Ragazzina, sui quattordici anni o giù di lì, trascorrevo le vacanze di Natale a Piancavallo, ospite - io, senza famiglia - di un'amica di mia madre che aveva tre figli suoi e io, in più, per una quindicina di giorni. Il figliolo era Giulio Cesare, ma detto, più modestamente, Gigi e le figlie, una per me troppo grande e l'altra, invece, troppo piccina, erano Lara e Chiara. Sucché non stavo con nessuno dei figlioli della Ginni, perché tutti e tre erano, come ho già scritto, o troppo piccoli o troppo grand, ché mancava, per me, la misura mediana, la quale, a pensar mio, ero proprio io. E così sciavo in solitaria, nella gioia tutta bianca di quel gelo amico, fatto di alti monti che mi salutavano con una riverenza. La sera, a volte, con qualche compagnetto di corso di sci, mi ritrovavo in sala giochi dove respiravano da poco gli antenati dei giochi elettronici di oggi. Ed era, per me, gioia grande, pestar sul tasto e giocare al ping pong sul video, ma ancor più bello, e lo ricordo ancora, era uscir a notte alta, forse alle dieci, nel bianco della neve, e respirar le stelle...
Con i figli della Ginni, no, ma a Pordenone, quando scendevamo, per dire una giornata a comperare non so più che cosa, passavo il pomeriggio col figlio di un'altra amica di mia madre (anche lei amica della Ginni), che di nome faceva Giacomo, ma era per tutti Orso. Non so neanche oggi, che sono donna fatta e punto stupida, perché i fratelli lo chiamassero così, perché per me Giacomo non era niente affatto Orso e, da piccolini, lui e io, avevamo passato pomeriggi interi a correr sul triciclo, come Gimondi e Bartali, nell'infinita terrazza sua della villa di Marsure (ché solo il nome mi pare già une bellezza in lontananza...) e poi a mangiar le merende della Maria che camminava piegata in due, come a squadra, ma era, nonostante i panni neri, tanto dolce e cara da parere fatta tutta quanta di zucchero. Di sera, la cena era un mal di pancia. C'era una minestrina con dentro tanti pezzetti di polenta e poi la lingua salmistrata e mi pareva che il bue del presepio avesse fatto una linguaccia e qualcuno, pronto, zacchete gliela avesse tagliata via e servita viva nel mio piatto... Non era Orso, niente affatto, Giacomo. Un pomeriggio a chi gli chiedeva se aveva piacere che restassi con lui un pochino, rispose, in cantilena friulana: "Non intriga mica, la Ester..."
martedì 30 dicembre 2014
domenica 21 dicembre 2014
Buon Natale, sotto il cielo stellato di Betlemme
Di bennibags, in questo Natale che, per me, è arrivato domenica per domenica, nell'avvento dei bei ceri accesi, ne sono state, diciamo così, liberate assai e mi pare, un poco, di sognare al pensiero che a farle tutte quante (di tanti pacchettini che ho fatto) sono stata proprio io, io che per trenta e più anni ho soltanto usato le mani per pestar su tasti di macchine da scrivere e poi pensato e poi scritto pezzi bellini o anche no per quotidiani e mensili e anche settimanali. Ora et labora, mi dico, nel silenzio mio foderato di preghiera, mentre l'allegro piedino della mia Necchi bianca corre, nel suo rotondo su e giù, sui margini dei tessuti fioriti che sono anima del mio cucire. Ed è nella loro pura bellezza che ritrovo, nel baciare l'armonia delle fantasie, quel cosmo rotondo che mi arde dentro. Ecco, son le bennibags respiro del mio cosmo e, a modo loro, se ne vanno per il mondo regalando un poco di me e del mio lungo cammino ad altri viandanti che, come me, se ne van da soli picchiando all'uscio della verità celeste... nel mondo, io, ma non del mondo.
E mentre penso tutte queste cose, pestando ancora una volta su tasti che portan sul dorso le lettere dell'alfabeto, sgorga in me l'augurio a tutti voi di un buon Natale, sotto le stelle di Betlemme, nella contemplazione silente e lucente del Bambino che nasce; e noi, lì pure, come pastori e angeli insieme, nel respiro del mistero.
E mentre penso tutte queste cose, pestando ancora una volta su tasti che portan sul dorso le lettere dell'alfabeto, sgorga in me l'augurio a tutti voi di un buon Natale, sotto le stelle di Betlemme, nella contemplazione silente e lucente del Bambino che nasce; e noi, lì pure, come pastori e angeli insieme, nel respiro del mistero.
mercoledì 17 dicembre 2014
Il mio stanzino d'oro
Custodisco, in un sacro
recinto nell’anima, un fuoco acceso sempre che mi fa sentir al caldo anche
quando fuori il grigio par che mangi il panettone e la speranza; custodisco,
dentro di me, il fuoco della Dea Vesta, sacra ai romani di cui, senza
meritarmelo, possiedo non so come un’antica memoria, come di sorellina minore;
custodisco questo bel fuoco e anche una stanzina d’oro, foderata di piuma d’arazzo
a fiorami, tessuti da mani d’angelo, dove vivono, vere e lucide di vita, le
scrittrici che sono state, cuore a cuore, anima ad anima, con me, in questo
lungo cammino cominciato ai piedi dell’Aventino e proseguito, di qua e di là, e
poi, in riposo lucente, nel Rione Monti, dove, felicemente mi stringe l’abbraccio
dei serpenti miei… In questo stanzino d’oro, dicevo, trovo Katherine e Dolores,
ed Elsa e anche Edith e Jeanne e Kate e altre che amo. Converso con loro, a
sera, quando al pari di Machiavelli, smetto i panni quotidiani di madre e di
sposa per donarmi, felice, al loro abbraccio.
Apro di rado la
porticina di questa mia segreta stanza perché, di rado, trovo sorelle nella
scrittura che, lucente lei pure, deve esser, per me, specchio della vita e carne
di verità. L’ho aperto, il mio usciolo solenne, per Bruna Cordati che mi ha,
diciamo così, presentato Michelle della Librinecessari. E ora anche la Bruna e
i suoi ricordi in danza, nella Pisella viva anche in me, come doveva essere in
lei, respira nel mio stanzino d’oro. “Il Paese di Pietra”, l’ho appena finito e
in questa lunga sera, in tempo d’attesa viva per il Bambino che nasce,
comincerò, felice, un nuovo libro di lei, dono di Michelle: Barga: il ricordo e
il racconto.
lunedì 15 dicembre 2014
Ricordando Sofia Scandurra
Un due giorni fa, mi
pare, andavo al trotto a fare i casi miei a Via del Corso e mentre camminavo,
mulinando il mio pensiero in alto, lungo la gran strada che è lata di nome e di
fatto, gli occhi vanno proprio al cielo e vedo - e mi ferisce alla maniera di
un coltello - le decorazioni natalizie che fan da soffitto all’asfalto: più brutte
e infelici e tristi di così non si poteva fare! Sono tante bandiere, in luce
colorata, che fanno, lassù, una specie di autostrada colorata in gusto
messicano, svedese, portoghese, che toglie fiato al firmamento e non celebra né
il Natale del gran Babbo bianco e rubicondo (che non amo) né, tantomeno, il
Bambino che nasce sotto le stelle soltanto, nel silenzio dei pastori in veglia,
nel coro angelico del paradiso ritornato in terra. Per me è quello il Natale,
nel silenzio ritrovato dell’anima che prega e che, pregando, ritorna nel
mistero grande che, come il manto della Madonna, ci avvolge tutti quanti…
Stelle e cielo soltanto, non certo bandiere colorate.
Con questa premessa
fatemi dire anche che sono stufa morta dei film che han per protagonisti serial
killer e assassini e criminali di ogni sorta e Paese e dunque, alla sera,
preferisco starmene con la mia Katherine oppure con la Dolores, oppure ancora
con altri amici che ho scoperto e scopro nell’incanto di ritrovar fratelli.
