C’è, sul cucuzzolo di
un bel palazzo al rione Monti, un appartamento arioso nelle sue tante finestre che aprono la
porta al sole, elegante nella finezza fiorita della sua padrona di casa,
disordinato quel tanto che basta a renderlo affascinante. Io, ogni tanto, per
motivi che non sto qui a spiegare, sono lì e mi piace vedere dall’alto la via
che è, per così dire, il mio vialetto d’ingresso e che pure, da casa mia, non
vedo. La via che ha per cancello, laggiù, gli archi maestosi del Colosseo. In questi giorni, poi, ho un motivo in più per andare e questo motivo si
chiama Casper.
Immaginate, dunque, il
mio mattino, indaffarato per varie faccende che non sono sugo del giorno e poi,
alla pausa del pranzo, seguitemi lungo il corridoio che è ponte tra le due case
e le scale che salgono solenni in marmo bianco. Apro la porta e mi aggiro per
le stanze addormentate. “Casper, Casper, Casper!” Il mio errare è festoso nel vociare mio e nei baci che servono a richiamo.
“Casper, Casper, Casper!” Chiamo e nulla. Il silenzio m’avvolge come ovatta, la
quiete mi innaffia il cuore di serenità. Continuo le ricerche, guardando in
ogni stanza, ficcando lo sguardo dietro ogni divano, cacciando le pupille negli
angolini più riposti. E nulla ancora. “Casper! Casper!”
Va bene, mi arrendo e
mi siedo su un divanetto bianco che guarda in faccia una televisione magra
magra e nera nera. Sono lì in attesa e passan pochi secondi e il mio fantasmino
arriva, a coda ritta, gli azzurri occhioni in punto interrogativo. Ci guardiamo
in tralice. Poi lui leggero, come nuvoletta nel mio sereno, balza sul divano e
si accoccola a me accanto. Qualche carezza e comincia il suono del ron ron. Lo
accarezzo nel suo bianco splendore e proprio quando sto per sentirmi a casa
mia, zacchete, arriva il suo morsetto. Ahia. Mi guarda, lo guardo. E’ ora di
tirare fuori il topolino che è in realtà il mio portachiavi…


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