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mercoledì 25 dicembre 2019

Una pecorella rosa

Nei miei giorni padovani che si srotolano uguali tra i pranzi delle feste, le mie messe mattutine, i su e giù della vita famigliare, non manco mai di attraversare l'Arcella per vedere i tanti presepi esterni che sorridono, tra l'erbe e gli alberi, negli ingressi tutti uguali di queste villette anni Sessanta, figliole del boom economico che erano tutte cuore e bambini ai tempi loro e che ora, malinconiche e un poco screpolate, sono abitate soltanto da anime di anziani con rari nipoti e pochi lumi.
Lungo la larga via che conduce alla fermata del tram che porta al Santo e a Prato della Valle, ad esempio, da anni e forse da sempre, c'è un gran presepio meccanico, dove, laggiù, distante, c'è la sacra famiglia col Santo Bambino, e davanti, tra grotte e casette in stile "Roma sparita", una donna fila la lana, i panettieri infornano rosette e filoni, un pastore circondato dalle sue pecorelle, suona il flauto e i panni stesi ballano al vento gentile.
Nascosto, nell'intrico di vie di questo moderno rione novecentesco, c'è un altro presepe, che mi ha mostrato ieri mia cognata, il quale è grande nelle statuine ed è tutto costruito intorno a un albero che  dividendolo a metà, pare squadrare le scene e mettere ordine sul palco di Betlemme con il tronco e le sue deste radici.
Tornando dalla messa del Buon Pastore, questa mattina, sul cucuzzolo di una scalinatella, ecco un presepietto piccino, d'amore e zucchero...
E mentre ero lì che lo guardavo tra un ramo e la grata del cancello, una bimba da dietro diceva alla sua nonna: "Io, nel presepio, vorrei essere una pecorella rosa!" Mi giro, sorrido e lei mi fa da specchio e poi la guardo andar via nella sua giacchetta color rosa di maggio... Buon Natale!

martedì 17 dicembre 2019

Bella, ciao ciao...

Il mio piccolo libro: un'idea regalo per Natale...

Non volevo crederci e invece è tutto vero verissimo! A San Luigi dei Francesi, la stupenda chiesa barocca intitolata al buon Re Luigi IX, chiamato il Santo, il coro natalizio, vestito di rosso, ha cantato “Bella ciao”, una canzone partigiana che con il Natale e con la sacralità del luogo c’entra come camminare sulla neve in sayonara o pulirsi il viso con l’olio da frittura. Il precedente, è vero, c’era stato in una chiesa non so dove tenuta da un Don Biancalani, che ne ha combinate altre a suo piacimento, con buona pace della chiesa in uscita (dalla porta della cucina, secondo me) …
E, chiudendo gli occhi (sbalorditi da tanta burbanza), in santa orazione, eccomi lì, davanti alla cappella affrescata dal Domenichino che è tutta dedicata a una piccola grande Santa Romana, patrona della musica e dei musicisti, cioè Santa Cecilia. Sbalordita lei pure, Cecilia, nelle dolci pennellate di un pittore che amo, si domandava, basita, che cosa mai fossero quelle note profane nella sua dolce chiesa, “Oh non si canta più il gregoriano, il “Veni creator Spiritus”, casomai a fine anno il “Te Deum”?”, mi domandava, incalzandomi. E io: “Il latino… e chi lo sa più”, sospiro. E lei, “Davvero? E chi è la bella ciao?”. Non so che cosa rispondere a questa domanda e perciò taccio. E lei: “Oh che cosa succede mai alla nostra Santa Romana Chiesa? Io sono morta per lei, ha aggiunto, mostrandomi affrescato sulla parete, il suo martirio giovinetto…”.
Mi verrebbe quasi voglia di dirle chi sono i "santi di oggi", certi cantanti senza voce, bambine con le treccine, riccioluti politicanti, ragazzine che "influenzano" gli altri (forse per passare un virus?). Ma invece me ne sto zitta zitta, accanto a lei, osservando le sue storie che toccano il cuore. Lei, bambina, che come San Francesco molti anni più tardi, dona i panni suoi regali ai poveri; lei che si rifiuta di adorare gli idoli pagani, lei morente con l’angelo che reca dall’alto la sua palma. La palma con la quale a Gerusalemme accolsero Gesù per poi tradirlo e mandarlo a morte... Ma manca poco al Natale e il cuore vola in alto. Il mio augurio per tutti voi, pochi pochissimi che passerete di qui, è di non cantare Bella ciao, ma Tu scendi dalle stelle, sentendosi, la notte Santa, a Betlemme sotto il firmamento stellato, nelle armonie angeliche… auguri!


