Lei, la signora Amico, per come me la raccontava mia madre in segno di importanza era una "dama vincenziana" e io, ignara di tutto e tanto più di storia degli ordini religiosi, ascoltavo in stupore. Dama vincenziana, per me, voleva dire vendere il riso a un mercatino dove, un giorno dell'Avvento, cascasse il mondo, andavo assieme a mia madre. Si teneva nell'oratorio di una bella chiesa romana, Santa Maria in Vallicella, ed era affollato tutto quanto di masserizie e di signore bene che vendevano chi golfini da bimbo fatti all'uncinetto, chi crostate alla marmellata e chi, come la Signora Amico, riso. Tornavamo a casa con il nostro bel sacco di iuta contenente un tipo di riso arborio che mia madre considerava unico e sopraffino. Molti e molti anni più tardi, lavorando io come volontaria tra i francescani al mercatino della carità di San Quirico e Giulitta, mi arrivarono tre quattro sacchi di vestiti di una dama vincenziana. Riconobbi in quelle scarpette da topolina e nei cappelli di visone il guardaroba della Signora Amico che trovai, infatti, stampigliato in una borsetta. Sapevo allora, come so, chi sono le vincenziane (e proprio oggi ricorre il Santo loro meraviglioso, San Vincenzo de Paoli) e mi si strinse il cuore quando a mazzi i vestiti andarono via, stretti in sacchetti di plastica tra le mani indelicate di chi li prese...

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