Ieri, invece, di fronte alla televisione accesa, cerco e ricerco e passo da un
canale all’altro finché per caso, su Sat 2000, trovo, proprio all’incomincio,
un film in bianco e nero che racconta la storia di Santa Rita. E a dirigere il
lungometraggio (che ho visto ed ammirato tutto quanto, nella semplicità serena
e profonda dei fotogrammi) è un certo Leon Viola che per me, pur non essendolo,
è di famiglia. E ho gocciole agli occhi perché, e non dico il motivo, mi viene
in mente Sofia Scandurra, da poco volata in cielo, che era regista, mia parente
e una donna, diciamo così, fuori dal comune. Non come Rita, vabbè, ma a modo
suo, un cuore grande…
![]() |
| una bennibag colori cielo per augurarvi buon Natale, nell'azzurro stellato del cielo di Betlemme |
sabato 6 dicembre 2014
A little meeting
![]() |
| Chiamo queste due bennibags "cinesi" perché sono state comperate da una cara amica cinese che saluto da qui |
Al numero 34 della Via
Gregoriana in Campo Marzio, voluta da Papa Gregorio XIII per far salire i
romani fino alla Trinità dei Monti e anche, vivaddio, al Pincio, ieri e per
tutto il giorno, sono ritornata, con gioia, come a scuola per imparare che cosa
sono i social network (io che li mastico a fatica) e come fotografar meglio le
mie bennibags (io che a ogni scatto sudo freddo e mi sento come un elefante in una boutique),
per conoscere il bel mag online Cosebelle e per scambiare qualche idea con
altri (quasi tutte altre) che, come me, amano cucire, far figurette in Fimo,
lavorare a maglia o all’uncinetto, realizzar gioielli e mille altre artigianalità
che non sto qui a elencare. Dunque, eccomi lì, in veste di “signora bennibags” all'incontro che non a caso di chiama “A little meeting”, organizzato (con brio e professionalità da Cristina e dalle sue ragazze in fiore) dal bel sito internet http://www.alittlemarket.it/landing.html (dove
ho aperto il mio negozietto online); eccomi lì, una tra tante, a prendere appunti dai
relatori, tutti giovanissimi, e in grande sprint, luci dell’alba della
rinascenza in questa Roma un poco cupa, nonostante il bel sole mattiniero, una Roma amata, ma ancora
sgomenta per i tanti scandali che deve subire. Mi illumina il fotografo
Francesco Ormando, che ci ha insegnato come la fotografia (che, come si sa, è
parola greca) è disegno della luce e più luce c’è, prima si scatta, dopo aver
bilanciato il bianco per evitare che tutto sia arancione. Mi illumina, dicevo,
quando dice che una foto racconta una storia. Eh già, ha ragione lui, e mica
servono, come pensavo io, solo le parole… Una storia la racconta anche Enrica Crivello,
social media manager, deliziosa nella sua grazia tutta femminile: la storia di
una signora bennibag xyz che deve imparare a usare Facebook e Instagram per vendere le
borsette sue nel mare magnum del web. Ora, tornata a casa, mi pare il tempo
della mietitura. Non so bene che cosa ne verrà, ma un grazie lo spendo perché
ieri, se non altro, mi pareva di essere tornata al Mater Dei e saluto, da qui, tutte le creative presenti che, a modo loro e senza saperlo, sono state, nel sorriso ironico del
dopopranzo, quel che erano a suo tempo, per me, Francesca, Lydia, Valeria, nel
mio tempo perduto, al Mater Dei in Piazza di Spagna, a un tiro di sasso da Via
Gregoriana…
venerdì 5 dicembre 2014
Con tanta simpatia
Di fronte al Quirinale,
ben pettinati e tutti verdi (come si conviene in una Capitale Caput Mundi) dopo
una messa in piega dei giardinieri della Capitale, ci sono i Giardini di Sant’Andrea,
dove portavo, piccino, chi so io e dove mi sono ritrovata, ieri mattina, seduta
su una panchina bigia che si appoggia quasi al parapetto che si sporge su una scalinata la quale portava, un tempo – mi pare di ricordare – a Palazzo Pallavicini, a dare una
delle mie english lessons che servono, sì, a rinfrescar la lingua di
Shakespeare, ma, a modo loro, sono un bagno nel fiume, dove tutte le lingue si
ritrovano sorelle, in un indoeuropeo che rinasce, in un verde andare.
Insomma siam lì io e la
mia cara amica Bi, che ha bisogno di rinfrescar quel tanto che ha imparato in
anni e anni di studio e, mi par di ricordare, che siamo al punto di parlar dei
giorni della settimana e di come mai portano quei nomi là or son millenni,
quando, d’un tratto, dalla discesa, ecco comparir, libero e selvaggio (ma
seguito dalla sua padrona) un cagnolino di pelo lungo e color cioccolata al
latte. Cammina e ha la stessa identica tale e quale codina del mio Mecki, che
sembra uno spruzzetto d’acqua sorgiva in un balzello di zampette andanti. D’un
tratto, il cagnolino balza su per le scalette di cui ho parlato prima e si
infila lungo il parapetto e, zitto zitto, eccolo accoccolarsi proprio dietro al
collo mio, al punto che sento il suo fiato sulla pelle e mi sta a mo’ di
sciarpetta calda. La padroncina ride e ridiamo anche la mia Bi e io, ma in me,
che sono poliglotta, si accende la lingua dei quadrupedi pelosi e, senza parlar
forte per non disturbar chi mi sta intorno, faccio anche io, come faceva Mary
Poppins nel parco con i piccoli Banks, gli dico, insomma, che è un bel
maleducato e che, via, per cortesia, il mondo è grande e bisogna saper occupare
il proprio posto. Evvia. Scusandosi il mio garrulus quidem si sposta vivaddio e
ci salutiamo, lui e io, con molta simpatia…
mercoledì 3 dicembre 2014
Natale a San Giuliano
Con il sole ancora in
camicia da notte e il cielo a sbadigliar il celestino dell’alba, pigiati noi cinque
sul sedile di dietro della Peugeot color vinaccia di mio padre, tutta la
famiglia Ponti partiva, ogni santissimo Natale, per San Giuliano, che è ancora
oggi appena fuori Pordenone. Ci aspettava, che gioia, il casolare rosa cipria di
nonna Stella, dove il pensiero si faceva poesia e le cose non erano più cose,
per me, ma sogni, in quella placida e nebbiosa pianura friulana che respirava
il suo tenero quotidiano nella brina invernale e nella mia anima bambina.
Il viaggio era lungo e cominciava sul grande
raccordo anulare dove mio padre, alla guida col suo bel cappello in testa,
sacramentava sempre per il traffico o perché mia madre aveva dimenticato di far
timbrare i buoni benzina che, per noi piccoli Ponti, erano aramaico fritto, ma,
per lui, roba serissima. Si imboccava poi l’autostrada del sole che correva,
nel sole appunto, lungo tutto lo stivale. Giunti a Bologna, il cielo si
incupiva, indossando il suo bel tabarro nero e, all’altezza del Pian del
Voglio, mio padre, cascasse il mondo, minacciava di depositare i gemelli e
forse anche noialtri, più piccolini. Da Ferrara in poi, a turarsi il naso per l’odore
nauseabondo delle marcite, mentre, la pece della notte diventava arlecchino nei
colori delle lampadine natalizie che ingentilivano abeti e, in festa di
ghirlanda, i balconi delle case. Per Marco e per me, un gioco nel contare
questi e quelli, dando un punto all’albero e mezzo al festone natalizio. Gli
occhi, poi, si facevano pesanti e noi nel sonno finivamo il viaggio. Poi, in un
fiat, ecco la macchina salire l’ingressetto di ghiaia di casa della nonna,
schiacciando con le gomme i bianchi ciottoli di Pollicino, con un rumorino che
dimenticare non posso mai. C’erano poi gli abbracci della nonna, della Lilli e
gli zompi di Pippo, il cane di famiglia. E ora sapete perché, quest’anno,
quando mia madre mi ha domandato che cosa volevo per Natale, se soldi o che, ho
risposto, come Bella e la Bestia: “Solo un qualcosa che sia nato a San Giuliano…”
venerdì 28 novembre 2014
Pagnottelle e burocrazia
Impigliata nella
burocrazia, me ne sono stata due giorni, e che noia, a sgarbugliar matasse Acea
e Poste italiane, in un delirio di call center e di visite in uffici, con
impiegati che ti mandan da uno sportello all’altro, dandoti improbabili numeri
verdi che servono, secondo me, a riempir le tasche di qualcuno, perché a noi,
anche quando arrivi alla meta (e che sudori!) restano sempre cocci rotti e sul
groppone un marameo. Sentite un poco, ad esempio, l’odissea mia (e forse di
altri) con Poste Italiane. Mi arriva di bel bello una mattina una raccomandata
dalle Poste in cui mi si comunica che, secondo la legge tal dei tali, mi si
bloccherà entro tre giorni la Postepay. Non che io la usi granché ma, si sa,
può sempre servire, magari per comperare un libro d’arte per chi so io… Tant’è,
parto per la mia campagna burocratica e, prima di tutto, mi reco alle Poste più
vicine dove una graziosa signorina mi dice che no, non può far nulla e mi
rifila un numero verde pieno di zeri che te lo raccomando. Torno, faccio il
numero, digito i santi numerini, arrivo alla meta, ma niente tutto inutile il
sistema – mi dice la signorina che, mi pare, stia a Caltanissetta – è saltato.
