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mercoledì 10 ottobre 2018

Amiche a Cala Girgolu


Certe sere, quando agosto comincia a stiracchiarsi e a tender la mano calda a  settembre; certe sere, dicevo, il cielo di Cala dei Gigli è come incendiato d’arancio, il mare respira in un oro pigro, l’aria si fa immota e immoto il pensiero, mentre Tavolara, si colora di un rosa acceso come se il Dio del mare le baciasse le gote facendola rabbrividire d’amore. Sono sere d’incanto e di magia nel respiro placido della marea che quasi non si vede eppure c’è. E’ proprio in quelle sere lì, come stanche del troppo sole estivo, che chiedono un intervallo di frescura e casomai anche di gocciole del cielo, che io sento di appartenere tutta a quella terra sarda che pure non mi ha generata. Mie le deserte spiagge trapunte, sulle sabbiose dune, dai bianchi gigli di mare, mie le rocce che seguono la linea della costa, disegnando sul mare un merletto color di ruggine e di verde, mie le isole che, qui e lì, si stagliano all’orizzonte. E’ Cala Girgolu un’ appartenenza regale  per chi la abita da sempre e per chi, come due amiche milanesi che ho conosciuto proprio quest’anno, la capisce con la sapienza del cuore che non ha le regole e l’algebra della mente e che dona la pace intensa riflessa nel panorama e nell’intorno. E siccome oggi mi piace ricordar le amiche che ho laggiù, oggi che sono qui a Roma tra le mie chiese e le mie stoffe, mando un abbraccio anche ad Adriana che abita una casa bianca, la quale si sciacqua i piedi nell’onde e, di notte, dal terrazzo poggiato sul mare, guarda in faccia la luna che si specchia nella baia…



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