in giro la sua bennibag da me cucita con simpatia speciale. C’ero anche io, contenta della festa, mentre il cielo, fuori, si colorava di scuro, preparando il dopocena e il dolce riposo.
La messa è celebrata da un sacerdote che è professore e molto simpatico e anche molto preparato, ma in matematica non credo, perché, al momento di raccontar la storia degli sposetti, eccolo dire una serie di spropositi. Gli sposi, dice, sono stati insieme 70 anni (e invece sono 60) e infatti sono 60 anni le nozze di diamante, e poi, sommando gli anni moltiplicati per due, eccolo dire che sono stati assieme 170 anni, invece dei 120 giusti, essendo gli anni insieme “solo” (si fa per dire) 60. Ahiahi, mi dico, e sorrido tra me perché in lesta corsa di celebrazione, la liturgia è già alla fine e presto, presto, cominciano i saluti e i baci e abbracci e io, che ho già fatto il mio dovere all’inizio, me la batto e mi dico che forse, in tutti quei ghirigori di numeri buttati lì a casaccio, sono stata io che non ho capito perché le orecchie sono quel che sono. O forse no, ed allora evviva i professori pasticcioni!

mercoledì 17 gennaio 2018

Tra la spuma di una cascatella

Lana grigia e fiorellini di lana rosa, la mia nuova bennibag!
Ogni giorno, nella giornata che si stende come un bel lenzuolo candido tra mane e sera, io me ne sto, diciamo un'ora quasi, in un canto in orazione in una delle (tante) chiese mie. Le cambio, ora qui ora lì, conoscendone io ogni piccolo segreto, per tacita prudenza, perché è nella solitudine che il sentiero appare e nel silenzio mio tutto quanto rotondo ritrovo i passi che mi conducono alla vita vera, dove non sono che un nulla nelle mani del Creatore, protetta in Lui e tacita presenza. Distesa in quella mia verde quiete, il mondo mi galleggia intorno come in turbine di corrente che dalla rocca corre al mare. Io, gli occhi chiusi, lo trascorro, ferma come un sasso bianco tra la spuma di una cascatella…

A volte, aperti gli occhi, mi appare lampante ciò che è nascosto e tutto mi sembra chiaro sotto al mantello azzurro della verità. Le Chiese, vuote, dormono nella loro antica preghiera, mentre ogni tanto danzano nelle cassette delle offerte le monetine distratte e ballerine. A volte, poiché le chiese mie sono custodi di capolavori, entrano frotte di turisti, naso all’aria, con le loro belle macchine fotografiche legate al collo, al pari di un giogo per dire che esistono anche loro, che sono perché vedono e catturano, pare a loro, la verità. Mi guardano, a volte, come se fossi anche io una statua, parte dell’arredo sacro. Oggi, ad esempio, nella Chiesa tal dei tali, sono entrate delle ragazze assai chiacchierine e dopo avermi disturbato nell’orazione mia con i loro gridolini, lo hanno fatto anche dopo, quando, incrociandomi nell’uscire, mi hanno chiesto se, in questa chiesa, si organizzavano dei pranzi come avevano visto e letto su internet di altre, anche Cattedrali, e semmai potevano partecipare e come farlo…


martedì 16 gennaio 2018

Tessera rossa

Ebbi il mio primo contratto da giornalista (s’intende non un articolo 1) giovane e verde nella redazione di un settimanalino per teen ager che si chiamava “Hellò”. Direttore mio, e che mi scelse dopo aver io scritto per mesi e mesi lunghe e corte storie d’amore per adolescenti, era Michel Pergolani che allora, in quei remoti tempi quasi di Cleopatra, era “famoso” per essere lui nelle grazie di Renzo Arbore. Arrivava tardi in redazione, Michel, e, divertendosi leggeva i miei articoli su Simon Le Bon e su Nick Kamen, che erano i divi di allora, inventati e serviti su un piatto d’argento dal mago di Oz a chi (non io) se li beveva come semidei…
Io scrivevo, a capo chino, in compagnia di Sabrina, la segretaria di redazione, che ancora ricordo con affetto e tanta simpatia per l’intelligenza che guizzava dagli occhi neri e per il sorriso dolce che mi confortava. Passano degli anni e, rincorrendo il mio sogno di diventar scrittrice, non so neanche come e perché mi ritrovo nella redazione romana della Sicilia e dai a scrivere di questo e di quello e di politici che oggi sono famosi come Sir Pitt e Mazzarino. Intanto sono diventata pubblicista, con la tessera verde, e per diventar professionista e sostener l’esame (e ottenere l'agognata tessera rossa) ancora dovevano passare molti anni e tante pene. Che buffo, tanto patir per nulla, ché oggi essere iscritti all’Ordine dei Giornalisti (come lo sono io) ti dà il dovere appena di pagar la quota annuale e di fare i corsi di formazione obbligatoria (come se dopo tanti anni a scrivere di tutto tornassimo tutti quanti scolaretti, sui banchi di scuola…) e nessun diritto. Già serve poco o nulla oramai nel mondo all'incontrario... qualche tempo fa, all’entrata di una mostra tal dei tali, mi è stato domandato se scrivevo per un blog piccolo come il mio o per un giornale nazionale, mettiamo il Corriere della Sera (che per me di allora era una chimera). Ché tanto fa lo stesso, questo o quello pari sono. Con buon pace della tessera rossa…