Impietosita, mi offre un’alternativa in un tris di numeri interni che presto
faccio e anche in questo caso arrivo a fare gol. Peccato, però, che non si
possa far nulla perché, udite udite, la telefonata non è registrata. Non
capisco, ma mi adeguo. Alla prossima puntata. Ed eccomi, il dì seguente, armata
di pazienza, in Piazza San Silvestro, dove, finalmente, con due ore d’attesa,
il problema è risolto.
E mentre esco,
trionfante, dall’ufficio che è nel chiostro di quel che fu un tempo un convento di clarisse, mi vien
la nausea a pensare che il caso Acea (per carità di patria non lo racconto…) è
ancora tutto da sbrogliare. Cammino e, divertita, ricordo quanto mi raccontò,
anni orsono, un’amica scrittrice, pisana, sposata con un siciliano. Aspettava,
mi raccontò la Luisa Adorno, un pullman giù in Sicilia, un pullman che non
arrivava mai. Vendetta, tuoni, fulmini e saette, promettevan le persone in
attesa, col muso nero e lungo a spazzolare il pavimento. Sbuffi, proteste, quasi urla, pronti, parevano, all’attacco alla
Bastiglia. Poi, d’un tratto, ecco la corriera in lontananza, come un miraggio. Gli animi nel sorriso, di nuovo, come nuovi. Salirono, le furie di prima, e tirarono fuori dai canestri le pagnottelle, in allegria ritrovata. E chi si è visto si è visto.
mercoledì 26 novembre 2014
Il Mater Dei ai Serpenti
L'Istituto Mater Dei, io me lo
porto cucito al cuore e tutto quanto, nella memoria, ancora fresco come un ovetto
di giornata. Le compagne, senza eccezioni, hanno ancora un viso, un nome e un
cognome e incise restano nel ricordo che tanto, ancora oggi, mi rincuora. E,
ditemi voi, come potrebbe non essere così se, come è accaduto a noi, per tredici
anni si è portato sulla testa un basco penitenziale, si è recitato, nel mese di maggio una corona di rosario al giorno, si è
rimaste in un cosmo rotondo, di antiche radici e usanze e modi e costumi,
mentre tutto intorno il mondo esplodeva nella rivolta. Noi pregavano e lì fuori
si facevano manifestazioni e occupazioni; noialtre, all’agape, in festa, mi
pare alla domenica mattina quando si portava la corona di fiori alla Madonna di
Piazza di Spagna per l’8 dicembre mentre altri, in rosso e nero, inseguivano la
rivoluzione nel mettere a zampe all’aria il mondo di ieri per un oggi all'incontrario.
Io, quel mondo lì, antico, forte, di radici, ancora lo vivo, nel chiuso del mio cuore e poco mi piace il frutto delle rivoluzioni altrui. Ché, intorno, vedo - o così mi pare - uomini e donne desolate, in pillole continue, preda del vento che tutto travolte. E così, sempre mi pare, di capire che facevamo bene noi, noi del Mater Dei, figliole dell’ordine e della continenza a viver nel cosmo rotondo e d'oro che ci avevano regalato i Fratelli.
Io, quel mondo lì, antico, forte, di radici, ancora lo vivo, nel chiuso del mio cuore e poco mi piace il frutto delle rivoluzioni altrui. Ché, intorno, vedo - o così mi pare - uomini e donne desolate, in pillole continue, preda del vento che tutto travolte. E così, sempre mi pare, di capire che facevamo bene noi, noi del Mater Dei, figliole dell’ordine e della continenza a viver nel cosmo rotondo e d'oro che ci avevano regalato i Fratelli.
E proprio ieri il Mater
Dei mi è saltato al collo nella personcina di una compagna di classe dai
capelli rossi e un poco miope che ho incontrato nell’attraversar Via dei
Serpenti, mentre lei andava a far la sua supplenza e io, a casa mia. La vedo da
lontano e, per scherzare, le dico, deferente: “Buongiorno professoressa!”. La
vedo, smarrita, che stringe gli occhi come fanno i miopi per mettere a fuoco la figura e le leggo in volto
che, disperatamente, sta cercando di capire chi sono, quale delle tante madri
degli alunni, magari la signora Ricci. Poi, però, il sole sboccia in fronte, grida: “Ester!” e mi si
butta al collo. L’abbraccio è caldo e dolce, come i ricordi del nostro Mater
Dei.
lunedì 24 novembre 2014
Domenica al Pigneto
Io so perché a Tor
Sapienza e in tutte le periferie romane si vive in malcontento quotidiano; io
so perché gli italiani si sentono perduti e tristi e senza futuro; io lo so e
lo voglio scrivere qui, su questo mio angolino di libertà, che è letto da
pochi, forse felici pochi, che sanno ritrovare il gusto della penna e del
calamaio e dello scrivere sul taccuino i più e i meno e calcolar le cifre del
disincanto. Ma per raccontar dell’universo mondo, io parto, terra terra, dalla
cronaca (in fondo sono sempre giornalista…) di quanto ho vissuto ieri, vendendo
al mercatino del Pigneto le mie bennibags (e grazie alle clienti, tutte belle
ed eleganti, che, in danza, se ne sono comperata una o anche due, e olè). Intanto
partiamo dal fatto concreto che, per affittare un posticino di tavoli e sedia
sotto al bianco gazebo, bisogna tirar fuori euro sessanta (e hai voglia a
vender bennibags…), mentre, per dire, i venditori ambulanti del Bangladesh che
occupano, a metà, le panchine lungo via Nazionale non pagano un bel nulla e non
devono fare spesa, ricavo e guadagno, come noialtri italiani al Pigneto. E
dunque, ditemi voi, non si tratta più che di razzismo, di tabelline?
E ancora di tabelline
si tratta – perché a pagare l’Ama siamo sempre noialtri, italiani del Pigneto -
quando, nel giardinetto che hai alle spalle del gazebo, vedi rotolar bottiglie
e sporcherie di ogni tipo, e, voltando appena il naso, vedi gruppi di
sfaccendati di ogni colore, che aspettano, credo, clienti, mentre nell’aria si
dissolvono nuvole in odor di erba non medica… Mentre poi sei là, mettiamo dalle
sette, ecco arrivare, fresca nella mattina di rugiada, una bimba a chiedere due
spicci e poi, quando la notte è scesa a colorar l’anima di nero, il truffatore che ti domanda, in una lingua
che capisci a stento, se per caso hai da cambiare una banconota da cinquanta.
No, sorridi e mastichi amaro perché è in quella desolazione, nello sporco che
ti circonda, nel negramaro tutt’attorno, che devi piegar borse e masserizie,
tavoli e sedie e tutto quanto e tornartene, vivaddio, a casetta dove, come per
incanto, il fastidio si dissolve in delizia nella pizza fumante che ti han
comperato figlio e marito…
giovedì 20 novembre 2014
Camminando lungo la Via Nazionale
Non perché viaggiar nel
fiume e nel ritorno in quel giardino primigenio, sia cosa da non augurare. No, non è questo, nossignore,
ma a chi voglio bene vorrei dire – e ripetere fino ad addormentarli - che tanta è la fatica e la porta stretta e che la fiamma s’accende se deve accendersi e
non si può forzar la serratura, con tutto quel che passa nei conventi laici del
mondo all’incontrario e nei parchi oscuri. La fiamma, poi, quando pare che sia pronta, come pane
ben cotto al forno, par sempre ricercare l’angelo lucente, nella distrazione,
nel volo pazzo delle mosche ardenti. E dunque va educata nell’amore. Insomma,
lasciatemelo dire con l’elefantino del Bernini, di fronte alla Minerva: ci vuole un gran fisico, e piedi forti
piantati nella nuda terra, per sostener la conoscenza grande e mantenerla
diritta, puntata verso il cielo…
A questo e ad altro
pensavo, nel mio pensiero a Berlino, mentre tornavo, nel pomeriggio che si
faceva sera, indossando la bella vestaglia di seta bruna prima di coricarsi per
la lunga notte nera. A questa pensavo mentre un sole di miele e d’oro si squagliava
laggiù, sulla coda di Via Nazionale, verso il largo di Magnanapoli che non si vedeva punto, ma che immaginavo come il talamo
nuziale dell’astro d’oro pronto per splendere sulla Croce del Sud. A questo e
ad altro pensavo, mentre osservavo le panchine di Via Nazionale occupate, a
metà, dalle carabattole cinesi. E alto il mio pensiero mentre una signora
grande e grossa cercava di sedersi su una panchina e domandava al venditore
ambulante: “Che me poi spostà stà robba tua che ce devo mette la mia?”
domenica 16 novembre 2014
In viaggio, con gli angeli
A chi, come me, è
pellegrino su questa nuda terra, capita sempre di incontrar nel viaggio, che è
oltre la fiamma accesa, angeli (i quali, per me, hanno un nome e un cognome)
che parlano chiaro, come leggendo di tra le mie parole ciò che sto vivendo.
