In qualità di giornalista professionista, per
poter restare nell’ordine dove sono entrata quando si usavano ancora le
macchine da scrivere e internet era solo un’utopia nei racconti di Asimov, devo
raccogliere sessanta crediti in tre anni, in forma di lunghe conferenze che
servirebbero alla mia “formazione permanente”. E sia. Per me quelle lunghe ore
passate ad ascoltar collane di parole spesso superflue sono, in sostanza, una
prigionia. A vedermi, in platea, sono come una scolaretta attenta, ma friggo
dentro e conto i minuti per scappare via. Non ce l’ho coi relatori, spesso
preparati, a volte anche simpatici, nossignore, fanno il mestiere loro che io
non farei neanche se pagata oro sulla bilancia, Ma con l’idea stessa dei corsi che,
secondo me, non ha né capo né coda perché un giornalista, come mi spiegava il
mio caporedattore (che rimpianto a ricordarlo ora con i suoi capelli di neve e
le dita gialle di nicotina…) scrive sempre meglio delle cose che non sa. E
quanto è vero l’ho sperimentato io, perché ogni volta che mi capitava di
scrivere un pezzo, mettiamo, su una mia scrittrice del cuore, per fare l’ottimo
finivo per fare il maluccio, mentre uscivano croccanti dal forno dell’unicità,
certi articoli che mi erano pesi su grigie istituzioni repubblicane. Invece,
zacchete, esse si facevano – non so neanche dir perché - atletiche, libere,
vive, tanto quanto erano spente le righe mie sulla Morante, sulla Prato, su
Jeanne De Casalis…
Ma, bando ai musi e ai
sospiri, c’è sempre da imparar qualcosa, anche in prigionia. Così oggi, alla
biblioteca del Cnr (dove non funzionavano punto i microfoni, alla faccia della
ricerca e della tecnologia), ho imparato che fu l’azienda Laica, cioccolato dal
1946, ad inventar le monete di cioccolato da mangiare. E li ringrazio con una
bela riverenza perché, bambina, quelle retine golose erano dono di chi amavo…http://www.laica.eu/

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