sabato 14 dicembre 2019

Una storia indiana



A volte, io – e tutti quanti - navigando nell’alto mare della rete, curiosando tra siti letterari e biblioteche online, scopro la terra di Morgana, un’isola misteriosa, un nuovo approdo felice, che diventa, d'untratto, fatto d'ossa e sangue nella persona di una scrittrice incontrata, conosciuta, amata, che sento immediatamente sorella. Mi è capitato, nella gioia, qualche giorno fa quando su Project Gutenberg ho trovato un librino di appena un’ottantina di pagine che sembrava chiamarmi da lontano. “Leggimi, lein cui racconta la sua vita alla scuola dei quaccheri, dove le furono tagliati i lunghi capelli,ggimi”, diceva e così, seguendo l'uccellino che cantando mi consiglia, ho aperto la pagina online e poi, convinta fin dalle prime due righe ho scaricato, in inglese, “The School Days of an Indian Girl” di Zitkála-Šá, Uccello Rosso nella lingua sua, dei Sioux Dakota.
Ho scoperto così che, a cavallo tra i due secoli scorsi, è vissuta nell’Ovest americano, terra di praterie e di vento, una giovane indiana mezzosangue (il padre era tedesco) nata nel 1876 e morta 61 anni dopo, che ora dorme il sonno suo eterno con un nome inglese Gertrude Simmons Bonnin; ho scoperto una donna bellissima e una narratrice di razza  che scriveva come noi oggi, duecento anni dopo...
Ho scoperto, dunque, con vivo incanto e ammirazione, una scrittrice incredibilmente moderna, poetica, sensibile, mistica a volte. Nei brevi capitoli, in cui racconta la sua vita alla scuola severa dei quaccheri, il cuore batte, si perde, si tuffa nel mare della vita e piange e ride con lei. Nel taglio dei suoi lunghi capelli neri (per gli indiani simbolo stesso di libertà), c’è narrata in plastica verità tutta la sua sofferenza per essere divisa tra le due culture, due radici, che erano sue entrambe e poi nessuna lo era fino in fondo. Indiana e americana insieme, doveva vivere il suo piccolo dramma quotidiano di bambina divisa tra due mondi. E crebbe nel dolore e nella consapevolezza di dover trovare una strada. Fuggire sul pony di suo fratello, in corsa sfrenata, nel vento che le frustava il viso, naso a naso con un coyote, come aveva fatto da bimba, non poteva e non voleva più... Decise di essere americana, di usare gli strumenti della civiltà che l'aveva stretta a sé, per aiutare gli indiani a trovare una nuova identità nel mondo nuovo in cui erano costretti a vivere. E scrisse altri libri che cercherò sulla rete.

