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giovedì 13 giugno 2019

Il re del vento


In una certa, piccola libreria, incastonata, diciamo così, tra le mura bianche di calce e sogno, di una casa che dico, sospesa tra cielo e mare della Sardegna, mi capita di trovare, come alla deriva, libri che miei non sono e che non ho comperato e che qualcuno, per grazia ricevuta, ha lasciato lì, come piccolo segno di presenza e poi di assenza. Io, appena giunta lì dove scrivo, corro sempre a controllare nella bibliotechina delle meraviglie se un volumetto si è arenato tra gli scogli di carta, se c’è un nuovo venuto, un naufrago che mi invita alla sua lettura. Così trovai, anni orsono, la storia dell’isola di Tavolara e, come da scoglio in mezzo all’onde, si fece il più piccolo regno della terra e fosse popolato da mitiche capre dai denti d’oro…
Lo scorso maggio, invece, legato a una boa e portato dalle maree misteriose della vicinanza, ho trovato un piccolo volume color  giallo arancino dal titolo, per me, molto attraente “Il paese di ‘Contos’” e sottotitolo:  Viaggio intimo alle origini del mito in Sardegna, edizioni Agrifoglio. Sciolti gli ormeggi, me lo porto in camera e mi immergo nella lettura. L’incipit, in medias res, mi colpisce subito e non smetto più di leggere fino a che le palpebre, molli, e le nuvolette dentro, mi impediscono di andare avanti. Sono nella mia Sardegna di quando, piccola, vi arrivai or sono cinquanta anni. Gli uomini, in costume, vestiti di velluto e ogni sfumatura di colore significava un paese diverso (cosa che non sapevo). Sono di nuovo bambina, nella Sardegna (ora sparita) spazzata dal vento del maestrale che respira, pare, come la marea. Sono bambina e, io pure, come l’autore Raffaele Piroddi, assisto, a bocca aperta, alla magia di Serafino, il re del vento, che governa, imperiosetto, le raffiche del maestrale…
Perduta nei “contos” di Piredda, penso alle mie storie tragicomiche e a tutti i “contos” che ancora oggi mi raccontano i tanti amici sardi che mi vanto di avere.

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