C’è nell’aria come una
trina d’oro, intessuta dagli arcangeli e dalle potestà, che vela di muto
splendore la creazione, quella creata e quella creata dalle creature. Alberi e
case, la tenera erba e i piccoli nontiscordardime e anche le strade romane, in
su e giù carovaniero, mangiato dall’acqua e dalla neve. C’è nell’aria, e si
sente, il profumo della vita nuova, della verità semplice, silente, piccola
così che torna con forza a dirsi unica, divina, invisibile bellezza, regina del
mondo visibile che a lei si inchina. C’è e io, dentro, sento una serenità di
serafini, come se mille nuvole danzassero sulle punte nell’anima mia,
piroettando su un orizzonte di miele. C’è, in questo lunedì dell’angelo, la
speranza della rinascenza, l’anelito a tornare lassù per bene vivere quaggiù,
tra i fratelli.
Io guido, nella città
che piano piano si risveglia dopo la Santa Pasqua per arrivare dove so io,
nella casa grande, circondata da verde giardino, che mi ha visto bambina. In
corsa percorro il viale, chiamo chi dentro ancora vive, entro nel buio androne,
mi perdo nella ricordanza dei tempi remoti in cui il bene era il bene e il
male, da confessare, male. E in folla, ecco la Mimma e Sormario e la nonna Stella
tornare di ossa e di carne, mentre l’erbe bussano alla porta finestra e con
loro il nero gatto che pare sempre affamato di carne e d’amore. La testa mi
gira e mi siedo mentre mia madre prepara il caffè. Poi, tutta pensierosa, mi
dice: “I gemelli sono andati via. Come faccio con la faraona…”. Un sorriso di
quotidianità mi riempie il cuore e mentre lei, da sola, si risponde, io giro il
cucchiaino nel nero caffè benedetto e taccio, beata.
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