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giovedì 26 settembre 2019

L'odore del caffè


Mentre il sole sorgeva al colmo della verde aldia, colorando di miele – e subito dopo, in un gioco misterioso di lucore, d’argento - le acque ben pettinate della baia di Cala Girgolu, è già tempo, per me, che dormo ad gallinas albas, di sollevarmi tutta, di indossar la vestaglia celeste e di scendere le brune scale per preparare, in cucina, il caffè della mattina fresca. Silenzio intorno, nello stormir fragile delle fonde, mentre la frangetta viola della buganvilla si dondola al venticello, recando in sé il profumo di luoghi lontani. Scintilla laggiù il laghetto salato che era un tempo di Pierino Corda e ora di nessuno più. Lo osservo mentre lo specchio par rabbrividire, facendosi ondine in crespo, al refolo di Eolo lontano, E mi par quasi, di rivedermi, laggiù, bambina, a pescare con le mani con la Beatrice falsa (bionda come me) e la Beatrice vera, dai capelli mori, che ho ritrovato sulla riva ieri e avant’ieri nella gioia nostra ritrovata…
Ecco,  passare, in volo, la ghiandaia dalla coda azzurra, che qui vive come in affitto perenne sul colmo del leccio che chiude come in un nido la villa bianca di Cala Girgolu. Trafiggendo il cielo, passa, l’uccella, da un ramo all’altro, nel becco le sue ghiande preferite. Timida, miagolante, compare da dietro l’imposta bruna della porta finestra la gattina rossa che cerca, da me, cibo e qualche moina per poi, girato l’angolo andar via, leccarsi i baffi, a coda ritta, nell’ovatta delle sue zampette. Sul colmo del soffitto, in veranda, corrono i timidi gechi che paiono virgole nere nel bianco acceso, illuminato dall’astro nascente.
D’un tratto, l’incanto si rompe. Ci sono le notizie. Qualcuno a me molto, troppo caro, ha acceso la tv. Un ruscello di parole bagna l’incanto della mattinata e nel rumore tutto umano (che io non ascolto più) di voci e pareri, mi chiama, col suo gorgogliare familiare, la cuccuma che cuoce sul fornello. E tutto si fa di bucato nell’odore del caffè.

Per Elisabetta e Caterina, amiche mie...



martedì 24 settembre 2019

Ventiquattro grazie

Solo due righe due perché, felice, ho saputo or ora che nel primo mese, il mio "c'ero una volta" (oltre edizioni) è stato comperato, e spero amato, da 24 persone (ed è il 24 di settembre...). Grazie a tutti! E con un inchinetto invio ai miei lettori un a presto portato dal dolce maestrale settembrino. 

martedì 10 settembre 2019

Giornali, giornalini e giornaletti

La bennibag di Rosalie...

Nei beati tempi della mia infanzia, quando il bene era bene e il male male, le belle signore mamme, che per nuotare indossavano una cuffia di gomma ornata di fiorellini e costumi grandi con le rushes, leggevano, in spiaggia, un settimanale illustrato che conteneva servizi di moda, ricette di cucina, consigli di bon ton, e altre piccole garberie per gentildonne. C’erano, come sempre in Italia, due partiti. Alcune, compresa mia madre e – l’ho scoperto ora – mia suocera, leggevano “Grazia” che già nel nome era tutto un programma femminile e le altre, invece, “Annabella”. Per noialtre arrivò, luccicante e croccante di novità, “Donnamoderna” che diven tò, poco a poco, una bandiera unica…
I ragazzi, invece, leggevano dei giornaletti a fumetti e anche qui le scuole differivano. C’era chi prediligeva “Il Monello” o “L’intrepido” e chi, invece, il più moderno “Lanciostory”. Io spesso sbiricavo i giornaletti dei fratelli. E mi perdevo nelle avventure elettrizzanti di “Billy Biss”… Per i più piccoli (lo amavo tanto!) c’era Miao e poi anche le “figurine” che erano loro pure di due tipi: per i maschi c’era l’album dei calciatori, per le femmine quello della Disney. Conservo ancora, tra le cose care, il mio primo album Dysney quasi finito. Le figurine vi si attaccavano con la colla, soltanto le più rare erano autodesive…
I papà, invece, leggevano il giornale che non era il titolo di un quotidiano, ma il termine che li definiva tutti quanti, dall’Avvenire al Manifesto fino al Corriere della sera. Mio padre, quando leggeva il giornale, seduto nella scomoda poltrona della sala da pranzo si faceva scuro e corrucciato e non si doveva disturbare. “Zitti – diceva mia madre – papà sta leggendo il giornale”. Era come una bibbia, in celebrazione, e forse è per quella cert’aria di solennità, perché interessava tanto mio padre, che tra tutti i mestieri, scelsi, anni più tardi, di diventare giornalista.


lunedì 2 settembre 2019

Traslochi e Pd


A volte i traslochi altrui regalano sorprese. A me, ad esempio, una vicina, cara, che passa dai Monti alla Garbatella, ha donato una borsetta di coccodrillo così preziosa ed elegante che quasi non ho il coraggio di portarla e che ho incartato in una velina rosa e aspetta, alla cova, in un cassetto attendendo il mio domani (che verrà). Un’altra vicina che, invece, l’appartamento lo sta rimettendo a posto da punto e a capo, mi ha regalato una sua vecchia libreria e: grazie!, dono più gradito non poteva farmi visto che il pane quotidiano di mio marito è fatto di carta e fogli e libri e volumi e si ergono dal pavimento monticcioli di operette morali e non e posati in ogni canto ci sono libretti, libroni e libriccini. Per far posto al nuovo arrivo, dunque, sono stata obbligata a far fuori un piccolo mobile che avevo e che serviva poco o nulla.
Indi per cui, armata di ottima volontà, mi sono attaccata allo 060606 che fa da filtro all’Ama per i rifiuti ingombranti. Le signorine del call center sono tutte gentili e soprattutto una, Carlotta, mi ha dato qualche dritta per riuscire nell’impresa. Già, perché per quest’impresa ci vorrebbe davvero il Paladino Orlando, Achille, Alessandro Magno o, magari, Napoleone Bonaparte, E olé. Fatto è che, una volta passati al servizio si rimane per mezz’ore appese in compagnia di una musica svolazzante. Ogni tanto una lugubre voce registrata ricorda gli adempimenti (il codice utenti, voilà, che io ho al calduccio, accanto a me…) necessari per arrivare alla meta. Ma alla meta non si arriva mai perché una volta una voce registrata ti invita a chiamare più tardi,. Un’altra volta, i ventisei minuti di chiamata cominciano a costare un tantinello più di un traslocatore. Insomma pace e amen.
Riprovo più tardi con lo 060606. Detto fatto e mentre sono lì che aspetto di sentir lo squillo di una voce amica, mi accorgo, e rido tra me, che la voce registrata, nel declinar la solita pappardella, ha lo stesso, identico difetto di pronuncia, nella “s” fischiata e scivolata, che ha una  politica del Pd di nome Deborah, e che, per ironia della sorte,  tale e quale,   ritroviamo nella loquela del segretario medesimo dei Dem…