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mercoledì 25 dicembre 2019

Una pecorella rosa

Nei miei giorni padovani che si srotolano uguali tra i pranzi delle feste, le mie messe mattutine, i su e giù della vita famigliare, non manco mai di attraversare l'Arcella per vedere i tanti presepi esterni che sorridono, tra l'erbe e gli alberi, negli ingressi tutti uguali di queste villette anni Sessanta, figliole del boom economico che erano tutte cuore e bambini ai tempi loro e che ora, malinconiche e un poco screpolate, sono abitate soltanto da anime di anziani con rari nipoti e pochi lumi.
Lungo la larga via che conduce alla fermata del tram che porta al Santo e a Prato della Valle, ad esempio, da anni e forse da sempre, c'è un gran presepio meccanico, dove, laggiù, distante, c'è la sacra famiglia col Santo Bambino, e davanti, tra grotte e casette in stile "Roma sparita", una donna fila la lana, i panettieri infornano rosette e filoni, un pastore circondato dalle sue pecorelle, suona il flauto e i panni stesi ballano al vento gentile.
Nascosto, nell'intrico di vie di questo moderno rione novecentesco, c'è un altro presepe, che mi ha mostrato ieri mia cognata, il quale è grande nelle statuine ed è tutto costruito intorno a un albero che  dividendolo a metà, pare squadrare le scene e mettere ordine sul palco di Betlemme con il tronco e le sue deste radici.
Tornando dalla messa del Buon Pastore, questa mattina, sul cucuzzolo di una scalinatella, ecco un presepietto piccino, d'amore e zucchero...
E mentre ero lì che lo guardavo tra un ramo e la grata del cancello, una bimba da dietro diceva alla sua nonna: "Io, nel presepio, vorrei essere una pecorella rosa!" Mi giro, sorrido e lei mi fa da specchio e poi la guardo andar via nella sua giacchetta color rosa di maggio... Buon Natale!

martedì 17 dicembre 2019

Bella, ciao ciao...

Il mio piccolo libro: un'idea regalo per Natale...

Non volevo crederci e invece è tutto vero verissimo! A San Luigi dei Francesi, la stupenda chiesa barocca intitolata al buon Re Luigi IX, chiamato il Santo, il coro natalizio, vestito di rosso, ha cantato “Bella ciao”, una canzone partigiana che con il Natale e con la sacralità del luogo c’entra come camminare sulla neve in sayonara o pulirsi il viso con l’olio da frittura. Il precedente, è vero, c’era stato in una chiesa non so dove tenuta da un Don Biancalani, che ne ha combinate altre a suo piacimento, con buona pace della chiesa in uscita (dalla porta della cucina, secondo me) …
E, chiudendo gli occhi (sbalorditi da tanta burbanza), in santa orazione, eccomi lì, davanti alla cappella affrescata dal Domenichino che è tutta dedicata a una piccola grande Santa Romana, patrona della musica e dei musicisti, cioè Santa Cecilia. Sbalordita lei pure, Cecilia, nelle dolci pennellate di un pittore che amo, si domandava, basita, che cosa mai fossero quelle note profane nella sua dolce chiesa, “Oh non si canta più il gregoriano, il “Veni creator Spiritus”, casomai a fine anno il “Te Deum”?”, mi domandava, incalzandomi. E io: “Il latino… e chi lo sa più”, sospiro. E lei, “Davvero? E chi è la bella ciao?”. Non so che cosa rispondere a questa domanda e perciò taccio. E lei: “Oh che cosa succede mai alla nostra Santa Romana Chiesa? Io sono morta per lei, ha aggiunto, mostrandomi affrescato sulla parete, il suo martirio giovinetto…”.
Mi verrebbe quasi voglia di dirle chi sono i "santi di oggi", certi cantanti senza voce, bambine con le treccine, riccioluti politicanti, ragazzine che "influenzano" gli altri (forse per passare un virus?). Ma invece me ne sto zitta zitta, accanto a lei, osservando le sue storie che toccano il cuore. Lei, bambina, che come San Francesco molti anni più tardi, dona i panni suoi regali ai poveri; lei che si rifiuta di adorare gli idoli pagani, lei morente con l’angelo che reca dall’alto la sua palma. La palma con la quale a Gerusalemme accolsero Gesù per poi tradirlo e mandarlo a morte... Ma manca poco al Natale e il cuore vola in alto. Il mio augurio per tutti voi, pochi pochissimi che passerete di qui, è di non cantare Bella ciao, ma Tu scendi dalle stelle, sentendosi, la notte Santa, a Betlemme sotto il firmamento stellato, nelle armonie angeliche… auguri!


sabato 14 dicembre 2019

Una storia indiana



A volte, io – e tutti quanti - navigando nell’alto mare della rete, curiosando tra siti letterari e biblioteche online, scopro la terra di Morgana, un’isola misteriosa, un nuovo approdo felice, che diventa, d'untratto, fatto d'ossa e sangue nella persona di una scrittrice incontrata, conosciuta, amata, che sento immediatamente sorella. Mi è capitato, nella gioia, qualche giorno fa quando su Project Gutenberg ho trovato un librino di appena un’ottantina di pagine che sembrava chiamarmi da lontano. “Leggimi, lein cui racconta la sua vita alla scuola dei quaccheri, dove le furono tagliati i lunghi capelli,ggimi”, diceva e così, seguendo l'uccellino che cantando mi consiglia, ho aperto la pagina online e poi, convinta fin dalle prime due righe ho scaricato, in inglese, “The School Days of an Indian Girl” di Zitkála-Šá, Uccello Rosso nella lingua sua, dei Sioux Dakota.
Ho scoperto così che, a cavallo tra i due secoli scorsi, è vissuta nell’Ovest americano, terra di praterie e di vento, una giovane indiana mezzosangue (il padre era tedesco) nata nel 1876 e morta 61 anni dopo, che ora dorme il sonno suo eterno con un nome inglese Gertrude Simmons Bonnin; ho scoperto una donna bellissima e una narratrice di razza  che scriveva come noi oggi, duecento anni dopo...
Ho scoperto, dunque, con vivo incanto e ammirazione, una scrittrice incredibilmente moderna, poetica, sensibile, mistica a volte. Nei brevi capitoli, in cui racconta la sua vita alla scuola severa dei quaccheri, il cuore batte, si perde, si tuffa nel mare della vita e piange e ride con lei. Nel taglio dei suoi lunghi capelli neri (per gli indiani simbolo stesso di libertà), c’è narrata in plastica verità tutta la sua sofferenza per essere divisa tra le due culture, due radici, che erano sue entrambe e poi nessuna lo era fino in fondo. Indiana e americana insieme, doveva vivere il suo piccolo dramma quotidiano di bambina divisa tra due mondi. E crebbe nel dolore e nella consapevolezza di dover trovare una strada. Fuggire sul pony di suo fratello, in corsa sfrenata, nel vento che le frustava il viso, naso a naso con un coyote, come aveva fatto da bimba, non poteva e non voleva più... Decise di essere americana, di usare gli strumenti della civiltà che l'aveva stretta a sé, per aiutare gli indiani a trovare una nuova identità nel mondo nuovo in cui erano costretti a vivere. E scrisse altri libri che cercherò sulla rete.