Vedono loro (e io no) il pericolo nascosto, l’angelo lucente, nella seduzione
sempre viva dell’ego che rimbalza, pur nella bruciatura. Vedono e io, nella lotta, e dopo, pure, con loro, per
riprendere, nell’esichia, un nuovo corso e procedere nella scalata del
castello. Mi pare, però, di parlare oscuro e di far di cose semplici misteri
che non sono. E così, passando di palo in frasca, mi torna in mente un bel
mattino di primavera di molti lustri fa. Ero, ragazza, bionda, nell’oro, tutta
quanta presa dal mondo e dalle sue bizzarre inconsapevolezze. Volevo, io,
presto, laurearmi, volevo, io, un lavoro e un posto che mi desse la benzina per
squadrar la vita e metterla, io, dove sapevo, sempre io. Volevo, io, come l’Alfieri,
fortissimamente. E così, vedendo che all’istituto di inglese, ci mettevano un
anno e di più a dar la tesi di laurea, ingolfato com’era, l’istituto a Villa
Mirafiori (oh, l’incanto di quel giardino sulla Nomentana…), cercai una
soluzione e la trovai nell’istituto di letteratura portoghese.
L’aula, piccoletta, era
come un nido d’aquila in testa alla Facoltà di Lettere alla Sapienza, la
professoressa, rossa di capelli e di credo, si chiamava Luciana Stegagno
Picchio, per me era Itaca. Così, perché il cuore ci mette sempre le sue ragioni,
passai da inglese a portoghese, imparai la lingua all’ambasciata brasiliana,
feci due annualità in una e in men che non si dica, dalla professoressa, ebbi
assegnata una tesi sul “Libro dell’Inquietudine” di Fernando Pessoa, il quale
libro allora neppure era stato tradotto in italiano (come doveva succeder poi
ad opera di Antonio Tabucchi). Andavo, a volte, come in biblioteca dalla
Stegagno Picchio, nella sue bella casa dietro Piazza Fiume. La aiutavo a riporre
i volumi, a catalogarli e, ogni tanto, c’eran con lei figure di professori e d’uomini
che io non conoscevo ma che erano illustri. Una volta, alta sulla scala, ero lì
che sistemavo libri quando udii dabbasso una voce che mi salutava: “Bom dia”.
Risposi, cortese, e non guardai più l’ospite che mi pareva un omino grigio
tutto occhiali e niente di che. Sì, sì, che perspicacia! Quell’omino era niente
meno che José Saramago…
giovedì 13 novembre 2014
Attrici metropolitane
Un giorno sì l’altro
pure, per motivi che non sono di rilevanza e notizia, mi capita di passare
sotto alla gran mole della Colonna di Traiano che, pur intitolata al grande
imperatore spagnolo morto nel combattere i Parti, reca sul capo la statua di
bronzo del pescatore galileo che divenne il primo Papa. Ero lì, dunque, verso
le nove e mezza del mattino anche lunedì scorso, quando, da Via di San Bernardo,
vedo arrivare, in passo di danza, una graziosa ragazza di etnia rom, vestita però di
stracci vecchi, color deprimenza, il bel viso raccolto intorno a un
fazzolettone color pavimento sporco. Reca in mano, la giuliva donzella, non un
mazzolin di rose e viole (come pure le donerebbe) ma una bigia stampella, alla
quale, manco a dirlo, non si appoggia punto, non avendone affatto bisogno...
La osservo, nel suo
camminare leggiadro, al pari della ragazza di Ipanema, ammirandola persino, poi,
d’un tratto, non la vedo più. Siccome ho poco da fare nella mia attesa e gli
occhi, il terzo pure, sempre svegli, decido di alzarmi e scoprire dove è finita
l’apparizione. Oh perbacco, mi dico, mentre la ritrovo, invecchiata di cent’anni,
lunga distesa e faccia a terra, proprio ai piedi della colonna, a caccia di
elemosine. Trema tutta, come fosse la sorella maggiore di Matusalemme, e, con
il viso nascosto e quei panni stenti par proprio una vecchierella, di quelle
indifese che vorresti portare a casa e alla quale serviresti un bel piatto di
minestra calda. Dimenticavo, anche la stampella è lì a far bella mostra di sé,
casomai qualcuno pensasse che sotto a quel foulard si nasconda non la mite
vecchierella, ma una ventenne piena di salute, che sa tremar come una foglia in
autunno, attrice lei, molto di più di Marylin Monroe! Inganna, forse, i passanti, ma non me. E non, di certo, la signora che passa or ora,
col piglio dell’habituée, e che, scivolandole davanti le dice: “Oh sei già sul
posto di lavoro, puntuale come sempre, meglio di me che sono già in ritardo…”
Rido io, ride lei e forse anche, là sotto, la nostra vecchierella…
lunedì 10 novembre 2014
Il gabinetto del sindaco
Vorrei, questa mattina,
dir di bene perché, ieri, la visita mistica che ho fatto con una certa persona
venuta dal freddo, è stata una gran sorpresa per tutte e due e una sorpresa
bella, bellissima nel fiume che ci conduce tutte e due, vestali, nel fuoco
acceso. Il ricordo degli occhi grandi e celesti e tutti quanti attenti che
seguivano le mie parole sarà custodito nella mia fiamma e mai, tra tanti che ho
guidato tra la colonna Traiana e Sant’Ivo alla Sapienza ho trovato uno specchio
di me di qualche tempo fa, quando ancora cercavo la porta stretta per passare e
il lungo cammino era di sassi ed erbe e ancora tutto da percorrere…
Vorrei dunque dir di
bene se non fosse che, ieri, mentre aspettavo la mia ospite a un tiro di sasso
da Piazza Venezia, per caso ho fatto due o tre passi lungo la Via di San
Bernardo e ho trovato, buttati, dei cartoni grandi e due sedie con le gambe
mangiate dalla pioggia e poi tante bottiglie, buttate qui e lì e le scritte
orrende dei “writer” (lodati, e mi pare di sognare, nelle pagine culturali del
Corriere della Sera, in un articolo dell’inserto Lettura che, spiace dirlo, è
fatto tutto quanto, secondo me, con i piedi e a gambe per aria…) persino sulla
porta della Chiesa della Madonna del Rosario. Ma che cosa fa questo Marino,
dorme? Mi sono detta e intanto tornavo sui miei passi e mentre, seduta sotto la
Colonna di Traiano, aspettavo vedo un certo signorino color cioccolato che fa i
suoi bisogni proprio lungo la via di San Bernardo, incurante della signora che
passa alzando un braccio per mandarlo a quel paese… Mi alzo, vado dai
carabinieri in congedo che fan la guardia alle iscrizioni della colonna
Traiana, distesi ora sono credo due mesi, verso la Basilica Ulpia. Protesto,
dico la mia e quelli: “Non è di nostra competenza”. E mi consigliano, non so se
per davvero, per celia o per togliermisi di torno, ma certamente ingamberandosi
in un allegro quiquoqua di chiamare il “gabinetto” del sindaco…
giovedì 6 novembre 2014
Due gocce d'acqua a Roma...
Andando ieri, a passi
svelti, verso la Biblioteca Rispoli, dove cercavo (e ho trovato) i russi
classici che amo (Lermontov e Leskov e Gonciarov), camminavo, verso le dieci o
giù di lì, sotto un cielo bianco, lucido di pioggia appena scesa, e non c’era,
niente affatto, la bomba d’acqua preannunciata da Marino, con la barba adesso e
una faccia lunga e così e così, diciamo pure, da menagramo che dichiara:
“Meglio perdere un giorno di scuola che la vita”. Suvvia, caro sindaco, non
esageriamo…
Non c’era, infatti, e
non c’è stato tutto il giorno il diluvio universale che tanto aveva allarmato
vicini, lontani e così e così. I figlioli, però, se ne sono rimasti a casuccia,
senza andare a scuola, come se già non fossero distratti da questo e da quello
e da tutto intorno a loro, una congiura – sembra – contro la concentrazione
che, come si sa, è una piccola fata gentile la quale ha bisogno di silenzio e
di magia e non del vocio convulso, in allarme continuo, che ogni giorno ci
accompagna…
Insomma, me ne andavo
in biblioteca e, camminando, come sempre, facevo il mio retake quotidiano,
raccogliendo bottiglie e lattine e tutto quel che mi capita di raccattare in
questa Roma bella che sembra abbandonata al suo destino. E mentre andavo,
saltellando in allegria di naufragio sventato, ricevo una telefonata al
cellulare che di solito tengo spento, ma
oggi no. Ed è una persona che mi è cara al cuore e abita lassù nel freddo Nord
dove quando piove piove per davvero. Con voce da funerale, roba che immaginavo
sguardo e fronte corrugata e tutto il resto, mi chiede nuove del diluvio e se
ci siamo organizzati con il cibo per non uscir di casa, in coprifuoco e guerra
civile. Rido, tra me e me e non so se dirle la verità o tenermela per me, ché
per lei, più vere delle mie sono le parole tante, e menzognere, che ascolta in
tivvù, la quale, si sa, rende vera qualsiasi gran balla imperiale. E sia,
taccio. Le dico di non preoccuparsi che abbiam messo i sacchi di sale e la
segatura e teniamo le finestre ben chiuse e non mettiamo in naso fuori di casa.
