Al mattino, molto, ma
molto presto, quando le strade di Roma sono ancora abitate da elfi e da fate in
danza argentina e le rombanti autovetture che le occupano a sole alto dormono
ancora chissà dove (e anche chi le guida), io sono già in piedi per raggiungere
un appuntamento segreto per un incontro misterioso che a nessuno posso svelare,
e mentre cammino vedo la mia Roma stiracchiarsi, sollevar le palpebre, fremere
per il sonno di ieri nel risveglio all’oggi stirato nell’attività quotidiana. E
mentre sui miei passi in riflessione cammino svelta, incontro, nel mio andare,
un arcobaleno di persone che più che persone sono apparizioni, meteore nel
deserto che tutti abbraccia nel mondo a capo in giù e senza più respiro d’anima
feconda.
Mentre nel mio andare
percorro il marciapiede che corre, in fermata d’autobus, sotto la scalea del
Palazzo delle Esposizioni, ecco che mi sento due occhi bianchi addosso e
alzando il viso all’alto, coperto da coperte (e perdonatemi ma non so dirlo
meglio), mi osserva un volto nero nero, giovane, giovane, con una raggera appuntita di capelli sulla
testa che paiono tanti soldatini col fucile a baionetta ad armacollo. Pungono,
mi dico, quei capelli. Mi guarda, speranzoso, povera creatura,
sperando in me, nel mio nulla e poi alza una mano dal palmo bianco bianco che
mi saluta in gesto d’amicizia. Rispondo con una mano mia sollevata appena per
non dargli la speranza che non possiedo per lui. Ecco, in questa fotografia
romana, tutta la finta carità di quanto ci raccontano e ci hanno raccontato. E intanto, con il cuore
gonfio e i piedi alati, me ne vado per la mia strada, mentre vedo con la coda
dell’occhio che il dormiente ora si alza e partirà in gambe ad inseguire un
sogno che gli hanno sussurrato . e chissà chi lo ha fatto - nell’orecchio e che
è un’illusione, un miraggio del deserto…

Nessun commento:
Posta un commento