lunedì 9 dicembre 2019

Luce del mondo


Affacciandomi su Via del Boschetto, squillano in fila indiana, a mezz’aria sulla lunghezza della strada, filari di luci bianche che s’accendono e si spengono  come occhi che s’aprono e si chiudono, in un brulichio di lumini. Camminando lungo Via del Corso, un reticolo di lucette par starti a peso sul capo, illuminando la via e impedendo la vista del cielo. Tutta luci e lucette è Roma in questo tempo di Natale, nel via vai della metropoli che non si ferma mai. Io, invece, mi fermo e osservo tutte quelle luci che dovrebbero essere allegre e che, invece, mi paiono tristi. Esse cercano, meschine, di invitarmi all’allegrezza - come vecchie ballerine di fila incanutite, convinte di essere ancora boccioli di rosa - e invece a me pesano danno un senso di fastidio e di languore amaro.
Perché, mi domandavo l’altra sera, mentre chiudevo le imposte, dicendo alle lucine che non era con loro che l’avevo ma con qualcosa che non capivo e che mi infastidiva, facendomi venir la voglia di chiuder tutto anzitempo, ancora con la rosa del pomeriggio accesa. Perché, mi chiedevo, e d’un tratto, in folgore, ho capito, ma certo, mi sono detta, tutte quelle luci lì sono le finte luci che attraggono gli uomini come i lumini notturni le falene. La vera luce, l’unica luce che splende nel mondo, nella notte di Natale, è il Santo Bambino nella grotta nuda. Non c’erano le luci, quella notte santa, eppure pareva mezzogiorno, come scrive Sant’Alfonso de Liguori nel suo meraviglioso “Quando nascette Ninne” (che è poi diventato Tu scendi dalle stelle…). E allora, a tutti quei pochi che passeranno di qui e leggeranno queste mie poche righe auguro di trascorrere un Natale nudo, sotto il cielo stellato di Betlemme. In compagnia della vera, unica luce del mondo…

venerdì 6 dicembre 2019

Mamma Natale

Come ogni anno, anche in questo che sta per terminare, sono andata alla Nuvola di Fuksas per perdermi tra i tanti libri, volumi e volumetti che sono raccolti nella fiera "Più libri più liberi". Alle due di pomeriggio, riscaldata da un solicello timido e dorato, eccomi sulla metro B, direzione Eur Fermi. Arrivata alla stazione mia, scendo e prima di prendere le scale e voltar sulla Cristoforo Colombo, noto, sulla marmella della piattaforma d'ingresso una carta d'identità abbandonata. La tiro su, meschina, e leggo il nome tal dei tali di un ragazzo classe 1999. Potrebbe essere mio figlio e, fattami segugio, mi metto alla ricerca, via internet, di qualcuno che sia della sua famiglia. E lo trovo. Nella persona del padre, con il quale ci accordiamo per la restituzione. Evviva, tutti contenti e finalmente sono libera di entrare alla fiera.
Raccontare tutto quel numero di editori è impossibile e vabbè, ma sappiate che ce n'è per tutti i gusti, medievisti, bambini, lettrici di fiction, amanti dei classici, dei gialli e delle rarità. Pane per ogni dente, insomma. E basta snasare un poco per trovare perle e coralli.
Ma io che ho, io pure, i gusti miei precisi mi dirigo senza por tempo al tempo allo stand delle Edizioni Croce, che sono del figlio di un amico di tanto tempo fa che si chiamava Remo e aveva LA libreria su Via del Governo Vecchio. Edizioni Croce che sono tutte dedicate alla scrittura femminile tra l'Ottocento e il Novecento, la mia tazza di tè. C'è Maria Messina, c'è Elisabeth Gaskell e tante altre in fila, tutte scrittrici che, in tempi differenti, ho amato come sorelle. Sicché, fatti i debiti conti, compero un librino che si intitola "Mamma Natale" e che raccoglie i racconti di Natale di tante scrittrici, da Matilde Serao alla Marchesa Colombi. E tutta soddisfatta, dopo aver fatto capolino da vecchi amici che hanno una bella casa editrice (Nutrimenti) e da vechissimi amici (che stanno lavorando a un progetto che mi coinvolgerebbe, Fenice Bookstore), me ne torno a casa mia, con il cuore allegro perché, nonostante la rivoluzione digitale, il mio caro, amato libro è ancora vivo e vegeto! 

giovedì 21 novembre 2019

Avventure in Cinquecento


Anni orsono, prima che, stanco, mio padre facesse le valigie definitive per l’oltre sconosciuto, mi regalò la sua vecchia Fiat Cinquecento che era allora davvero “young” come recita il nomignolo datole dalla casa torinese che oggi porta l’inaccettabile, per me, nome di Fca (che in italiano suona davvero male…). Più di vent’anni dopo, tutt’altro che young, la mia Cinquecento è ancora la mia fedele compagna di viaggi, escursioni, gite al supermercato e altre amenità tutte mie e sue, nel segreto accordo che ci conduce. Tutte le spese a suo carico, bollo, assicurazione, revisione, permesso per il centro storico, sono sempre state da me pagate con affetto e riconoscenza perché le sue ruote sono le gambe mie in un senso che soltanto lei e io sappiamo. E mai si è sognata di lasciarmi a piedi nei lunghi anni di sodalizio!
Ebbene, dunque, essendo oramai la mia Cinquecento bianca in là  con gli anni, qualche volpone mi ha suggerito di informarmi perché, con occhi rotondi, “puoi non pagare il bollo!”. E così io che sono per natura esploratrice, sono partita alla scoperta del magico mondo delle auto d’epoca che non pagano il bollo. E ho scoperto, ticchettando sulla mia tastiera che esiste un sito apposito dove informarsi. Al quale, naturalmente, ho scritto. Il gentilissimo interlocutore mi ha spiegato che, evviva evviva, l’informazione era esatta e che per ricevere il mio bel “certificato di rilevanza storica” dovevo rivolgermi a una officina specializzata che avrei trovato alla pagina tal dei tali del sito loro. Passo dalle parole ai fatti e, trovato il numero, l compongo senza por tempo al tempo. Mi risponde un laconico signore. Trillo tutta la mia storia, spiego che sono la proprietaria di una Cinquecento che conta tante primavere e che vorrei ottenere da loro il certificato tal dei tali. Mi ascolta paziente e poi mi chiede¨”Quanto paga di bollo”. Rispondo la cifra. E lui: “Cinquanta euro in meno di quanto costa l’iscrizione obbligatoria alla nostra associazione”. E senza attendere una mia risposta il telefono ha già fatto clic…

sabato 16 novembre 2019

Cuore sacro monticiano


Nel Rione Monti dove abito, scrivo i miei piccoli libri e taglio e cucio le mie bennibags, c’è tutto un mondo segreto fatto di chiese, Madonnelle, oratori. E’, penso io, il cuore della Roma papalina che batte e batte, nascosto, prudente, segreto, nel cuore del cuore di Roma inondato di macchine e di traffico romano e straniero. E il mio cuore, chiuso nella sua soffice sciarpa d’oro, batte insieme con lui. Sul fianco della bella Chiesa dedicata alla Madonna dei Monti, ad esempio, lì dove il lato della chiesa affaccia sulla piazzetta che è centro del Rione, dove fiorisce nell’acqua pura la fontana dei Catecumeni, c’è un mosaico in forma di graziosa Madonnina che, fino a poco tempo fa, era deturpata da una fila di bidoni della spazzatura che grondavano rifiuti, in rivoli di sporcume. Ebbene, qualche giorno fa (e non vi dico chi ha scritto tante e tante mail all’Ama sull’argomento…), la Madonnina, che è patrona del Rione, è tornata a splendere, liberata. In gioia mia e anche di Aldo Maria Valli che che aveva visto lo scempio...
 E poco più avanti, al numero non mi ricordo quale della Via dei Serpenti, dietro un portone qualsiasi cui si accede salendo due gradini, vivono le oblate della Pro Sanctitate che custodiscono con amore il luogo dove morì, nel Cinquecento, San Benedetto Labre, che era un senza tetto, un mistico, e un pellegrino (avendo egli percorso nella sua breve vita 40 mila chilometri, da Roma a Bruges e fino a Santiago di Compostella). Chi ne avesse voglia può suonare per salire nella stanza, che era casa del macellaio del Rione, dove il santo morì. Un Santo straccione, moderno, tutto quanto proteso nel cielo, che è raffigurato, morente, nel giorno del transito in cielo. E, uscendo poi lungo la via trafficata dei Serpenti, che è il corso del Rione Monti, sollevate lo sguardo in alto, perché c’è un’altra Madonnella, come una stella nel firmamento, che da lassù vi guarda e, casomai, vi benedice… 
 Il mio libro: perfetto dono di Natale...