E lei, che, di tra la nebbia delle bugie, annusa sempre il vero mi fa: “Che
strano, eppure mi sembra che tu sia all’aperto, in giro…”. Due gocce,
d’inverno. A Roma.
giovedì 30 ottobre 2014
Nel boschetto di Diana
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| Bennibag color castagna e oro |
C’era, tutt’intorno, oggi,
nell’aria come un pulviscolo d’oro, sparso nel cielo e fin giù, al par di manto,
a toccar la terra; era, mi pareva, una porporina di miele uscita fresca dalle
bacchette magiche delle fate della notte; c’era, questa mattina. tutta quanta
rotonda, in quell’oro sospeso, la malia dell’ottobrata romana (che quest’anno
ai Monti – ahimè - non è stata celebrata), nel respiro ritrovato della terra pronta, in meritato riposo, a ritornar giù, novella
Proserpina, nelle caverne di Ade per dormire tra i morti e risorgere, poi, in
gloria e colori, a primavera. Mi pareva, stamattina nel mio andar veloce, nel
mondo ma non del mondo, da un impegno all’altro, di sentire addosso il mistero
bello che par perduto – e non è - affogato nel cemento e nell’asfalto della modernità.
Fortunata, io, nel fuoco acceso della divina Vesta (che ha il tempio rotondo poco più giù), ero sulla via del Monte
Caprino, in un boschetto antico, che guarda dal suo colle verde in balconate il
caos della Via Petroselli, laggiù, nello sfrecciar delle automobili. Sotto il
caos e sopra il cosmo, nonostante i pappagalli, tanti, che coprono, con il loro
aspro fischiare, il dolce cinguettar dei passeretti nostrani.
Sotto il caos,
sopra il cosmo. Nonostante le bottiglie di birra e i pacchetti di sigarette
(tanti) che ho raccolto con il mio bel kit color speranza, e buttato in una
pattumiera. Mentre sono lì che, inguantata, raccolgo, mi si fa da presso, come uscito dalle Metamorfosi di Ovidio, un
tipo sulla settantina, romano come è romano Rugantino e c’ha voglia di chiacchierare
e poco da fare. Mi dice: “Ma che è etrusca o romana lei?”. “Romana”, rispondo
senza smetter la raccolta. “Noo, a me me pare etrusca, forestiera”. “Romana”,
faccio io e comincio a seccarmi. E lui, boh, fa spallucce, credo, e sta per
andar via quando, dalla tasca del pantalone color castagna, tira fuori un
pacchetto vuoto di sigarette e lo butta a terra. Sta per girar sui tacchi e
scappar via, monello, quando, senza scherzi, appare il mio angelo nella persona
di un pizzardone grande e grosso che pare una montagna. “Io so etrusco e tu
raccogli”. O forse, chissà, è stato tutto un sogno nel cinguettare degli
uccelletti miei, felici per la pulizia del bosco sacro a Diana, sotto l'Arce del divino Giove…
martedì 21 ottobre 2014
Strade romane
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| Io, oramai uscita dal ventre di Medusa |
Ci sono strade, a Roma,
che portano, con garbo tutto loro, nella leggerezza del vento, nomi di ragazza
e sono, invece, dedicate ciascuna al proprio Papa omonimo. C’è, ripida, in
salita, in perenne equilibrio di sentiero di montagna, ai Monti, la via
Clementina; c’è a Trastevere, una
piccola, stretta, via Benedetta; e a Campo dei Fiori, la bella, diritta Via
Giulia, che pare in pellegrinaggio anche lei verso San Pietro. All’Esquilino, c’è
la via Paolina, dove, quando la percorro nelle sue tiepide tenebre, mi pare
quasi di incontrare (che gioia!), chiusa nel suo antico silenzio piceno, la Paolina dello
zio prete di Dolores Prato…
C’è dunque, alle spalle
di Santa Maria Maggiore, la via Paolina, dove mi capita sovente (e pure ieri)
di andare perché di là mi reco o nella gran basilica o, più spesso, proprio all’Esquilino,
rione dal cuore severo, taciturno piemontese, che ora, perduti quasi gli
inquilini savoiardi, è diventato un mondo altrove, dalle mille facce colorate,
dove, al mercato, si trovano uva e arance di miele (da una signora in fondo in
fondo), il pane di Lariano e le verdure dell’orto, con le radici ancora nere di
terra. Insomma, ieri, eccomi sulla Via Paolina e, dovete sapere che proprio in
capo alla straduzza c’è una fontanina che mi è cara al cuore. Piccola com’è, ha
un cherubino solo, paffuto, con le alucce tese, che sputa lo zampillo e tutt’attorno
una festa di marmi. Sì, una parola. Qualcuno, uno scrittore metropolitano, ha
fatto un segnaccio viola acceso su una delle finte colonne; uno scarabocchio che mi ferisce,
ogni volta, come una pugnalata. E ieri, sapete che cosa ho fatto? Basta, mi
sono detta. E con un pannetto bagnato e olio tanto di gomito ho pulito la
fontana e mentre lo facevo, giuro, mi pareva di sentire intorno lo svolazzare
lieto del cherubino, nel segreto dell’acque romane che sono la vera vita, sotto
le macerie della Città Eterna che mi sembra voglia questo signor Marino…
sabato 18 ottobre 2014
Due piccioni con una fava
Nelle mie lunghe
passeggiate romane, un poco per grazia ricevuta, un poco per i tanti libri che
ho letto, mi par facile decifrare nei monumenti del passato il seme della
storia che si srotola nei secoli, regalandomi un quadro d’insieme rotondo, nel
bene e anche nel male, armonioso come, mettiamo per divertimento, le acque del
Mekong che scorrono ora pigre ora in furia, sotto il bel cielo dell’Asia…
Nel lume mio d’oro, che
chiamo di Vesta, cespuglio ardente che non brucia, non smetto mai di legger
nuovi libri che illuminino i piccoli vuoti, le cose che non so o che non
ricordo. E i libri, un poco per nume, un poco perché ho chi mi guida, si fanno
a volte angeli e messaggeri e mi spiegano, nel destino incrociato dei giochi
del mistero, i come e i percome ancora da slegare, che van poi cuciti insieme
come in un patchwork raffinato di mondi di ieri, che si fan, diversi eppure
uguali, di oggi.
Ieri, ad esempio, alla
Biblioteca Rispoli sono andata a prendere un libro scritto, negli anni Sessanta,
da Silvio Negro che era, pensate un poco, il padre di un collega che lavorava,
lui pure come me, in Sala Stampa nel bel Palazzo Marignoli. Il libro si
intitola “Roma non basta una vita” e vinse, ai tempi suoi, il Premio Bagutta,
non uno qualsiasi. Mi arriva in un’edizione francescana, color vecchiume, senza
copertina, di Neri Pozza, del 1962, la prefazione di Emilio Cecchi. C’è anche
una foto dell’autore diverso dal figliolo come il giorno dalla notte, se
differenza c’è in Apollo e Dioniso…
Torno a casa,
stringendo il mio trofeo e mi appresto a immergermi nella lettura. E tante sono
le parole usate dall’autore per raccontar la Roma mia bella; e altrettante (bè,
non proprio) sono quelle, vergate a matita in uno stampatello sull’attenti, da
un ignoto commentatore che valgono, esse specialmente, la fatica, diciamo così,
della lettura. Due libri in uno, mi dico soddisfatta, perché ho trovato, a modo
mio, la risposta che cercavo nel due che si fa uno…
domenica 12 ottobre 2014
Nell'oro silente di Santa Caterina
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| Un cuscino mignon (benniflaff) per leggere in cielo, seppur distesi a letto... |
Ci sono giorni, e anche
molti, in cui, sulla strada, per caso, si incontrano angeli in forma umana che,
nell’oscurità del mistero che tutti ci avvolge, sono come punti esclamativi e
sanno indicare, ma senza saper perché, il dove e il quando fare questo e
quello. Ci sono angeli sulle nostre strade. Se soltanto si avessero occhi e
orecchie e cuore svegli per ascoltarli e non, si fosse tutti, come è,
addormentati in veglia. Ci sono giorni, dunque, in cui, nel camminar distratti,
occorrerebbe mettere un poco di sale e pepe nell’azione quotidiana e non
svolazzare nel mare delle cose, senza occhi, senza orecchie, senza cuore, nella
rincorsa pazza di vane medaglie del mondo a capo in giù.
