Alla Comina, cascasse
il mondo, i nonni volevano i nipotini intorno al desco apparecchiato, al tocco.
Fuori, festante in sangallo rosa, al suono delle campane, la primavera chiamava
i bambini alle corse campestri sull’erbe infinite friulane, ma loro,
ubbidienti, quasi sull’attenti, le davano le spalle e mia madre, la più alta (suo malgrado) e
tutta ricci neri, guidava il gruppo, in calata d’età e d’altezza. Seduti, muti
(perché parlavano solo i grandi), attendevano con pazienza le vivande che
tardavano, neanche a farlo apposta, ad arrivare. Passati dieci minuti, ecco,
tra i piccoli, le prime occhiate buffe, i risolini di noia e poi i dispetti non
visti, sotto al tavolo. E ancora risatine sommesse. “Fuori tutti!”, gridava il
nonno, severo. E tutti i bambini, ubbidienti, scappavano in giardino dove le
risatine, che dentro erano chimere, e tanto divertenti finivano per sapere d’acqua
saponata e si liquefacevano, nei visetti sbigottiti, in lunghi pippi e musi,
mentre il pancino brontolava…
“Tutti dentro”,
interveniva, con la bandiera bianca del buon senso, la nonna, premurosa,
vedendo quel grigiore infantile dalla finestra con l’occhio dell’amore. E di
nuovo dentro, seduti, ai bambini toccava il supplizio delle portate. Ultimi
dovevano servirsi e tanti occhiolini smarriti seguivano i gran piatti allegri
di profumi e sughi, che man mano, serviti nonni, zii, cugini grandi, ospiti e
resto, si facevano sempre più magri, smunti, disadorni…
Andò peggio, un secolo
prima, alla sorellina di Massimo D’Azeglio, alla quale, tornata in ritardo per
il desinare con la missy francese, fu servita la minestra fredda, sul terrazzo
mentre i fiocchi di neve le danzavano sul naso… Era così, allora, e i bambini,
che non erano re come quelli di adesso, non crescevano poi tanto male se tutti
insieme, nelle generazioni che ci hanno preceduto, hanno fatto grande l’Italia
senza poter chiamare il Telefono azzurro…

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