mercoledì 13 novembre 2019

Venezia color seppia

Il Cardinale Urbani

Non voglio piangere su Venezia affogata dalla laguna che tanto l’ama, non serve versar lacrime che sono ancora acqua all’acqua. E così, per celebrar la Serenissima che, bella tra le belle, soffre nella calamità che l’affligge, ripenso a una certa amica di nome Elisabetta che conobbi quando, giovanissima, ero tra i redattori di “Domenica in”, ai tempi delle ragazze pon pon di Gianni Boncompagni. Io mi occupavo allora di far da assistente e addetto stampa (per la trasmissione) di una certa attrice napoletana di cui tutti amano il sorriso e io invece ebbi a conoscere l’asprezza, Lei, Elisabetta, era ufficio stampa del programma tutto quanto. Finché, per un mese, non la sostituii, scoprendo con sorpresa i segreti dei giornalisti.
Zio di Elisabetta era il Cardinale Giovanni Urbani, che fu Patriarca di Venezia. Di lui, riguardandolo  in una fotografia che è qui anche per voi, Elisabetta aveva preso gli occhi celesti, d'acqua di laguna e una cert'aria trasognata che mi fece sceglier lei, per compagna, in un bel viaggio praghese.
E si sentiva, nelle sue stanze, odor di santità e poco mancò che, come il suo predecessore (cioè Giovanni XXIII) (e il successore poi, ovvero Giovanni Paolo I)), divenisse Papa. Ma morì anzitempo o non so. Di lui, mi resta un ricordo di Elisabetta, dolce come sono tutti i ricordi di quei tempi andati, e lo vado a raccontare con la nostalgia che s'ha del sapor d'infanzia e di Rossana. Ed è di lei, piccina, che andava nelle sacre stanze a trovar lo zio e, insieme, al sabato sera, la famiglia si riuniva a guardare Canzonissima. E tutto filava via in gioia, senonché, quando comparivano le ballerine in calzamaglia nera, a gambe all’aria, un inserviente del Cardinale, in talare nera, si alzava dalla sediola e, a passi svelti, andava a tirar giù una tendina sullo schermo che, rotolando in allegria, bontà sua, nascondeva allo sguardo l’offesa di quelle nudità…

martedì 12 novembre 2019

Un cortile a Pordenone

Si avvicina il Natale  e ho organizzato una maxi-vendita di bennibags in casa. Persino su Skype, a Milano...
Un certo parente alla lontana, fdi nome Sebastiano, che è avvocato e vive a Pordenone - dove mia madre visse ragazza, tra le brume friulane della piccola provincia la quale le stava stretta come una scarpa di mia sorella - mi ha mandato un suo piccolo libro, una lisca direi, un cosino di poche pagine, che racconta, in bell'italiano ironico e grazioso, la sua infanzia passata nel cortile di casa che era, per lui e per gli altri bambini che lì abitavano, il mondo. Infatti il libretto si intitola "Il cortile era il mondo" e io l'ho letto, tutto quanto, in un'ora, immersa nelle atmosfere di quel micro-mondo che era il nostro, profumato, di quando internet non c'era e gli uomini avevano i piedi ben piantati sulla terra e gli occhi, in devozione, al cielo.
Tante le piccole storie intrecciate di quel cortile che s'apriva - e s'apre ancora - lungo il Corso Vittorio Emanuele, che è la via centrale di Pordenone. Ma per me, tra tutti, il ricordo della zia Giusetta, che era la mamma dell'autore e che, piccola com'era, e alta come me bambina che l'andavo a trovare, conservava intatta negli anni la sua volontà di ferro. Viveva, nell'appartamento del cortile, in una fuga d'ombre e di stanze dove io mi perdevo come in un segreto alveare. Brusca nei modi, sempre a tirar su col naso (non so perché),  era parca d'affetto e niente baci. Ma in quel suo spartano andare, il cuore si scioglieva per Sciusciù che era un cagnolino nero, un barboncino, che la seguiva a ogni passo. E dove andava lei, lui pure. E se lo lasciava a casa, il cagnetto restava accovacciato all'ingresso in attesa che lei tornasse. Finché un giorno, tanti anni orsono (e ancora sento il pianto di mia madre) la zia Giusetta uscì e non tornò più a casa. 

venerdì 1 novembre 2019

C'è cappello e cappello

bennibag con fiocchetto
Il silenzio avvolge cortili e palazzi come incanto fatato in questo giorno d'Ognissanti, quando la Comunione di Beati, Venerabili, martiri e Santi, sembra scendere, in punta di piedi, sulla terra per ridare cibo all'anime inaridite dalla mancanza di Dio che tutto ha creato. Nell'aria, un battito d'ali, un fremito di vita divina che si mescola agli odori della cucina mia, la zucca bollita, le verdure in padella, il brodo che sobbolle in crespo movimento di tenere acque.
Mi lascio trasportar dalla mano che sempre mi conduce e intanto penso a mio padre che, ogni giorno, cascasse il mondo, indossava, per uscire, il suo bel cappello Borsalino. Un cappello come chiusa di confezione da donare al mondo e lassù.
Mi piaceva il cappello di mio padre perché, elegante, era chiusa di vita, diga al pensiero che travolge la mente, diritto indicava, il cappello, le vie del cielo. Non così i cappelli di oggi, di certi modaioli che lo portano, per dire, anche in cucina e tra i formelli. Quel cappello vanitoso, pungente, ordinario è un cappello che pare innalzar fino alle stelle la vanità umana e niente ha a che vedere con il dolce cappello che portava mio padre.
E proprio qualche giorno fa, mentre me ne tornavo a casa dopo il mio stanco pomeriggio, ho veduto, lungo la via dei Serpenti, un cappello indossato come lo portava mio padre. Un cappello che somigliava al basco penitenziale che indossavamo noi alunne dell'Istituto Mater Dei di Piazza di Spagna...



