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martedì 9 ottobre 2018

Come Pollicino nel bosco


Alla Biblioteca nazionale, vicino a Castro pretorio, dove albergavano ai tempi di Augusto e anche dopo i soldati scelti dell’imperatore e adesso è abbandonato al degrado tutto romano che grida il suo dolore un poco in tutti i quartieri dell’Urbe, dicevo, alla Biblioteca nazionale hanno allestito, proprio com’era, con tavolino, sedie, dischi, quadri di Jim Morrow, e macchina da scrivere, lo studiolo che Elsa Morante aveva apparecchiato per il suo scrivere in Via dell’Oca. Lo ammetto non sono ancora andata, ma presto andrò perché, come ho sovente scritto, per me Elsa Morante è stato un vero e proprio amore letterario dell’età verde. Ricordo ancora, e come potrei dimenticarlo, sui diciannove anni o poco più, fresca ancora di sogni di bello scrivere, mangiavo un boccone a tavola con tutti i fratelli e i genitori e contavo i minuti e gli attimi per rifugiarmi in camera mia e tuffarmi nel mondo grande, di parole e di storie di quello che, secondo me, è il capolavoro della Morante: “Menzogna e Sortilegio”.
Ricordo, sì, sì, ricordo i vivi personaggi: Edoardo, Anna che, nell’anima mia, si vestivano d’attualità, divenendo amici, cugini, quasi fratelli. Erano vivi quei personaggi e camminavano per la mia stanza menre io, in fremito di gioia, leggevo di loro sulle pagine della Morante. E provo pena per i giovani di oggi che alla lettura dedicano non so più se minuti o secondi, tutti presi a pesticchiare sul cellulare. E perdono il respiro della vita che nei romanzi ti accompagna per squadernare il giusto dal malvagio e cercare di fare addizioni e sottrazioni della narrazione. Li compiango, davvero, perché noialtri, vecchiotti oramai, abbiamo avuto nel tempo lungo del romanzo, amando Gogol, Checov, Maupassant, Manzoni, De Roberto, l’agio di costruir bella quadrata una educazione sentimentale alla vita che oggi, nel sincopato ritmo di uno smartphone, si è perduto come Pollicino nel bosco…

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