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| Il Cardinale Urbani |
Non voglio piangere su
Venezia affogata dalla laguna che tanto l’ama, non serve versar lacrime che
sono ancora acqua all’acqua. E così, per celebrar la Serenissima che, bella tra
le belle, soffre nella calamità che l’affligge, ripenso a una certa amica di
nome Elisabetta che conobbi quando, giovanissima, ero tra i redattori di “Domenica
in”, ai tempi delle ragazze pon pon di Gianni Boncompagni. Io mi occupavo allora
di far da assistente e addetto stampa (per la trasmissione) di una certa
attrice napoletana di cui tutti amano il sorriso e io invece ebbi a conoscere l’asprezza,
Lei, Elisabetta, era ufficio stampa del programma tutto quanto. Finché, per un
mese, non la sostituii, scoprendo con sorpresa i segreti dei giornalisti.
Zio di Elisabetta era
il Cardinale Giovanni Urbani, che fu Patriarca di Venezia. Di lui, riguardandolo in una fotografia che è qui anche per voi, Elisabetta aveva preso gli occhi celesti, d'acqua di laguna e una cert'aria trasognata che mi fece sceglier lei, per compagna, in un bel viaggio praghese.
E si sentiva, nelle
sue stanze, odor di santità e poco mancò che, come il suo predecessore (cioè
Giovanni XXIII) (e il successore poi, ovvero Giovanni Paolo I)), divenisse
Papa. Ma morì anzitempo o non so. Di lui, mi resta un ricordo di Elisabetta,
dolce come sono tutti i ricordi di quei tempi andati, e lo vado a raccontare con la nostalgia che s'ha del sapor d'infanzia e di Rossana. Ed è di lei, piccina, che
andava nelle sacre stanze a trovar lo zio e, insieme, al sabato sera, la
famiglia si riuniva a guardare Canzonissima. E tutto filava via in gioia,
senonché, quando comparivano le ballerine in calzamaglia nera, a gambe all’aria,
un inserviente del Cardinale, in talare nera, si alzava dalla sediola e, a passi svelti, andava
a tirar giù una tendina sullo schermo che, rotolando in allegria, bontà sua,
nascondeva allo sguardo l’offesa di quelle nudità…

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