In una certa, piccola
libreria, incastonata, diciamo così, tra le mura bianche di calce e sogno, di
una casa che dico, sospesa tra cielo e mare della Sardegna, mi capita di
trovare, come alla deriva, libri che miei non sono e che non ho comperato e che
qualcuno, per grazia ricevuta, ha lasciato lì, come piccolo segno di presenza e
poi di assenza. Io, appena giunta lì dove scrivo, corro sempre a controllare
nella bibliotechina delle meraviglie se un volumetto si è arenato tra gli
scogli di carta, se c’è un nuovo venuto, un naufrago che mi invita alla sua
lettura. Così trovai, anni orsono, la storia dell’isola di Tavolara e, come da
scoglio in mezzo all’onde, si fece il più piccolo regno della terra e fosse
popolato da mitiche capre dai denti d’oro…
Lo scorso maggio,
invece, legato a una boa e portato dalle maree misteriose della vicinanza, ho
trovato un piccolo volume color giallo arancino
dal titolo, per me, molto attraente “Il paese di ‘Contos’” e sottotitolo: Viaggio intimo alle origini del mito in
Sardegna, edizioni Agrifoglio. Sciolti gli ormeggi, me lo porto in camera e mi
immergo nella lettura. L’incipit, in medias res, mi colpisce subito e non
smetto più di leggere fino a che le palpebre, molli, e le nuvolette dentro, mi
impediscono di andare avanti. Sono nella mia Sardegna di quando, piccola, vi
arrivai or sono cinquanta anni. Gli uomini, in costume, vestiti di velluto e
ogni sfumatura di colore significava un paese diverso (cosa che non sapevo).
Sono di nuovo bambina, nella Sardegna (ora sparita) spazzata dal vento del
maestrale che respira, pare, come la marea. Sono bambina e, io pure, come l’autore
Raffaele Piroddi, assisto, a bocca aperta, alla magia di Serafino, il re del
vento, che governa, imperiosetto, le raffiche del maestrale…
Perduta nei “contos” di
Piredda, penso alle mie storie tragicomiche e a tutti i “contos” che ancora
oggi mi raccontano i tanti amici sardi che mi vanto di avere.
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