lunedì 8 gennaio 2018

Cantico della terra mia

Corre il Frecciarossa giù, già, lungo lo Stivale. Ecco, i colli Euganei, in lieto e placido meriggio, nel dorato lucore del sole che sta per volgere il piedino infuocato al letto del suo occidente, morbido di nuvole d’arancio e d’oro. Bologna, in festa, attende all’imbrunire chi sale e chi scende mentre io, nella mia concentrata preghiera, ricordo il suo Arcivescovo emerito oramai rinato al cielo, Carlo Caffarra, che, per me, è un Santo, ma non così per chi siede oggi sullo scranno di San Pietro in Vaticano. Ed  ora ecco Firenze, la bella, che ci accoglie nella stazione sua la quale porta un nome tutto allegro e leggiadro, intitolato alla Vergine, da volerci stare un poco a fare un riposino e infatti il Frecciarossa schiaccia il suo riposetto, dopo tanto andare, mentre nei vagoni è tutto un chiedersi perché e percome di quel ritardo che è solo, io lo so, il richiamo dolce e lieto di Santa Maria Novella che sentono anche i trenini rossi, in corsa pazza su e giù per lo Stivale…

Via, in carrozza, si riparte. E Roma, la mia bella Roma, è la meta. E non mi importa, ora che conto le ore e i minuti per ritrovare la mia casa e le mie cose, se è sindaco La Raggi oppure no, se è sporca o pulita, se piove o splende la luna, se Spelacchio è morto o vivo e dove lo metteranno, poverino; nossignore, mi basta poggiare il piede a Termini e respirare a tutto polmone la ritrovata libertà. E sono felice, mentre cammino sulle radici antiche mie, verdi, in festosa piroetta, radici che non si vedono, ma che, baciata la lor terra, mi fanno camminare come in estasi d’amore, nella rinata primavera del cantico antico della terra mia.  

venerdì 5 gennaio 2018

Nello splendore dipinto degli Eremitani

E nel peregrinare nei bei musei civici padovani, eccomi al piano più in alto che contiene la pinacoteca, ricca di capolavori Metto il naso dentro e, un balzo in cuore: vedo come in benvenuto il ritratto di un bel paggio, con capelli chiari, una testa bionda su fondo celeste, un ritratto di Giovanni Bellini, che amavo, ragazza,  e di cui gelosa, segretamente innamorata, custodivo una copia in cartolina  e proprio non sapevo fosse  custodito qui. Che gioia! Più avanti, mi saluta la statua austera di Leonardo (un nome a me così tanto caro...) Emo di Capodilista, nobile padovano, che ha donato al museo degli Eremitani ben 534 quadri. Bè, alcuni non erano proprio quadri. Come i due Giorgione che erano i frontalini di due portagioielli. O i due Tiziano, che erano, invece, decorazioni di cassettoni. La bellezza, a quei tempi, era ovunque, sparpagliata nel viver quotidiano... Sospiro, nella gioia di veder nel quadrino di Giorgione lo stesso tema della "Tempesta" e cioè un giovanetto che osserva, col suo bel mazzolin di fiori, una bella fanciulla e il suo bambino. L'incanto e il mistero della maternità che rende il doppio uno...
Scrivo queste poche mie righe e si affollano nella memoria autori e quadri che chiedono udienza e un posticino al piccolo sole di questo blog. Chiara Varotari, ad esempio, sorella del Padovanino, che nei ritratti di bimbi regala innocenza e verità. Ahimè, non tutti entreranno perché le righe scappano via nel vortice e presto devo chiudere e correre a cucinare pesce e pasta che dalla cucina mi chiamano al dovere. Vi presento prima, però, Boccaccio Boccaccini, un pittore ferrarese tanto tenero e amoroso che doveva certo amare le sue Immacolatelle e le sue piccole Sante in mistiche nozze con il Bambino.  Ma, povera me, scopro che nel 1500, questo pitore che sembra dipingere col velo della dolcezza in cuore, uccise la moglie, colta sul fatto da lui in tradimento...
 Ma il cuore mio, da sempre, batte batte per Andrea Mantegna che proprio qui ha lasciato un capolavoro: la Madonna della tenerezza. In gentile acquerello, Maria e il suo piccolo Gesù se ne stanno tutti quanti abbracciati, gota a gota, gli occhi chiusi, tutti presi in sorriso dal loro radioso, infinito, beato amore. E per fortuna che c'è Adriano, volontario sorridente, padovano in baffi e buona volontà, e innamorato d'arte, di bellezza del suo campanile, che lo indica a chi, come a me, era sfuggito...