lunedì 21 ottobre 2019

Padre Ioda

Sul lato destro di Via Panisperna, dando le spalle allo splendore di Santa Maria Maggiore, c'è una Chiesa bellissima che apre il suo ingresso laterale, appunto, sul saliscendi del panis et perna (cioè del pane e prosciutto) e la principale lungo la Via Mazarino. In questa chiesa riposta, solenne nell'ombra sua basilicale, intitolata a Sant'Agata dei Goti, vado spesso alla Santa Messa, anche per ascoltare le omelie di un Padre stimmatino che si chiama Padre Aldo che ha molti anni e, per come lo vedo io, è un maestro spirituale di prima grandezza. Ed è per questo che, scherzando, io lo chiamo, a volte Padre Ioda...
A lui, una mattina felice, ho portato una copia del mio "C'ero una volta" e lui, con un sorriso, lo ha accettato. E deve averlo letto con attenzione perché la sua "recensione" tutta particolare mi è arrivata per gradi. Una mattina, mi ha chiesto: "Dove va di bello, in compagnia soltanto del suo respiro..." Una citazione e un sorriso mio e suo, in scambio di muta verità. Poi, una decina di giorni dopo è arrivata, in sorriso di cherubino, la recensione vera e propria. E ha detto, e riporto qui fedelmente le sue parole che mi hanno fatto cantare il cuore in gloria. "Quante cose interessanti qui intorno!", riferendosi alle tante chiese, poco note, e le curiosità romane che racconto nel libro. Poi: "E che divertimento le parentesi..." Si riferisce alle piccole grandi storie tragicomiche che sono incastonate nell'andar mio virtuoso letterario. Infine, dopo una pausa: "E anche le cose mistiche: sono tutte giuste!" E, ieri sera, dopo la Santa Messa, ha aggiunto, raggiungendomi in fondo alla chiesa col suo sorriso serafico: "L'aggettivazione... la sua aggettivazione, la definirei incantevole". Le recensioni stirate sul mese di Padre Ioda sono proseguite qualche giorno fa quando, uscendo dalla mia messa mattutina (alle 7 e 10) mi si è avvicinato con quel suo andare morbido e, occhi ridenti negli occhi ridenti, ha detto: "Una sola cosa le devo dire. Io, da giovane ho vissuto in Friuli!". Sì, sì, una cosa sola e definitiva, caro Padre Ioda! In grazia, in delizia, nel cammino diritto che seguo, auguro a tutti un buon lunedì o anche venerdì... 

lunedì 14 ottobre 2019

Casper il fantasmino



C’è, sul cucuzzolo di un bel palazzo al rione Monti, un appartamento  arioso nelle sue tante finestre che aprono la porta al sole, elegante nella finezza fiorita della sua padrona di casa, disordinato quel tanto che basta a renderlo affascinante. Io, ogni tanto, per motivi che non sto qui a spiegare, sono lì e mi piace vedere dall’alto la via che è, per così dire, il mio vialetto d’ingresso e che pure, da casa mia, non vedo. La via che ha per cancello, laggiù, gli archi maestosi del Colosseo. In questi giorni, poi, ho un motivo in più per andare e questo motivo si chiama Casper.
Immaginate, dunque, il mio mattino, indaffarato per varie faccende che non sono sugo del giorno e poi, alla pausa del pranzo, seguitemi lungo il corridoio che è ponte tra le due case e le scale che salgono solenni in marmo bianco. Apro la porta e mi aggiro per le stanze addormentate. “Casper, Casper, Casper!” Il mio errare è festoso nel  vociare mio e nei baci che servono a richiamo. “Casper, Casper, Casper!” Chiamo e nulla. Il silenzio m’avvolge come ovatta, la quiete mi innaffia il cuore di serenità. Continuo le ricerche, guardando in ogni stanza, ficcando lo sguardo dietro ogni divano, cacciando le pupille negli angolini più riposti. E nulla ancora. “Casper! Casper!”
Va bene, mi arrendo e mi siedo su un divanetto bianco che guarda in faccia una televisione magra magra e nera nera. Sono lì in attesa e passan pochi secondi e il mio fantasmino arriva, a coda ritta, gli azzurri occhioni in punto interrogativo. Ci guardiamo in tralice. Poi lui leggero, come nuvoletta nel mio sereno, balza sul divano e si accoccola a me accanto. Qualche carezza e comincia il suono del ron ron. Lo accarezzo nel suo bianco splendore e proprio quando sto per sentirmi a casa mia, zacchete, arriva il suo morsetto. Ahia. Mi guarda, lo guardo. E’ ora di tirare fuori il topolino che è in realtà il mio portachiavi…

mercoledì 9 ottobre 2019

Italia mia


Guardo poco o nulla la televisione per motivi che sarebbero tanti da elencare e anche un poco tediosi sicché, liberi tutti. Guardo, dunque, poco la televisione, ma a volte, quando la sera cade e il giorno smuore nella lontananza, con il suo dolce carico di gioie, mi piace sedere di fronte alla tv per “Little big Italy” che racconta la cucina italiana in giro per il mondo. Il conduttore, Francesco Panella, è certo il proprietario (tra le tante) di una panetteria all’Esquilino dove a volte vado ed è una festa per occhi, bocca e naso. Ma avanti. Mi piace, dunque, andare a Lima, a Buenos Aires a New York a vedere che cosa combinano dall’altra parte del mondo con i nostri semplici ingredienti che fan la gola dell’universalità. E anche se non guardo mai il programma fino in fondo né so chi vince e chi no, imparo cose che non sapevo e forse neanche voi.
Ho scoperto ad esempio che i peruviani vanno ghiotti per il panettone e che lo mangiano l’anno intero, producendolo oramai in Perù, copiando noi piccoli così al confine dell’Oceano. Ho scoperto che in Canadà, gli italiani, che tengono caldo il cuore tra le colline  loro tricolori, si sono inventati una eolingua che mischia italiano e inglese in allegra armonia. Il pane dunque diventa breddo, il furgone il trocco e il cortile il backiardo e così via in festosa invenzione che poi è il modo stesso in cui, per esempio, dal latino si sono formate le lingue neolatine, e tra queste il nostro caro italiano. Così, ringrazio Francesco Panella che mi porta in giro per il mondo, stando seduta su mio sofà, a vedere come l’Italia, che è il più bel Paese del mondo, nonostante la crisi e tuto quanto, continua a dar cuore, anima e pane…

martedì 8 ottobre 2019

La giacca di Sem


Tra tutti i balli dei diciotto anni dove sono stata invitata durante la mia primavera, bello e memorabile fu, senza dubbio, quello di Diamante M. che era bionda, elegante, nasuta e molto molto divertente. Come sua madre, che, ai tempi, era una vera celebrità e oggi un poco dimenticata insieme con il pittore del quale fu musa bionda e invadente al Palazzo del Grillo.
Il castello Odescalchi fiaccolato, rivestito di gloria come ai giorni delle Crociate splendeva negli eleganti vestiti lunghi delle giovanette e negli smocking essenziali dei ragazzi. Festa di luci d'intorno e musica nelle orecchie che invitava noialtri alle danze e alla spensieratezza.
Io, nel mio lungo abito  nero scollato, ero al tavolo bianco della festeggiata quando  arrivò il momento di soffiar le diciotto candeline sull’enorme torta candida  e zuccherina e così finii, appena dietro a Diamante con le gote rotonde a insufflar l’aria, in una foto sull'Espresso (che i miei fratelli, con sfottò mi fecero trovare al mio posto nel desco famigliare…). Una foto che mi racconta com'ero, occhi negli occhi con la verità che cercavo anche allora, tra trousse e falpalà.
A un’ora tarda e buia arrivarono gli spaghetti di mezzanotte e poi, quando già l’alba tingeva di rosa il cielo, i cornetti caldi alla crema. E’ sempre la giacca di Sem (che Francesca e io chiamavamo, chissà perché, Sem il vaccaro…) che ha riaperto questa mattina la porticina del cuore e i ricordi filano fuori, in dolce rimembranza. Ma voltarmi indietro non posso e non voglio. Il mio oggi mi chiama al dovere e, felice, stendo sul tavolo della cucina la pasta sfoglia per formar, con petali di mele, tante rosette dolci per chi so io…

