Alla Biblioteca
nazionale, vicino a Castro pretorio, dove albergavano ai tempi di Augusto e
anche dopo i soldati scelti dell’imperatore e adesso è abbandonato al degrado
tutto romano che grida il suo dolore un poco in tutti i quartieri dell’Urbe,
dicevo, alla Biblioteca nazionale hanno allestito, proprio com’era, con
tavolino, sedie, dischi, quadri di Jim Morrow, e macchina da scrivere, lo
studiolo che Elsa Morante aveva apparecchiato per il suo scrivere in Via dell’Oca.
Lo ammetto non sono ancora andata, ma presto andrò perché, come ho sovente
scritto, per me Elsa Morante è stato un vero e proprio amore letterario dell’età
verde. Ricordo ancora, e come potrei dimenticarlo, sui diciannove anni o poco
più, fresca ancora di sogni di bello scrivere, mangiavo un boccone a tavola con
tutti i fratelli e i genitori e contavo i minuti e gli attimi per rifugiarmi in
camera mia e tuffarmi nel mondo grande, di parole e di storie di quello che,
secondo me, è il capolavoro della Morante: “Menzogna e Sortilegio”.
Ricordo,
sì, sì, ricordo i vivi personaggi: Edoardo, Anna che, nell’anima mia, si
vestivano d’attualità, divenendo amici, cugini, quasi fratelli. Erano vivi quei
personaggi e camminavano per la mia stanza menre io, in fremito di gioia,
leggevo di loro sulle pagine della Morante. E provo pena per i giovani di oggi
che alla lettura dedicano non so più se minuti o secondi, tutti presi a
pesticchiare sul cellulare. E perdono il respiro della vita che nei romanzi ti
accompagna per squadernare il giusto dal malvagio e cercare di fare addizioni e
sottrazioni della narrazione. Li compiango, davvero, perché noialtri,
vecchiotti oramai, abbiamo avuto nel tempo lungo del romanzo, amando Gogol,
Checov, Maupassant, Manzoni, De Roberto, l’agio di costruir bella quadrata una
educazione sentimentale alla vita che oggi, nel sincopato ritmo di uno
smartphone, si è perduto come Pollicino nel bosco…

Nessun commento:
Posta un commento