Sarà
che devo tornare, dopodomani, a Cala dei Gigli per mettere i cerotti alla villa
ferita, sarà che la memoria, in questo maggio luminoso immerso nel manto
azzurro della Madonna, sembra temperarsi, accesa com’è dal viver quotidiano,
sarà per questo o per altri motivi che sono sepolti nell’anima risvegliata e profonda mia, ma
io – ora sono due giorni – mi perdo, quando silente (appena posso) vado in
orazione, in un ricordo mio infantile, nel ricordo cioè di quando, illuminata
dall’incanto e dalla sorpresa, trovavo nella vasca del bagno giallo (ora in
rovina) le raganelle: ansanti, umide, piccole, radiose, erano un miracolo di
vita che appariva ben chiaro a me e a mio fratello Marco. “Una raganella…”, la
voce nostra sospesa nel tremito d’acqua e di vita che palpitava in gola a quegli
animaletti color dell’erba, che amavano, così mi pareva, restarsene fermi come
in preghiera, il cappottino verde bagnato, liscia la pelle e pulita…
Gli occhi, ricordo, neri, fissi nei nostri, in
attesa, occhi piccoli e saggi. Era un’epifania, un bagliore del cosmo, la
semplicità della vita rotonda, divina, serena che ci catturava – a me e a Marco
– lasciandoci storditi, incapaci di gesti e di parole. Le ho ritrovate, le raganelle,
molti e molti anni più tardi, sempre in Sardegna, nel cortile buio, trapunto di
stelle dell’Ostello San Priamo a Muravera. “Le raganelle!”, ho detto a mio
marito, ma lui non le aveva viste, quelle altre, quelle mie, di Cala dei Gigli,
di tanti anni fa, quelle piccole, verdi chimere, che tanto, mutole e ansanti,
mi avevano insegnato al principio del mio lungo cammino…
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