lunedì 7 ottobre 2019

Per Francesca perduta

Bambina, nel grazioso drindel verde a fioretti bianchi con grembiuletto bianco a fioretti rossi, spingevo la mia carriola, anch'essa rossa e bianca, su e giù sotto al porticato di cotto e sogno del casolare rosa di San Giuliano dove, ragazza aveva abitato mia madre, e dove contava i suoi ultimi anni la nonna Lisetta. Portavo così a spasso la mia grande bambola di coccio che aveva un occhio aperto e uno chiuso, i capelli di stoppa e uno sbrindellato abito di tulle rosa, una bambola che per me, però, era la più bella del mondo...
Più avanti, stirata nella divisa bianca e blu dell'Istituto Mater Dei, passavo le lunghe mattine d'inverno e d'estate, tra le compagne, vestite tale e quale a me, che solo all'apparenza mi somigliavano, come poi la vita doveva insegnare... Al suono della campanella della ricreazione, esplodevamo in un mazzo bianco e blu sul terrazzo di marmelle candide seduto a mezz'aria tra Piazza di Spagna e la Trinità dei Monti. Portavamo i calzettoni e non ci pesavano. A ginocchia nude, nel rigido inverno di quegli anni Settanta, io mi sentivo libera. E libera camminavo sentendo una mano invisibile sul capo che mi conduceva nei passi leggeri che mi avrebbero condotto lontano e assai in alto.
A diciannove anni, la moda entrò come locomotiva nel Far West nella mia vita. Con Francesca, la mia amica del cuore, in sella al vespino (suo) bianco e i capelli lunghi al vento (il casco allora non si portava...) andavamo a caccia di vestiti in un negozietto di Via Ottaviano che si chiamava Sem e che qualche anno più avanti doveva aprire il gemello in Via della Croce. Proprio questa mattina, rovistando negli armadi, ho ritrovato una giacca color cioccolata che avevo comperato da Sem e che, un poco spelacchiata, mi ha aperto la finestra del cuore. E ho rivisto noi due, ragazze, nella fiaccola accesa che condividevamo e ora non più... 

giovedì 26 settembre 2019

L'odore del caffè


Mentre il sole sorgeva al colmo della verde aldia, colorando di miele – e subito dopo, in un gioco misterioso di lucore, d’argento - le acque ben pettinate della baia di Cala Girgolu, è già tempo, per me, che dormo ad gallinas albas, di sollevarmi tutta, di indossar la vestaglia celeste e di scendere le brune scale per preparare, in cucina, il caffè della mattina fresca. Silenzio intorno, nello stormir fragile delle fonde, mentre la frangetta viola della buganvilla si dondola al venticello, recando in sé il profumo di luoghi lontani. Scintilla laggiù il laghetto salato che era un tempo di Pierino Corda e ora di nessuno più. Lo osservo mentre lo specchio par rabbrividire, facendosi ondine in crespo, al refolo di Eolo lontano, E mi par quasi, di rivedermi, laggiù, bambina, a pescare con le mani con la Beatrice falsa (bionda come me) e la Beatrice vera, dai capelli mori, che ho ritrovato sulla riva ieri e avant’ieri nella gioia nostra ritrovata…
Ecco,  passare, in volo, la ghiandaia dalla coda azzurra, che qui vive come in affitto perenne sul colmo del leccio che chiude come in un nido la villa bianca di Cala Girgolu. Trafiggendo il cielo, passa, l’uccella, da un ramo all’altro, nel becco le sue ghiande preferite. Timida, miagolante, compare da dietro l’imposta bruna della porta finestra la gattina rossa che cerca, da me, cibo e qualche moina per poi, girato l’angolo andar via, leccarsi i baffi, a coda ritta, nell’ovatta delle sue zampette. Sul colmo del soffitto, in veranda, corrono i timidi gechi che paiono virgole nere nel bianco acceso, illuminato dall’astro nascente.
D’un tratto, l’incanto si rompe. Ci sono le notizie. Qualcuno a me molto, troppo caro, ha acceso la tv. Un ruscello di parole bagna l’incanto della mattinata e nel rumore tutto umano (che io non ascolto più) di voci e pareri, mi chiama, col suo gorgogliare familiare, la cuccuma che cuoce sul fornello. E tutto si fa di bucato nell’odore del caffè.

Per Elisabetta e Caterina, amiche mie...



martedì 24 settembre 2019

Ventiquattro grazie

Solo due righe due perché, felice, ho saputo or ora che nel primo mese, il mio "c'ero una volta" (oltre edizioni) è stato comperato, e spero amato, da 24 persone (ed è il 24 di settembre...). Grazie a tutti! E con un inchinetto invio ai miei lettori un a presto portato dal dolce maestrale settembrino. 

martedì 10 settembre 2019

Giornali, giornalini e giornaletti

La bennibag di Rosalie...

Nei beati tempi della mia infanzia, quando il bene era bene e il male male, le belle signore mamme, che per nuotare indossavano una cuffia di gomma ornata di fiorellini e costumi grandi con le rushes, leggevano, in spiaggia, un settimanale illustrato che conteneva servizi di moda, ricette di cucina, consigli di bon ton, e altre piccole garberie per gentildonne. C’erano, come sempre in Italia, due partiti. Alcune, compresa mia madre e – l’ho scoperto ora – mia suocera, leggevano “Grazia” che già nel nome era tutto un programma femminile e le altre, invece, “Annabella”. Per noialtre arrivò, luccicante e croccante di novità, “Donnamoderna” che diven tò, poco a poco, una bandiera unica…
I ragazzi, invece, leggevano dei giornaletti a fumetti e anche qui le scuole differivano. C’era chi prediligeva “Il Monello” o “L’intrepido” e chi, invece, il più moderno “Lanciostory”. Io spesso sbiricavo i giornaletti dei fratelli. E mi perdevo nelle avventure elettrizzanti di “Billy Biss”… Per i più piccoli (lo amavo tanto!) c’era Miao e poi anche le “figurine” che erano loro pure di due tipi: per i maschi c’era l’album dei calciatori, per le femmine quello della Disney. Conservo ancora, tra le cose care, il mio primo album Dysney quasi finito. Le figurine vi si attaccavano con la colla, soltanto le più rare erano autodesive…
I papà, invece, leggevano il giornale che non era il titolo di un quotidiano, ma il termine che li definiva tutti quanti, dall’Avvenire al Manifesto fino al Corriere della sera. Mio padre, quando leggeva il giornale, seduto nella scomoda poltrona della sala da pranzo si faceva scuro e corrucciato e non si doveva disturbare. “Zitti – diceva mia madre – papà sta leggendo il giornale”. Era come una bibbia, in celebrazione, e forse è per quella cert’aria di solennità, perché interessava tanto mio padre, che tra tutti i mestieri, scelsi, anni più tardi, di diventare giornalista.


lunedì 2 settembre 2019

Traslochi e Pd


A volte i traslochi altrui regalano sorprese. A me, ad esempio, una vicina, cara, che passa dai Monti alla Garbatella, ha donato una borsetta di coccodrillo così preziosa ed elegante che quasi non ho il coraggio di portarla e che ho incartato in una velina rosa e aspetta, alla cova, in un cassetto attendendo il mio domani (che verrà). Un’altra vicina che, invece, l’appartamento lo sta rimettendo a posto da punto e a capo, mi ha regalato una sua vecchia libreria e: grazie!, dono più gradito non poteva farmi visto che il pane quotidiano di mio marito è fatto di carta e fogli e libri e volumi e si ergono dal pavimento monticcioli di operette morali e non e posati in ogni canto ci sono libretti, libroni e libriccini. Per far posto al nuovo arrivo, dunque, sono stata obbligata a far fuori un piccolo mobile che avevo e che serviva poco o nulla.
Indi per cui, armata di ottima volontà, mi sono attaccata allo 060606 che fa da filtro all’Ama per i rifiuti ingombranti. Le signorine del call center sono tutte gentili e soprattutto una, Carlotta, mi ha dato qualche dritta per riuscire nell’impresa. Già, perché per quest’impresa ci vorrebbe davvero il Paladino Orlando, Achille, Alessandro Magno o, magari, Napoleone Bonaparte, E olé. Fatto è che, una volta passati al servizio si rimane per mezz’ore appese in compagnia di una musica svolazzante. Ogni tanto una lugubre voce registrata ricorda gli adempimenti (il codice utenti, voilà, che io ho al calduccio, accanto a me…) necessari per arrivare alla meta. Ma alla meta non si arriva mai perché una volta una voce registrata ti invita a chiamare più tardi,. Un’altra volta, i ventisei minuti di chiamata cominciano a costare un tantinello più di un traslocatore. Insomma pace e amen.
Riprovo più tardi con lo 060606. Detto fatto e mentre sono lì che aspetto di sentir lo squillo di una voce amica, mi accorgo, e rido tra me, che la voce registrata, nel declinar la solita pappardella, ha lo stesso, identico difetto di pronuncia, nella “s” fischiata e scivolata, che ha una  politica del Pd di nome Deborah, e che, per ironia della sorte,  tale e quale,   ritroviamo nella loquela del segretario medesimo dei Dem…

