| benniposh principessa |
Quando l’Irlanda era
ancora l’Irlanda, gli uomini e le donne erano tranquilli e San Patrizio dava il
la alla vita verde del piccolo popolo di poeti e musicisti, io ero a Dublino,
ospite in un quartiere semi-centrale di villini con il giardino davanti e di
dietro, dove regnava l’ordine beato di una certa signora alta, sottile,
solenne, dagli occhi azzurri che di nome faceva Kathleen e per cognome portava,
sposata, un cognome che era più francese che irlandese e che, tradotto da noi,
significa piccolo. Era il suo piccolo regno a due piani, tenuto da lei nella
felicità domestica; sventolavano le lenzuola ogni quattro giorni, il pane alla
soda era quotidiano e così pure l’apple pie che lei preparava, sveglia al
mattino all’alba, mentre noi, al piano di sopra, dormivamo i bei sonni della
gioventù innocente sotto le coltri di
piuma…
Al pomeriggio, nel
fazzoletto verde che si stendeva sul dorso della casa, era tempo di
giardinaggio. Mrs P. indossava il suo grembiale bianco, un cappello di paglia,
guanti da erbe e, con il forbicione, tagliava, spuntava, rassettava siepi e
alberi. A me toccava il beato compito di raccogliere gli scaramacai che erano,
per Mrs P., nemici da abbattere. Io li raccoglievo in un cestello, neri,
viscidi, sinuosi, e lei non so che cosa ne facesse però scomparivano nel garbo
suo che forse, ora che ci penso, era anche un poco feroce.
Il suo inglese,
ricamato di cortesia e buone maniere, era rotondo, tutto formule masticate da
cent’anni e che regalavano il sollievo al cuore. Molti anni dopo, con la
babysitter di mio figlio, siciliana, ritrovai il bel barocco cortese nella
lingua già scarnificata dei nostri tristi giorni perché lei, quando desiderava
restare a cenare da noi, non si autoinvitava, per carità, ma con un ahhh di sospensione diceva: “Stasera sono
libera… “ e aggiungeva, ma solo dopo aver lasciato in aria quel tanto di attesa
che serve a prendere bene la mira: “Se Dio vuole…”. Non capivo, quando capii,
mettevo sul tavolo un piatto in più…
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