Pensavo a questo e ad
altro ancora proprio poco fa nel ricordare una certa passeggiata mia, in questo
ottobre che somiglia a un mese estivo, pur nella sua luce dorata che accarezza
l’autunno nella lontananza. Cammino su e giù per la via Panisperna che, antica,
mi parla della mia Roma rotonda, perduta nel sogno medievale, e raggiungo la
piazza di Magnanapoli dove, come sempre, mi fermo a bere un sorso di acqua di
Santa Caterina che, se non lo sapete, è la più buona (secondo me) di Roma. Mi
fermo, con la testa a squadra e guardo in su la bella chiesa dove non sono
entrata mai. Forse perché per sette anni è rimasta chiusa. Salgo, mi dico, ed
entro nella gloria festante di tanti cherubini. Sono aureole di angioletti
festanti, nella luce d’oro della chiesa tutta. Dietro l’altare, la Santa di Siena
se ne sta nel marmo suo che pare vivo nel movimento della scultura. Mi siedo,
vinta e mi pare, così, d’esser tutta io nella festa angelica. Mi siedo e d’un
tratto dal nulla ecco apparire una giovanissima suora, con un abito color
castagna e colletti di camicia bianca. Mi chiede come mi chiamo, rispondo.
Parliamo e ora so dove andrò, quando il mondo mi libererà dalle catene, nelle
mattine luminose di presentimenti, al sole dei mie arcangeli, nel bel canto
romano di Santa Caterina e nel mio esicasmo muto.
mercoledì 8 ottobre 2014
Due pappagallini poliziotti
C'è nel mese di ottobre un qualcosa di sacro nel pulviscolo d'oro acceso che annega l'aria, riempiendola di presentimenti c'è un tanto di divino nel cielo stanco che sembra prepararsi, dopo le infuocate veglie estive, al raccoglimento dell'inverno, nel manto della sera lavato dagli angeli. C'è nel mese d'ottobre come il presagio di un pensiero ancora tutto quanto nell'uovo primordiale che prende tempo a dischiudersi nella rinascita della verde primavera. Nell'ovo pensoso e d'oro dell'autunno io, per grazia mia ricevuta, me ne vado, sovente, in giro per la Roma che amo e chiudo gli occhi ai tanti, troppi obbrobri che sono spettacolo indecente nella Città dei Cesari, sgovernata in un disordine che a volte mi par voluto.. . Ci sono bottiglie di birra poggiate sui muretti, in fila, e sui davanzali delle finestre al pianoterra, come le ten green bottles di cui cantavo, bambina, con la mia Jane degli Antipodi. Ci sono le bottiglie e c'è molto altro di cui non scrivo perché la penna trema di sgomento e le parole non vogliono punto farsi pietra di scandalo in questo angolo piccolino della mia anima.
Vado, dunque, sovente, passeggiando tra i Monti e l'Esquilino, nel respiro del mio cosmo rotondo. A volte, scendo poi verso il centro e cammino a passi di fuoco acceso lungo la Via Nazionale a cercare, mettiamo, i pantaloni per chi mi è caro o un pensierino per un bimbo che ora, nel canto del suo arcangelo, compie un anno appena. Vado, dunque, e d'un tratto, sono lì che tento di attraversar la strada all'altezza di Palazzo Koch che è, in forma e dimensioni di fortezza, la Banca d'Italia, e metto un passo sulle strisce e lo ritiro perché macchine e motorini filan lisci e sembran non vedermi punto, Provo, riprovo. Nulla. D'un tratto, dall'alto della strada piemontese, altezza San Vitale, ecco venir tre automobili dai vetri bruniti, in corsa matta, con tanti motociclisti fischiettanti al seguito. Mi fermo, mi impenno, torno sui miei passi e mentre quelli passano rombando nel fischio dell'allarme, gli inquilini di un palmizio di fronte a Bamnkitalia (che sono due pappagallini brasiliani, verdi come verdi sono i miei pensieri) prendono a gracchiar forte, anche loro in allarme, come stipendiati dalla polizia, e gridano forte i due uccelletti, a petto pazzo, perché passa il mondo importante nelle macchine brunite. Fischiano i poliziotti, rispondono i pappagalli. Il corteo di macchine con gli occhiali da sole è già su Magnanapoli. Tacciono i pappagallini stracchi e io finalmente posso attraversare...
Vado, dunque, sovente, passeggiando tra i Monti e l'Esquilino, nel respiro del mio cosmo rotondo. A volte, scendo poi verso il centro e cammino a passi di fuoco acceso lungo la Via Nazionale a cercare, mettiamo, i pantaloni per chi mi è caro o un pensierino per un bimbo che ora, nel canto del suo arcangelo, compie un anno appena. Vado, dunque, e d'un tratto, sono lì che tento di attraversar la strada all'altezza di Palazzo Koch che è, in forma e dimensioni di fortezza, la Banca d'Italia, e metto un passo sulle strisce e lo ritiro perché macchine e motorini filan lisci e sembran non vedermi punto, Provo, riprovo. Nulla. D'un tratto, dall'alto della strada piemontese, altezza San Vitale, ecco venir tre automobili dai vetri bruniti, in corsa matta, con tanti motociclisti fischiettanti al seguito. Mi fermo, mi impenno, torno sui miei passi e mentre quelli passano rombando nel fischio dell'allarme, gli inquilini di un palmizio di fronte a Bamnkitalia (che sono due pappagallini brasiliani, verdi come verdi sono i miei pensieri) prendono a gracchiar forte, anche loro in allarme, come stipendiati dalla polizia, e gridano forte i due uccelletti, a petto pazzo, perché passa il mondo importante nelle macchine brunite. Fischiano i poliziotti, rispondono i pappagalli. Il corteo di macchine con gli occhiali da sole è già su Magnanapoli. Tacciono i pappagallini stracchi e io finalmente posso attraversare...
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| bennibag con fatina bionda |
lunedì 6 ottobre 2014
Un valzer con nonna Stella
Bambina, di otto anni o
poco più, imparavo a ballare il valzer abbracciata a nonna Stella - un,dù,tré,
un,dù,tré – su e giù, lungo la corsia color granata che correva diritta tra l’affollamento
di bei mobili antichi a San Giuliano. Fuori, nel buio di cartapesta, la
campagna friulana sonnecchiava nella nebbia filata dalle streghe; nel buio
sorridevano le sagome dei cachi carichi di arancio. E noi, su e giù e, in
rotondo girare, come in pirouette, un
passo avanti (un), poi l’altro (dué) e il bacio finale dei due piedini (tré), che
si incontravano per un attimo appena e di nuovo a ripartir col destro, ancora e
ancora, io e lei, come sollevate dal vento della gioia e dall’allegria di
naufragi che ci prendeva, in una risata accesa, mentre Pippo, col pancino d’oro
e il cappottino nero, abbaiava, ricamando zompi intorno alle nostre gambe in
festa. Crollavamo esauste sul sofà color prato e ridevamo, lei di nuovo bambina
tale e quale a me, nel ricordo della sua verde primavera. Io, in paradiso.
Ragazza, ai diciotto
anni di amici, amiche e compagne di classe,
raccoglievo, nel fruscio dei vestiti lunghi verdi, rosa e neri, che
portavo con disinvoltura, i frutti delle lezioni di nonna Stella. Carnet non ne
avevo, ma richieste sì, e molte. Molti valzer ho ballato a Roma e i ragazzi, in
cravatta scura, allora, facevano il baciamano e quasi davano del lei... Ho
ballato anche a Venezia, mentre placida la luna occhieggiava alle finestre
specchiandosi nella laguna, dove si dondolavano le gondole dal lucido manto
nero di frmamento. Una volta, a Parma mi pare, ballai con un tipo smilzo, alto,
magro, di assoluta nobiltà. Uno che ora è famoso per i vini che produce e che
allora mi donò l’estasi del ballo, in rincorsa di Dioniso. E ora che non ballo
più ricordo quel mio ballare antico, ma nessuno, neppure quello col principe, è
nella memoria bello e dolce come i valzer di San Giuliano, nell’abbraccio della
mia Stella…
giovedì 25 settembre 2014
Tra i miei Arcangeli
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| Il cuore d'oro della bennibag. Domenica prossima, al Pigneto e buon mercato a tutti! |
Non so se vi è mai
capitato, a me no fino a ieri, di camminare a passo svelto lungo il Corso
Vittorio Emanuele frastornato di automobili, autobus e motorini, nel via vai
convulso della città in movimento assurdo ed eterno, e di entrare poi, come in
un eden ben nascosto, nell’oro acceso e vasto, in cosmo ritrovato, di Sant’Andrea
della Valle. Dicevo che a me, benché romana e cresciuta a pane e chiese, non
era capitato mai e mal me ne incolse,
perché a entrar in quel sacro tempio - le spalle al mondo convulso di là fuori
- dove mute si fanno le cure quotidiane e tutti i pensieri bassi e meschini si
ferman sulla soglia e finiscono mangiate dal divino, si sente come l’abbraccio
dell’immenso e tutto quanto par danzare in un’armonia antica, da protostoria. Mi siedo, dunque, beata, in uno dei banchi della Chiesa e davanti ho
il povero apostolo Andrea messo in croce, ma in quella sua croce che dal suo
supplizio proprio prende il nome, e mi immergo nel mio pensiero solenne e
ardente. Finito il raccoglimento passo a salutare (sono lì anche per loro) gli
Arcangeli Gabriele e Raffaele che sono in terra l’uno, come si sa, messaggero
di Dio e l’altro taumaturgo, i quali, radiosi, splendono nella maestria del
Pomarancio. Manca Michele che io, però, ho la grazia di festeggiar giorno per
giorno nel nostro incantamento, senza aspettare il 29 di settembre...
