Mia madre, Regina, il papà
lo aveva perduto in guerra e così nel grande casolare rosa cipria di San
Giuliano, lanciato come un sasso da un gigante, tra le piatte brume delle
campagne friulane, viveva figlia unica e niente malinconica con sua madre,
nonna Stella, e con la Lilli, che aiutava in cucina e nelle faccende, e che pur
non essendo di famiglia, essendone parte viva, lo era più ancora delle tante
cugine che capitavano ogni giorno in casa. Le figlie della Nani, le figlie
della Jole e altre, a mazzi.
Le preferite, da mia
madre, erano le quattro sorelle P sempre vestite di bianco con gran fiocchi
candidi tra i capelli. E più in particolare Beatrice, chiamata la Bi per fare
prima. Bruna, snella, intelligente, la Bi aveva nelle mani un tesoro. Cuciva in
facilità come gli angeli del cielo e in ogni cosa che faceva, di legno, di
carta, di cibo, riusciva a spremer fuori il sugo della vita. La Bi era, per mia
madre, più che cugina, sorella. Le madri, però, erano due. Mia nonna,
naturalmente, e la zia Janette, che ritagliava negli occhi due angoli di cielo.
Alla mattina presto, quando tutti erano ancora al calduccio nel letto, la zia
Janette (madre di sei figli in tutto) usciva, quatta quatta, con il foulard
legato attorno al capo, per recarsi alla messa mattutina che era per lei
viatico e ristoro quotidiano. Un giorno, fatti due o tre passi nella nebbia,
lasciandosi alle spalle la Fiorina che era la villa di famiglia, si girò di
scatto perché le pareva di sentir come un fruscio, un rumorino, qualcosa che
non era naturale. Niente. Ancora due passi e di nuovo quel rumore. Nulla.
Giunta alla Chiesa, si immerse tutta quanta nella preghiera e al rumorino non
ci pensò più. Solo all’ite missa est, una suorina vestita di bianco le si portò
innanzi e dietro nascondeva qualcosa che somigliava molto alla Bi. “Signora P.,
questa bimba credo le appartenga”.

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