mercoledì 21 agosto 2019

Un conte favoloso

Da qualche tempo in qua ho cominciato a scrivere per il sito delle Biblioteche di Roma https://www.bibliotechediroma.it/delle piccole recensioni sui tantissimi libri che sto leggendo o che ho letto nella mia lunga consuetudine letteraria. Così ho pensato di postarne alcuni qui e comincio subito con uno scritto breve che ho dedicato a Monaldo Leopardi, il papà di Giacomo, che era tutto meno come ce lo hanno raccontato a scuola. 
Ci hanno raccontato, a scuola e forse anche al cinema (ma il film "Un giovane favoloso" non l'ho visto...), un Monaldo Leopardi, padre di Giacomo, rigido, pedante, codino, un insopportabile reazionario . E, invece... invece, che scoperta leggere l'autobiografia godibilissima del papà del poeta recanatese! Monaldo ha uno stile tutto quanto allegro, ironico, e, cuore a cuore, racconta le sue memorie sentimentali (di come si cacciò in un matrimonio sbagliato e di come ne uscì e di come poi sposò la mamma di Giacomo...) e politiche nelle vicissitudini repubblichine francesi nella Marca pontificia. Vanno e vengono personaggi autorevoli e codardi, zii, briganti, francesi. E lui, il conte Leopardi, sempre in mezzo alle sfortune, tra prigione e liberazione. Sì, un bel viaggio e una simpatica stretta di mano, in riconoscenza, al genitore dell'autore dell'Infinito che doveva alle brighe di suo padre (che comperava i libri alle svendite dei papalini romani assediati ai francesi) se poteva contare, nel suo "natio borgo selvaggio" di una biblioteca di prim'ordine e anche, diciamolo, di un papà amorevole, responsabile e anche assai divertente.


lunedì 5 agosto 2019

Cortesie per gli ospiti


Non so se vi è mai capitato di guardare in televisione un programma che si intitola “Cortesie per gli ospiti”. Io, tra una faccenda e l’altra snaso un poco, un occhio allo schermo, l'altro al fornetto, per imparar qualche ricetta nuova e, un altro po’ per entrare nelle case altrui e dare un’occhiata in giro, un poco anche perché non mi dispiace sentir quello che ha da dire Csaba che, con quel suo nome esotico, la figura snella, l’abbigliamento elegante e semplice è tagliata a pennello nel suo ruolo mentre molto meno mi interessano i giudizi dei suoi due accompagnatori di cui non ricordo i nomi e non me ne vogliano.
Csaba ha occhi appuntiti e gentili, occhi tranquilli che sanno veder chiaro lì dove corre la linea della perfezione. Una tovaglia bianca, di cotone e pizzi, ben stirata fa a pugni con piatti della Standa; un centrotavola non può esser alto come le Torri gemelle e impedir che le persone si guardino in viso; e poi dettagli su cucchiaini, tovaglioli, piatti che non sono niente affatto puntigliosità e artifizi, ma semplici corredi al vivere bene e che, tutti quanti, si spiegano nella praticità rotonda.
Eh già, nel mio evviva alla semplicità, ho pensato a Csaba e a quanto ha ragione nell’indovinar nelle intenzioni che si fan gesti e cose, se gli ospiti sono graditi oppure no, se chi cucina lo fa con grazia e cuore o soltanto per convenienza, abitudine o chissà. E’ stato, come in un’epifania, qualche giorno fa in un ristorante dalle parti dell’Abbazia di Farfa, nella mia dolce Sabina. Il nome lo taccio, ma appena giunta, alla maniera di Csaba, ho osservato l’intorno. Ho visto delle tovaglie dorate, messe a casaccio, penzoloni da una parte e come morsicate dall’altra. Ho visto un laghetto dei pesci rossi che mandava un gran cattivo odore, ho visto, sulle tovaglie d’oro degli incongruenti tovaglioli a quadri. Così quando sono arrivate le pizze, ero già preparata… ma, via, acqua passata e avanti e coraggio, in gioia.

Ps: ho ricevuto molte mail, messaggi, telefonate di persone (anche giornalisti) che han letto il mio "C'ero una volta" e lo hanno chiuso con la pace nel cuore. Ringrazio tutti e qui riporto la copertina e l'indirizzo, casomai, per acquistarlo.
Aggiungi didascaliahttps://www.fenicebookstore.it/shop/cartacei/prosa/narrativa-italiana/cero-una-volta/


lunedì 22 luglio 2019

Amichino e amicone

Il  mio libro è uscito anche in formato Kindle e si può acquistare per pochi euro qui: 
https://www.oltre.it/biblioteca/store/comersus_viewItem.asp?idProduct=3316

La porta finestra della camera da letto, che era dei miei genitori, e ora è mia e di mio marito, è come un gran quadro della marina sarda che è anima della mia anima. Incornicia, l’isola di Tavolara, rosa e celeste, l’anello della baia dei gigli bianchi (detti Girgolu) e poi ancora, in vicinanza, il dorso di balena dell’isolotto di Cana. Ad occhi chiusi, come percorrendo gli spazi, con il senso profondo dell’amore acceso, conto le rocce frastagliate, le piccole insenature, i giochi di pietre in cascata libera tra l’onde. Di notte, il manto del buio pare rimboccar le coperte alle rive e  proteggerle dal lumeggiare delle stelle fredde che, da lassù, vanitose si specchiano nell’acque. Al mattino, poi, il dardo del sole, si accende sul disegno verde dell’aldia ed è un nuovo giorno.
Io, come rinata nell’arancio, sono già sulla spiaggia, mentre il sole occhieggia tra il verde dei cespugli di mirto, lentisco ed olivastro, nei colori che sono stati compagni dell’infanzia mia e di oggi pure. Sulla spiaggia, con il mio bel rosario rosa (che ho donato a un amico che non vedevo da trent’anni e più), percorro a passi lenti l’arenile mentre le onde paiono baciarmi i piedi tanto è caldo il loro tenero  respiro. Avanti e indietro e poi distesa nella sabbia già cotta dal sole, che solletica i piedi , nel sollievo ritrovato della natura desta. D’un tratto, un rumorino: oh che cosa è, mi domando, e sollevo il capo. Lo sguardo si posa su un bruscolo di granchio che percorre, coraggioso, la riva in cerca dell’ombra delle mie gambe. Oh tu guarda, ho un amichino mi dico, e lo osservo mentre si accovaccia nel buio mio. Allungo un polpastrello per accarezzarlo sul carapace. E lui, in guardia, con un balzo, apre le chele in segno di battaglia. Che paura! Gli occhi, due pepini, mi osservano e sento la tensione vibrante del suo corpicino. Oh, no, non preoccuparti, amichino, sto soltanto cambiando posizione. E pure lui, inseguendo l’ombra mia. Stavamo proprio bene, amichino ed io, ma arriva amicone (mio marito) bello fresco dal lungo bagno di mare, e, preoccupato per il piccolino, lo prende e via nell’acqua scura, sotto gli sogli, in tana, in tana. Addio amichino!

giovedì 27 giugno 2019

Una piccola intervista






https://www.fenicebookstore.it/il-mio-incontro-damore-con-elisabetta-e-caterina/

Ecco, sì mi ero dimenticata di citare la fonte e di ringraziare Diego Zandel che ho conosciuto tanti anni fa, ragazza con i libri cuciti al cuore. Proprio come lui.