Esplodo poi nel mondo e
osservo divertita una scenetta condita al pinzimonio. Un certo signore piccolo,
tarchiato e resistente, uno che di certo ha una voce da baritono e pare un
centurione romano mandato finalmente a coltivare il campicello sabino, dopo
vent’anni di campagne partiche, viene fermato da un giovanotto che, per chiedergli i
soldini, invece, di parlare gli mostra un cartello con su scritto “Ho fame”.
Lesto, il vecchietto tira fuori un taccuino e scrive a chiare lettere: “E
chissenefrega”. La moglie di lui, un passo dietro, ridendo (e senza che lui s’accorga)
dà lei la monetina e così, vivaddio, tutti contenti e pure San Michele.
domenica 21 settembre 2014
Col sole in fronte
Ognuno, credo, ha una
sua propria, piccola debolezza che nasconde al mondo, pur se questo,
allegramente, se ne infischia. La mia, chiusa la redazione romana del
Gazzettino, era quella, un giorno, di tornare a fare il mio mestiere, seppure
per un giorno, una mattina, un cartoccio d’ore da consumare poi a colazione
inzuppandole nel cappuccino. Potete, dunque, immaginar con quanta gioia, tutta
quanta rotonda d’idealismo (ché soldi, per carità, non ce n’era punto) andai,
con carta e penna e buona volontà legate insieme in una bennibag, a una certa
conferenza in una piazza romana, ospite di un ordine mendicante (di cui non
farò il nome), che, diciamo così, ha negli ospedali pubblici il suo ministero.
Mi siedo in platea, prendo appunti, mi commuovo alla memoria del Santo
poverello, vissuto nei tormenti, nella sequela del buon Dio, seguo gli
interventi di professori e tonacati; durante il coffee break (con i biscotti un
poco mesti del Mulino bianco in girotondo nei piattini) prendo il mio antico
coraggio di giornalista e intervisto, con la mia sempre antica precisione, il Superiore
generale che è un tipo alla mano, generoso di sorrisi, gli occhi azzurri nel lampo dell’ironia viva.
Che simpaticone, mi dico, che fortuna, e poi di corsa, con vita, morte e miracoli di lui e dell'ordine in
tasca (mi ha regalato pure un bel libro...), a casa a buttar giù un pezzo, come ai vecchi tempi, nel sospiro dell’immenso e del tempo ritrovato.
Commossa, io, come ai vecchi tempi. Ne parlo, in alleluya, persino col marito; lui,
di pietra, sardonico: "Sì, ma le tasche vuote?"
E siccome Farfarello
ama scompaginar i dadi e fare carte quarantotto, proprio il marito mio, che
vive alle agenzie, una bella mattina di un giugno vicino, mi fa: “Guarda un
poco qui – e ridacchia come sa fare lui, regalandomi lo stranguglione. Mi
avvicino e leggo: “Arrestato Superiore generale dei…” . Sì, sì proprio lui, il
mio simpaticone. Bando alla nostalgia, è ben meglio guardare avanti, col sole in fronte.
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| I cuscini mignon da lettura felice. Ho aperto un nuovo shop bennibag,, questo il link bennibags.alittlemarket.it |
lunedì 15 settembre 2014
amiche mie
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| bennibag it's raining cats and dogs |
Scendo volando, con un
bel sole d’oro, acceso nel lucore appassionato del cielo in estasi di fuoco,
giù per la buia scalinata di Magnanapoli, dove si respira l’atmosfera di Roma
sparita e in ogni sconosciuto, mi par di riconoscere, occhi negli occhi, un
Rugantino e un Meo Patacca a braccetto nel Rione primo, nemico ai trasteverini.
Scendo, volando, e a volte salvo qualche turista incauto, che tiene, meschino,
lo zainetto aperto sulle spalle, dalle manine svelte delle borseggiatrici che
un tempo portavano lunghe gonnelle e leggevano la mano e oggi paiono uscite, lustre
e alla moda, da una rivista patinata. Mi prendo, e sorrido, corna e bicorna loro
e un tankiù dal malcapitato e proseguo nel cammino, perché mi aspetta la mia
Rispoli, dove posso prendere a naso quel che più mi garba e passar da Daverio a
LaoTze, senza chiedere il permesso, seguendo il gusto e il ghiribizzo nascosto.
Nei libri, ragazzina, trovavo il mio nutrimento terrestre e il sentiero
silenzioso che mi conduceva in boschi e radure dello spirito. Nei libri, ora
che sono donna e vestale, cerco chi mi ha preceduta, sorella nello spirito, una
guida nell’altrove. Le nuove amiche, Elisabetta, Chiara, Ildegarda, non
escludono le vecchie: Elsa, Dolores, Neera.
E siccome il caso ricama le sue trame con la grazia antica della
ricordanza, mi trovo nella Chiesa di San Marcello al Corso e, tra tutti i
capolavori, nell’acqua benedetta che si prende a boccettine, mi trovo a
rimirare un quadro, uno soltanto, bello nello splendore del movimento e del
colore che, a parer, mio, racconta la caduta di cavallo di Saulo (che doveva
diventare San Paolo), con la potenza ritrovata nella grazia dell’Altissimo.
Osservo, ammiro, apprezzo e poi l’occhio mi cade sul nome dell’artista che è
Taddeo Zuccari, un gran pittore che era bis-bis-bis nonno della mia Neera che,
dimenticò nello scrivere (proprio come me) il suo nome vero che era, appunto,
Anna Zuccari…
domenica 7 settembre 2014
Un serpente alla Minerva
Nella bella chiesa di
Santa Maria sopra Minerva vado, a volte, durante le visite mistiche, e conduco
dalla luce di fuori in quel silenzioso tempio notturno, che ha per soffitto un
bel cielo stellato, amici e conoscenti irlandesi e italiani. Nella notte in cui
lo spirito torna a respirare (lontane le cure del mondo), come in grembo alla
Madonna, si esce poi nel sole, rinati
nello splendore acceso del fuoco di Vesta che lì dentro si nasconde, timido ai
più e a chi è cieco camminante nel mondo a testa in giù. Dentro, nella chiesa
domenicana, mi muovo come chi sa dove andare. E mi fermo, prima, davanti alla
statua del Gesù di Michelangelo e poi, in adorazione, davanti alla cappella
Carafa che è capolavoro di Filippino Lippi, il quale aveva per padre un monaco,
Filippo, e per madre una suora. I Lippi infatti sono due padre, Filippo, e
figliolo, Filippino, in grazia di Dio.
In basso, i Carafa assistono, ginocchioni,
all’annunciazione della Vergine da parte dell’Arcangelo Gabriele. In alto, gli
angeli celebrano l’evento con un gran concerto celeste, nel cielo color indaco
che si fa veste in uno, bellissimo, di loro, trasparente in petto come non
avesse corpo, e con un gonnellino vezzoso a righe rosse e bianche che è tanto
elegante ed armonioso, nel colore che si abbraccia tra il sangue e il cielo, da
ispirarmi una bennibag rossa e turchina lei pure. In danza di Medusa, nel
cerchio magico di Atena, pentita per non aver aiutato la misera sorella, vado
poi dal serpente sacro che si nasconde ai più in un sepolcro di marmo. Ci vuole
un occhio attento per trovarlo, l’occhio bambino, di fiume e d’ombra di Alice
che di certo lo vedrebbe…
lunedì 1 settembre 2014
Ciao dolce Annalisa
La più brava della classe, al Mater Dei, era Annalisa, che aveva due grandi occhi blu in un bel viso antico e capelli ricciuti che si stirava fino a farli diventar spinaci. Andar da lei a pranzo era per me come una gita fuori porta essendo casa sua, sulla Cassia Antica, perduta in una Roma che non conoscevo punto, essendo io nata e vissuta tra San Saba e San Giovanni, in pascolo tra i ruderi, cercando i fratelli che non sono più. Ricordo, come fosse ancora vivo, suo padre che si chiamava come il mio, pur passandogli, in altezza, appena la metà. E tanto mio padre era ombroso, serio, taciturno quanto il suo era un’allegria di risate argentine, tra petunie e passiflore…
Ci incontrammo, lei e
io già donne, al San Camillo e tutte e due, perché il destino gioca le sue
carte come vuole, a ritirar il certificato di morte dei nostri rispettivi genitori.
