| Asciugamano della mia collezione rasarosae |
In casa Ponti, ognuno
aveva una collezione tutta sua, un piccolo grande piacere segreto di contare il
diverso nell’uguale e di crogiolarsi ogni volta, al ritrovamento di un nuovo
esemplare, nell’illusione di possedere il mondo. Il su durava un tic e poi il
giù in un tac, e di nuovo, ad ogni pietruzza sul cammino… Mio padre, l’avvocato
Ponti, collezionava sabbie di spiagge e di deserti. Le conservava, orcioli dorati,
in piccole bottiglie di vetro e ci scriveva su, in bella calligrafia, il luogo
e la data del reperimento. Per Marco, c’erano i soldatini. Schierava le sue truppe,
dipinte a mano (oh, come li dipingeva, al pomeriggio, con la lingua lunga a
toccare il naso e le dita in pennello…) in apposite teche di legno e vetro appese al muro; mia sorella, non so che cosa la
spingesse, collezionava scatole di fiammiferi. Li teneva, disordinati, in una
busta bianca di carta, appallottolati nel suo armadio, dove sedeva,
spelacchiato, un orso tedesco, vestito all’inglese. C’erano scatolini di ogni
grandezza e forma, quadrati, in rettangolo, fatti a mo’ di bustina, con gran
marche di alberghi rinomati o solo diciture di semplici trattorie, e alcuni
erano fiammiferi (ma la Mimma li chiamava “fulminanti” per via che si
accedevano improvvisi come i fulmini in cielo), altri cerini, vestiti appunto
di cera, altri ancora zolfanelli perché erano legnetti con su un cappellino
rosso di zolfo appunto. Sormario, il Sorma, li chiamava prosperi. “Mi passi un
prospero?”, diceva quando, al pomeriggio, dopo il cappuccino bevuto con la
nonna Stella, si accendeva la pipa che fumava tabacco profumato. Una volta, a
chi gli chiedeva un piacere, una cortesia, non ricordo ben quale, un conoscente
rispose, seccato: “Sì, un prospero!”. Ed ecco accendersi in me la memoria di
quegli antichi zolfini che dormivano nella pancia di un armadio, molti e molti
anni fa…
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