IL MIO INCONTRO D’AMORE CON ELISABETTA E CATERINA


di Diego Zandel

Giornalista, scrittrice, traduttrice, Benedetta de Vito ha scritto un libro “C’ero una volta”, edito dalla Oltre Edizioni, che racconta il suo percorso spirituale intrapreso grazie all’incontro con le sante Elisabetta e Caterina. L’abbiamo intervistata.
Benedetta, in che modo pensi la sua lettura possa essere utile a chi si accosta ad esso?
Il mio piccolo libro è la storia della mia “conversione” che vuol dire ritorno. Un ritorno al Signore, da dove tutti veniamo. Ritorno vuol dire che, bimba, io ero già lì. Poi il mondo mi ha sballottata di qua e di là fino al giorno in cui ho avuto, per così dire, la mia sacra Pentecoste e poi dieci anni di preghiera e silenzio nella purificazione. Elisabetta (Canori Mora), che aveva avuto un percorso simile al mio, mi ha preso per mano lungo il cammino. Caterina mi ha insegnato il coraggio e a scrivere lettere. Devo a lei la grazia di aver avuto un breve carteggio con Benedetto XVI, un Papa che amo. Le sue lettere, cinque, sono custodite in una scatola rosa e nel mio cuore. Penso che, nel mondo arido e senza Dio in cui ci ha precipitato la modernità, “C’ero una volta” possa essere una piccola oasi di acqua di vita e una speranza.
Senza voler fare una graduatoria che non ha senso, ma entrando nel merito delle loro figure e della loro storia, cosa distingue sante come Elisabetta e Caterina rispetto ad altre sante anche più famose?
Certo, tra i Santi non ci sono graduatorie: sono tutti uomini e donne di Dio, che vivono nella vera vita, dove regina è la Carità, cioè l’amore, e dove spira la brezza di Elia. Uomini e donne che hanno trovato, pur nella continua lotta spirituale, la pace del cuore. Nella libertà che è dono del Signore. Ogni Santo ha il suo carisma e ognuno di noi ha, per così dire, i “suoi santi in Paradiso” (non nel senso del mondo!). E’ nel silenzio del cuore che tutti possono udire la loro voce e scoprire le meraviglie che possono insegnare. Ho già scritto il seguito del mio libro, dedicandolo a Santa Marcella e a Santa Emerenziana, due sante romane, morte nei primi secoli della nostra era, che, per motivi differenti, sono venute a trovarmi e regalarmi le perle dei loro doni…
Il tuo può essere considerato anche un libro di meditazione?
Sì, in un certo senso. Per me, maestra è la semplicità. I miei piccoli-grandi viaggi per le strade di Roma, rincorrendo le due Sante, se insegnano qualcosa, è un metodo schietto di affrontare la geografia interiore e possono incuriosire i lettori spalancando una porta segreta sul misticismo. Ma non sono cose astratte, tutt’altro! L’ascesi e l’unione portano, dopo il lungo travaglio della Salita al Carmelo, una dolce disciplina dell’anima che dà i suoi frutti nel mondo. Santa Teresa d’Avila, dottore della Chiesa, diceva, ridendo (allegra com’era): “Dio cammina tra pentole e tegami!”.
Consiglieresti la lettura del tuo libro a un laico o a un credente di un’altra fede o, addirittura, a un ateo? E per quali motivi?
Molte persone, amici e conoscenti, atei e credenti, mi hanno scritto, felici di aver letto il libro perché regala un viaggio interiore che, per tutti, può essere illuminante. Una persona, in particolare, dopo averlo letto e avermi incontrata, è andata a confessarsi. Per me, il dono più grande. Una grazia

giovedì 13 giugno 2019

Il re del vento


In una certa, piccola libreria, incastonata, diciamo così, tra le mura bianche di calce e sogno, di una casa che dico, sospesa tra cielo e mare della Sardegna, mi capita di trovare, come alla deriva, libri che miei non sono e che non ho comperato e che qualcuno, per grazia ricevuta, ha lasciato lì, come piccolo segno di presenza e poi di assenza. Io, appena giunta lì dove scrivo, corro sempre a controllare nella bibliotechina delle meraviglie se un volumetto si è arenato tra gli scogli di carta, se c’è un nuovo venuto, un naufrago che mi invita alla sua lettura. Così trovai, anni orsono, la storia dell’isola di Tavolara e, come da scoglio in mezzo all’onde, si fece il più piccolo regno della terra e fosse popolato da mitiche capre dai denti d’oro…
Lo scorso maggio, invece, legato a una boa e portato dalle maree misteriose della vicinanza, ho trovato un piccolo volume color  giallo arancino dal titolo, per me, molto attraente “Il paese di ‘Contos’” e sottotitolo:  Viaggio intimo alle origini del mito in Sardegna, edizioni Agrifoglio. Sciolti gli ormeggi, me lo porto in camera e mi immergo nella lettura. L’incipit, in medias res, mi colpisce subito e non smetto più di leggere fino a che le palpebre, molli, e le nuvolette dentro, mi impediscono di andare avanti. Sono nella mia Sardegna di quando, piccola, vi arrivai or sono cinquanta anni. Gli uomini, in costume, vestiti di velluto e ogni sfumatura di colore significava un paese diverso (cosa che non sapevo). Sono di nuovo bambina, nella Sardegna (ora sparita) spazzata dal vento del maestrale che respira, pare, come la marea. Sono bambina e, io pure, come l’autore Raffaele Piroddi, assisto, a bocca aperta, alla magia di Serafino, il re del vento, che governa, imperiosetto, le raffiche del maestrale…
Perduta nei “contos” di Piredda, penso alle mie storie tragicomiche e a tutti i “contos” che ancora oggi mi raccontano i tanti amici sardi che mi vanto di avere.

domenica 9 giugno 2019

Libri al Testaccio

Piccola, dove sei?
Per molti anni, ma molti davvero, ho preso i libri in prestito alla Biblioteca Rispoli che era (e non più) affacciata sulla via della Gatta. E prima di immergermi in tutti quei volumi che, magicamente, potevano essere miei almeno per due settimane e addirittura un mese e mezzo, passavo davanti alla gatta egiziana in bilico sul cornicione di Palazzo Grazioli e le facevo un sorriso e una riverenza perché lei, e io lo sapevo, viveva e vive lì dove io, al temine del lungo ritorno, ho ripreso a respirare…
Non so più quanti sono stati  libri che hanno dormito qualche tempo in casa mia per poi tornare, per me nudi, tra i loro fratellini in fila allegra sui tanti ripiani delle sale. Ora, dicevo, la Rispoli è chiusa e per qualche tempo, attonita e dispiaciuta, ho smesso di frequentar le Biblioteche di Roma che pure tanta gioia mi avevano donato e viaggi intorno al mondo e all’anima. Poi un giorno ho scoperto, entrando nel mio account, che le Biblioteche hanno inaugurato un giochino per bibliofili, detto all'inglese Game, e, incuriosita, ho scritto la mia prima recensione e poi una seconda. I punti sono fioccati e i titoli, per me. Ora sto per diventar, udite udite, "bibliofila" e domani chissà, in gran divertimento.
Rinato l’amore per la biblioteca (che dormiva dentro di me in gran segrete stanze), eccomi eleggere la nuova biblioteca mia, che si trova a un tiro di sasso della Piramide Cestia ed è intitolata ad Enzo Tortora che io ricordo, garbato,  nella sua  allegra trasmissione con il pappagallino dal titolo molto british di “Portobello”. Così, quando il bisogno di leggere libri che non trovo altrove si accende eccomi sulla metropolitana B a sfrecciar nel buio per esplodere nel sole alla Piramide, lì dove, bimbetta, aspettavo affamata e fremente mia madre che mi raccoglieva giunta io, da scuola, con Livia e Marco, al capolinea del 95…

