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lunedì 15 ottobre 2018

Monete di cioccolato


In  qualità di giornalista professionista, per poter restare nell’ordine dove sono entrata quando si usavano ancora le macchine da scrivere e internet era solo un’utopia nei racconti di Asimov, devo raccogliere sessanta crediti in tre anni, in forma di lunghe conferenze che servirebbero alla mia “formazione permanente”. E sia. Per me quelle lunghe ore passate ad ascoltar collane di parole spesso superflue sono, in sostanza, una prigionia. A vedermi, in platea, sono come una scolaretta attenta, ma friggo dentro e conto i minuti per scappare via. Non ce l’ho coi relatori, spesso preparati, a volte anche simpatici, nossignore, fanno il mestiere loro che io non farei neanche se pagata oro sulla bilancia, Ma con l’idea stessa dei corsi che, secondo me, non ha né capo né coda perché un giornalista, come mi spiegava il mio caporedattore (che rimpianto a ricordarlo ora con i suoi capelli di neve e le dita gialle di nicotina…) scrive sempre meglio delle cose che non sa. E quanto è vero l’ho sperimentato io, perché ogni volta che mi capitava di scrivere un pezzo, mettiamo, su una mia scrittrice del cuore, per fare l’ottimo finivo per fare il maluccio, mentre uscivano croccanti dal forno dell’unicità, certi articoli che mi erano pesi su grigie istituzioni repubblicane. Invece, zacchete, esse si facevano – non so neanche dir perché - atletiche, libere, vive, tanto quanto erano spente le righe mie sulla Morante, sulla Prato, su Jeanne De Casalis…
Ma, bando ai musi e ai sospiri, c’è sempre da imparar qualcosa, anche in prigionia. Così oggi, alla biblioteca del Cnr (dove non funzionavano punto i microfoni, alla faccia della ricerca e della tecnologia), ho imparato che fu l’azienda Laica, cioccolato dal 1946, ad inventar le monete di cioccolato da mangiare. E li ringrazio con una bela riverenza perché, bambina, quelle retine golose erano dono di chi amavo…http://www.laica.eu/

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