Affacciandomi su Via del Boschetto, squillano in fila indiana, a mezz’aria
sulla lunghezza della strada, filari di luci bianche che s’accendono e si
spengono come occhi che s’aprono e si chiudono, in un brulichio di lumini. Camminando lungo Via del
Corso, un reticolo di lucette par starti a peso sul capo, illuminando la via e impedendo la vista del cielo. Tutta luci
e lucette è Roma in questo tempo di Natale, nel via vai della metropoli che non
si ferma mai. Io, invece, mi fermo e osservo tutte quelle luci che dovrebbero
essere allegre e che, invece, mi paiono tristi. Esse cercano, meschine, di invitarmi all’allegrezza - come vecchie ballerine di fila incanutite, convinte di essere ancora boccioli
di rosa - e invece a me pesano danno un senso di fastidio e di languore amaro.
Perché, mi domandavo l’altra sera, mentre chiudevo le imposte, dicendo
alle lucine che non era con loro che l’avevo ma con qualcosa che non capivo e
che mi infastidiva, facendomi venir la voglia di chiuder tutto anzitempo,
ancora con la rosa del pomeriggio accesa. Perché, mi chiedevo, e d’un tratto,
in folgore, ho capito, ma certo, mi sono detta, tutte quelle luci lì sono le
finte luci che attraggono gli uomini come i lumini notturni le falene. La vera
luce, l’unica luce che splende nel mondo, nella notte di Natale, è il Santo
Bambino nella grotta nuda. Non c’erano le luci, quella notte santa, eppure
pareva mezzogiorno, come scrive Sant’Alfonso de Liguori nel suo meraviglioso “Quando
nascette Ninne” (che è poi diventato Tu scendi dalle stelle…). E allora, a
tutti quei pochi che passeranno di qui e leggeranno queste mie poche righe
auguro di trascorrere un Natale nudo, sotto il cielo stellato di Betlemme. In
compagnia della vera, unica luce del mondo…

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