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Dal Brasile, dove ha
costruito casa, famiglia e felicità, mio fratello Marco ha anche ricostruito,
in fantasmagoria certosina, le mirabilia di famiglia, negli avi nostri che, chi
per un verso, e chi nell’altro si è ritagliato un posticino nella piccola
storia tricolore. E le pesca tutte quante lui, spulciando su siti e biblioteche,
in quel vasto mare che spaura e smaga per la vastità illimitata senza forma. Ma
Marco, a zii e bisnonni, dà forma e sostanza nelle imprese loro e scova ciò che
era sepolto, perduto, dimenticato. Riportandolo alla luce della nostra memoria
famigliare: grazie!
Scopro, così, che il bisnonno paterno, il Capitano Ludovico, morto ad Adua, giovanissimo, già padre di molti figli (tra i quali mio nonno) con baffi all'insù, oltre ad aver scritto la prima grammatica di
tigrino, ha anche raccontato la geografia eritrea, tra amba e aradam e in più volumi.
Scopro
che il prozio Piero, ex ministro di Grazia e Giustizia a Salò, aveva un’idea
tutta sua, raccontata su Oggi, sul perché Galeazzo Ciano non venne graziato. E non mi meraviglia: lo zio Piero, da me amatissimo, di segreti ne conservava tanti.
Ma
soprattutto, vengo a sapere (e cado dalle nuvole davvero!) che il bisnonno materno, Gustavo, ai suoi tempi, elegantissimo in nero
stiffelius, con bisturi di precisione, operò niente meno che... una leonessa come
racconta, in una copertina, la Domenica del Corriere, dove il felino appare color ocra e grande come due uomini messi insieme. L’immagine
è carina e rende l'idea del tipo d'uomo che era Gustavo e di cui si è perduto lo stampo. Carina, per carità, ma molto meglio il racconto, corredato da gesto
descrittivo, di nostra madre che qui riporto così come la vedo per come me l'ha descritta Marco: “Mio nonno impugnò il bisturi e zic zac zac, come
Zorro, la curò”.

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