martedì 4 giugno 2019

Un viaggio straordinario

Qualche tempo fa, Marco Tosatti, ex vaticanista della Stampa, e ora animatore di un blog fortunatissimo di informazioni su Vaticano e dintorni, "Stilum Curiae" (che io seguo con assiduità) ha dedicato al mio "C'ero una volta", un post tutto suo che qui allego, insieme con il link http://www.marcotosatti.com/al blog di Marco che è preciso, ben fatto, interessante e ricco di spunti...
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, una post di consigli ai lettori. Se amate Roma, se – in particolare siete cattolici, magari cattolici B.B. (before Bergoglio), e vi piacciono le storie di santità semplice, seguite passo passo nei luoghi in cui si sono svolte, c’è un libro per voi: si chiama “C’ero una volta”, scritto da Benedetta de Vito, che ha seguito a Roma le tracce di due sante. Una molto famosa, Caterina da Siena – e Dio sa se forse ce ne vorrebbe una, di questi tempi – e un’altra certamente meno nota, ma dalla vita ricca di drammi e di bellezza, Elisabetta Canori Mora.
Un libro denso di fede e di memoria, molto personale, come potrete capire da questo incipit del viaggio di Benedetta nella santità di due donne straordinarie, e nella ricchezza eccezionale di Roma.
Nella comunione dei Santi
Bambina, ho avuto la gioia e il privilegio di avere una nonna, Lisetta, (rimasta un poco bimba anche nel suo nome  vezzoso) che, al pomeriggio, quando stanco il dopopranzo sembrava non sciogliersi mai nell’ora di merenda, tirava fuori un gran libro con copertina cartonata dal titolo semplice, “I Santi del giorno”, e leggeva a voce alta, qui e lì. Da lei seppi ad esempio che il termine cappella viene da cappa,  ossia mantello: il mantello che San Martino diede, tagliandolo a metà, a due poveri infreddoliti e che i re merovingi veneravano nel loro oratorio. Un angolo chiamato per metonimia (cioè una parte per il tutto) col nome di cappella, piccola cappa. La parola ora indica un particolare luogo consacrato in tutte le chiese del mondo.
San Martino, lo conoscevo appunto, per il mantello donato ai mendicanti e perché, a metà novembre, regalava la sua fragile estate radiosa. Io, piccola, lo vedevo vivo nell’atto del dono. Conoscevo già anche le due Terese, la grande e la piccola, e alla piccola preferivo, non so perché, la grande. Poi c’era Santa Monica che aveva un figlio scapestrato di nome Agostino, Sant’Agnese coi bei capelli lunghi a coprir le nudità, Santa Caterina, bionda, bellissima, con la ruota e le mistiche nozze col Bambino. Li conoscevo, i Santi, nei racconti della nonna Lisetta, che mi faceva vedere il vermiglio delle loro gote, i piedi innocenti, gli occhi in preghiera.
Poi gli anni sono passati, la nonna è andata lassù (con pianto mio), io mi sono fatta donna e ho letto molti e molti libri di e sui Santi, compresa la “Filocalia” e l’”Imitazione di Cristo e la “Salita del Monte Carmelo” e certo ora ne so tanto di più. Eppure l’incanto infantile continua a colorarli di stupore. Luminosi, i racconti della nonna Lisetta li restituiscono alla memoria e addirittura al mio sguardo e mi sembra quasi di conoscerli meglio, passando attraverso la bimba che sono stata. Mi pareva, allora, nella mia età verde, che la verità che cercavo fosse tutta quanta racchiusa in quelle misteriose esistenze perdute nella lontananza dei secoli passati.  Nel leggere i loro scritti, adesso in età matura, ne ammiro la modernità, il logico ragionare, entro in muto colloquio con loro, li sento vicini, facendoli entrare nella mia vita. Ma, nell’innocenza bambina, con l’amore acceso e il cuore in impeto di petto, li conoscevo, diciamo così, per osmosi, come abitando dove abitano loro, con la sapienza tenera del cuore che è la verità…
Ad esempio, io, tornata piccina pur già donna e mamma,  camminando tra il Rione Monti e Trinità dei Monti, ho incontrato la Beata Elisabetta Canori Mora, trinitaria scalza, sposa e madre e con lei non ho smesso mai di camminare.
Ma prima che ciò avvenisse, prima, cioè, che Elisabetta prendesse a camminarmi al fianco, doveva accader altro, un piccolo prodigio che mi s’apparecchiò davanti durante una delle tante mie libere passeggiate romane, in solitaria, in compagnia soltanto del respiro, nel dolce meriggiare d’autunno.

Che cosa sia avvenuto, lo leggerete nel libro, se volete. Buona passeggiata.

domenica 26 maggio 2019

La vita segreta del mare


Una mattina, di pochi giorni fa, mi sono svegliata all’alba e il mare e il cielo, baciandosi, erano tutti rosa, come se sull’aria e l’acqua si fosse steso un manto di seta del colore dei coni delle fate. Aperta la finestra, Cala Girgolu, silente nel suo bel maggio di gocciole e fiori, e tutta rugiadosa e tremula e rosata si è come tuffata nell’anima mia e la quiete dell’intorno, impressa nel mio cuore, è rimbalzata al vento, nell’eco dei gorgheggi dei tanti uccelli che, in festa, salutavano la nuova mattina. Io, con loro, in ringraziamento. E mentre il vento, sorto dall’alto dell’aldia, alitava sulle onde, increspandole, le dita rosa dell’alba si sono fatte d’argento e cupa nuvola, in forma di cappello, è salita in testa a Tavolara preannunciando pioggia e tempo da lupi. Ho chiuso la finestra e, beata nel mio passato incanto, ho fatto, tra me e me, la lista di quello che ho fatto e non ho fatto, dei lavoretti da fare ora oppure più avanti nel solleone estivo.
E tra questi, il nuovo libro (dopo il mio “C’ero una volta” che, incredibilmente – per me – su Ibs è tra i best seller della spiritualità!) che, invece, se n’è rimasto, buono buono, sulla madia, ad aspettare il suo turno. Qui a Cala Girgolu, quando vengo, la scrittura mi par che si sfilacci e perda sostanza nella mia vita e altro occupa anima, cuore e mente. Ci sono tante erbacce da strappare, piccole cose da ridipingere, ci sono i (gatti) tanti da nutrire, il marito che chiede il suo pane quotidiano. E c’è il mio angolino di paradiso solitario, sulla spiaggia, quando – pur nel freddo – seduta su una roccia, in capo all’arenile, immergo nell’acqua i piedi e osservo i girotondi incuriositi di salpette e saraghini, osservo la timidezza dei gamberi che,  a marcia indietro, si nascondono tra l’alghe e mi perdo nei guizzi allegri dei cefali che tutt’intorno a me danzano, argentati, la loro gioia di vivere nella vita segreta del mare…