giovedì 4 gennaio 2018

Maxsuma agli Eremitani

Con il terzo occhio aperto e acceso, eccomi nella gioia del pomeriggio libero che si toglie il suo mantello di nebbia, bagnandosi il naso di pioggia, eccomi, dicevo, al Museo civico degli Eremitani, dove Padova - che non  è soltanto la Città del Santo e della Cappella degli Scrovegni - regala, generosa tutto il suo fior fiore di bellezza a chi non vuol fermarsi a Giotto e a Sant'Antonio (che pure bastano e avanzano).
E siccome il giro è lungo e tante, tantissime le cose da vedere, dividerò il mio girovagare in due puntate. La prima comincia al piano basso, in faccia al chiostro che fu abitato dalle preghiere dei monaci eremitani. dove sono custodite le archeologie di Padova, dal protoveneto all'età romana. Protovenete e splendide le steli funerarie, dove in cocchio, le anime sono condotte da cavalli in furia nell'altro mondo. A far da guida, un auriga e un animaletto (un cane, un uccello), scout del paradiso dove abitano, innocenti già in questo mondo. Come sanno gli sciamani siberiani e anche altri...
Più avanti, che delizia, ecco le statuine equestri in bronzo che sono, in miniatura,  le trisavole del gran Gattamelata che sfida pioggia e nebbia davanti alla gran Basilica dei francescani. Un arciere a cavallo l'ho ritrovato, poi, anche nel Battistero del Duomo, affrescato da Giusto de' Menabuoi, dove bisogna entrare ad occhi chiusi per aprirli poi al paradiso...
L'amore mi guida tra le steli romane dove riposa, in cornice, una fanciulla di nome Maxsuma, che era figlia di un tale Antonio Rufo. L'amore di un papà la rende viva, dolcissima, con trecce e pendenti,  in mano un pomo: la vita che non ebbe. Sul colmo della cornice in pietra, due uccellini cinguettano in letizia. Poi, commossa, mi fermo davanti a un modellino in terracotta di gladiatore, con un mascherone in faccia che pare da ufo robot: il tenero giocattolo di un bambino, che con lui partì per il viaggio eterno e per arrivare fino a noi...

lunedì 1 gennaio 2018

Buon anno a tutti!

Piove in aghiforme pianto, almeno qui a Padova, sul neonato 2018, mentre s'apparecchiano nelle case i pranzi di benvenuto e di auguri, con le lenticchie che portano denaro e gusto in tavola e mentre ognuno, come rinato in dopo storia, sogna il suo privato sogno per un avvenire migliore. un regalino, che so, della Provvidenza.
 Io, silente nel ritiro padovano dove giorni e ore sono grani di rosario, tra una visita alla cappella della Beata Eustochio, e le passeggiate allegre nelle piazze piene di colori, auguro a tutti un anno radicato nella vera vita che, silente lei pure, ci trascorre e ci conduce, invisibile agli occhi chiusi del mondo, eppure viva, vivida, vera più ancora di ciò che gli occhi vedono e toccano le mani.