lunedì 9 dicembre 2019

Luce del mondo


Affacciandomi su Via del Boschetto, squillano in fila indiana, a mezz’aria sulla lunghezza della strada, filari di luci bianche che s’accendono e si spengono  come occhi che s’aprono e si chiudono, in un brulichio di lumini. Camminando lungo Via del Corso, un reticolo di lucette par starti a peso sul capo, illuminando la via e impedendo la vista del cielo. Tutta luci e lucette è Roma in questo tempo di Natale, nel via vai della metropoli che non si ferma mai. Io, invece, mi fermo e osservo tutte quelle luci che dovrebbero essere allegre e che, invece, mi paiono tristi. Esse cercano, meschine, di invitarmi all’allegrezza - come vecchie ballerine di fila incanutite, convinte di essere ancora boccioli di rosa - e invece a me pesano danno un senso di fastidio e di languore amaro.
Perché, mi domandavo l’altra sera, mentre chiudevo le imposte, dicendo alle lucine che non era con loro che l’avevo ma con qualcosa che non capivo e che mi infastidiva, facendomi venir la voglia di chiuder tutto anzitempo, ancora con la rosa del pomeriggio accesa. Perché, mi chiedevo, e d’un tratto, in folgore, ho capito, ma certo, mi sono detta, tutte quelle luci lì sono le finte luci che attraggono gli uomini come i lumini notturni le falene. La vera luce, l’unica luce che splende nel mondo, nella notte di Natale, è il Santo Bambino nella grotta nuda. Non c’erano le luci, quella notte santa, eppure pareva mezzogiorno, come scrive Sant’Alfonso de Liguori nel suo meraviglioso “Quando nascette Ninne” (che è poi diventato Tu scendi dalle stelle…). E allora, a tutti quei pochi che passeranno di qui e leggeranno queste mie poche righe auguro di trascorrere un Natale nudo, sotto il cielo stellato di Betlemme. In compagnia della vera, unica luce del mondo…

venerdì 6 dicembre 2019

Mamma Natale

Come ogni anno, anche in questo che sta per terminare, sono andata alla Nuvola di Fuksas per perdermi tra i tanti libri, volumi e volumetti che sono raccolti nella fiera "Più libri più liberi". Alle due di pomeriggio, riscaldata da un solicello timido e dorato, eccomi sulla metro B, direzione Eur Fermi. Arrivata alla stazione mia, scendo e prima di prendere le scale e voltar sulla Cristoforo Colombo, noto, sulla marmella della piattaforma d'ingresso una carta d'identità abbandonata. La tiro su, meschina, e leggo il nome tal dei tali di un ragazzo classe 1999. Potrebbe essere mio figlio e, fattami segugio, mi metto alla ricerca, via internet, di qualcuno che sia della sua famiglia. E lo trovo. Nella persona del padre, con il quale ci accordiamo per la restituzione. Evviva, tutti contenti e finalmente sono libera di entrare alla fiera.
Raccontare tutto quel numero di editori è impossibile e vabbè, ma sappiate che ce n'è per tutti i gusti, medievisti, bambini, lettrici di fiction, amanti dei classici, dei gialli e delle rarità. Pane per ogni dente, insomma. E basta snasare un poco per trovare perle e coralli.
Ma io che ho, io pure, i gusti miei precisi mi dirigo senza por tempo al tempo allo stand delle Edizioni Croce, che sono del figlio di un amico di tanto tempo fa che si chiamava Remo e aveva LA libreria su Via del Governo Vecchio. Edizioni Croce che sono tutte dedicate alla scrittura femminile tra l'Ottocento e il Novecento, la mia tazza di tè. C'è Maria Messina, c'è Elisabeth Gaskell e tante altre in fila, tutte scrittrici che, in tempi differenti, ho amato come sorelle. Sicché, fatti i debiti conti, compero un librino che si intitola "Mamma Natale" e che raccoglie i racconti di Natale di tante scrittrici, da Matilde Serao alla Marchesa Colombi. E tutta soddisfatta, dopo aver fatto capolino da vecchi amici che hanno una bella casa editrice (Nutrimenti) e da vechissimi amici (che stanno lavorando a un progetto che mi coinvolgerebbe, Fenice Bookstore), me ne torno a casa mia, con il cuore allegro perché, nonostante la rivoluzione digitale, il mio caro, amato libro è ancora vivo e vegeto!