Certe sere, quando
agosto comincia a stiracchiarsi e a tender la mano calda a settembre; certe sere, dicevo, il cielo di
Cala dei Gigli è come incendiato d’arancio, il mare respira in un oro pigro, l’aria
si fa immota e immoto il pensiero, mentre Tavolara, si colora di un rosa acceso
come se il Dio del mare le baciasse le gote facendola rabbrividire d’amore.
Sono sere d’incanto e di magia nel respiro placido della marea che quasi non si
vede eppure c’è. E’ proprio in quelle sere lì, come stanche del troppo sole
estivo, che chiedono un intervallo di frescura e casomai anche di gocciole del
cielo, che io sento di appartenere tutta a quella terra sarda che pure non mi
ha generata. Mie le deserte spiagge trapunte, sulle sabbiose dune, dai bianchi
gigli di mare, mie le rocce che seguono la linea della costa, disegnando sul
mare un merletto color di ruggine e di verde, mie le isole che, qui e lì, si
stagliano all’orizzonte. E’ Cala Girgolu un’ appartenenza regale per chi la abita da sempre e per chi, come
due amiche milanesi che ho conosciuto proprio quest’anno, la capisce con la sapienza
del cuore che non ha le regole e l’algebra della mente e che dona la pace
intensa riflessa nel panorama e nell’intorno. E siccome oggi mi piace ricordar
le amiche che ho laggiù, oggi che sono qui a Roma tra le mie chiese e le mie
stoffe, mando un abbraccio anche ad Adriana che abita una casa bianca, la quale
si sciacqua i piedi nell’onde e, di notte, dal terrazzo poggiato sul mare,
guarda in faccia la luna che si specchia nella baia…

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