Durante il ritorno, sedute – lei e io - nella sua Smart disordinata come disordinate
sono le cose delle mamme che lavorano troppo, ci giurammo che non ci saremmo
perdute più, che ci saremmo viste, parlate, frequentate. Così non fu. La
rividi, anni dopo e già malata (ma sorridente nello stanco teatro del mondo che
tanto frequentava) perché le amiche son le stesse, in una certa università del
centro, dove nere sono le tonache tutte intorno, e – io già vestale – nel lume
in fiaccola ardente, avrei voluto fare e non ho fatto. Tentai, senza coraggio e
ora, è nel rimpianto e nel dolore il mio saluto per ciò che siamo state, nella
divisa stirata e profumata di rose dell’Istituto Mater Dei.
venerdì 29 agosto 2014
Sull'erba antica della Via Condotti
Bambina, andare a
scuola mi piaceva. Se avevo la tosse, lo ricordo io e lo ricorda mia madre,
schiacciavo la bocca contro il cuscino per non farmi sentire e, felice, mi
tiravo su, infilandomi nella divisa estiva o invernale e via verso l’Istituto
Mater Dei, verso la libertà dai gemelli, da mia madre, dalla bella villa che pure mi stringeva intorno al collo come
un cappio di seta che volevo toglier via e che ho tolto. Vestita, scendevo in
cucina a preparare il pane abbrustolito (anche per i fratelli) e solo allora, come
in una visione, compariva mia madre, bisognosa di caffè. Io ero già pronta per
uscir di casa, col freddo che tagliava le ginocchia, e ad attraversar la via
per raggiungere la fermata del 94 che mi avrebbe portato al Pantheon. Oh la
delizia di veder, con gli occhi dell’anima, lo splendore della mia Roma
primigenia! Potevo incontrare anche Menemio Agrippa, sotto il gran cupolone del
tempio a tutti gli Dei e camminavo lungo l’oscura Via del Seminario che mi avrebbe
portato nella gran luce della Via Lata che oggi si chiama Corso. Da lì, giravo
per la via dei Condotti ed ecco la Madonnella, alta su Piazza di Spagna. All’otto
di dicembre, per l’Immacolata Concezione, c’eravamo anche noi del Mater Dei,
insieme al Pontefice, a portar la corona alla nostra mamma celeste…
Una mattina fresca di
primavera, con le azalee rosa e viola già in fiore lungo la scalinata della
Trinità dei Monti, sono lì con la cartella sulle spalle e la mia bella uniforme
splendida di giovinezza e angeli vivi, le gambe al trotto per non far ritardo,
quando ebbi chiara di me la visione di camminar su un prato verde, come di erba
di velluto, e di esser sola, nel lume acceso. Fu solo un attimo, ricordo, poi
tornai in Via dei Condotti e c’era accanto a me la Bonetti che mi disse: “Ti
sei incantata? Sbrigati che si fa tardi…”. E via di corsa, insieme, lungo la
via ancora addormentata…
giovedì 21 agosto 2014
Nel mio piccolo paradiso
| Nel mio piccolo paradiso |
| bennibag bennicat Vi aspetto al mercatino del Pigneto il 28 settembre! |
Per ora, immaginatevi un rettangolo piccino, incastonato tra due altre stanze (a sinistra, quella di mia sorella che da sempre aveva avuto il privilegio di star sola soletta e forse, chissà, è anche per questo che non si è mai sposata..., a mano destra, la stanza che era stata fino a poco prima la mia con Marco). La finestra della mia nuova stanza affacciava sul gomito del terrazzo rosso la cui ringhiera era inghirlandata dal roseto di mia madre: di maggio, il profumo delle rose nei voli pazzi delle cantilene smeraldine. Dentro, pochi mobili e scelti. Il vecchio tavolino di nonna Stella che ancora adesso mi fa compagnia nella casa di oggi, un letto, una cassettiera. Niente più c'entrava eppure mi bastava. Felice, contavo le ore nella solitudine beata che ho rincorso e trovato. Felice, leggevo, nei miei primi amori letterari: Elsa Morante, Gogol. Checov, la Mansfield. Eppoi scrivevo, sull'Olympia bianca, dono di mio padre per i diciott'anni. Ora scrivo poco, ma nel mio ora et labora, ho ritrovato la mia stanza, una stanza tutta interiore, tutta per me e a chi mi chiede dove sono andata in vacanza, rispondo: "Nel mio piccolo parsadiso".
venerdì 15 agosto 2014
Un caffè con Carla
| Una delle tante bennibag della nuova collezione. In attesa del mercatino del 28 settembre al Pigneto. Per vederne altre, basta una mail a bennidv@alice.it |
Verde argentato, l'ulivo sacro, pare salutare me e il picchio anche lui sacro di Romolo. In questa Sabina raccolta, antica, perduta in un eterno ora che pare respirare in affanno la modernità, mi piace andare, ma di rado, che pena mi dà vederla immersa in un'indolenza che non era certo quella di Numa o di Vespasiano, ma che veicola in cuore un senso di stallo, come se il fiume sacro del Farfa (che amo nella sua gelida, vorticosa corrente) fosse interrotto da una diga costruita da un ingegnere senza senno che mi par quasi di conoscere.
Mi sorridono, laggiù, i tanti verdi di questa terra benedetta che fece l'Impero nella sua antica, rocciosa operosità di centurioni e legionari nel piatto loro di cicerchia. Io penso di esser qui perché qui riposava Orazio (che amo) e penso di andar via perché Orazio non c'è più. E neppure la chiesa, dedicata all'Assunta, chiusa da tre anni in un malinconico addio. Senza campanile, mi dico, non c'è paese e, nel celebrare l'Assunta (che è, per me, il vero ferragosto), non posso star qui, dove chiuse sono le ali e le porte del cielo. Demitto auricolas e ritorno nel frastuono di Roma, dove c'è Carla e andiamo, insieme, a berci un caffé...
venerdì 8 agosto 2014
Il profumo di mirto selvatico
Mille anni fa, forse ai tempi di Adamo ed Eva in paradiso terrestre, a Cala dei Gigli mi svegliavano, soli, in un silenzio d'oro, i campanacci delle pecore che dai campi di Peppino Porcu si spingevano fin sulla spiaggia a leccar, schifate, l'acqua salata. Dlen, dlen, lontano, come un richiamo ad alzarmi, festosa, per trascorrere le lunghe mattine perdute nell'incanto della mia protostoria. Ricordo, oggi come fosse allora, il mirto, spettinato, che mandava a tratti il suo profumo, mescolato al salso, e quanto sacramentava mio padre vedendolo, in cespuglio pazzo, sempre con i capelli lunghi e mai sull'attenti...
Quando la mattina era ancora in boccio, mio padre, avvocato, tutto quanto stirato nella logica, ragionava sul da farsi quotidiano in cui noi . o almeno io - a volte avevamo un piccolo compito da svolgere. Che ne so, fare una commissione per lui, raccogliere a mucchi le foglie secche portate dal ponente e dal maestrale, oppure, come nel caso di cui scriverò, accompagnarlo a buttare qualcosa nel grande secchio nero sul curvone che menava alla spiaggia. Udito da lontano il camion (che giungeva, allora, un giorno sì e poi chissà quando), ecco mio padre scender svelto gli scalini di legno e, dopo un saluto al suo ibisco in preghiera, giù. e io appresso. Corriamo a rompifiato per lo stradone color nutella fin dove il braccio si piega a gomito per spingersi alla riva. Ed eccoci alla meta.
Dal camion scendono tre tipi smilzi e cominciano a caricare quanto è stato lasciato lì forse da una settimana o anche di più. Mio padre porge il sacchetto e poi, cortese, pone una domanda: "Dovrei buttare un vecchio barbecue; avete un servizio per i rifiuti ingombranti?". Il primo tipo smilzo apre la bocca e, senza far uscir la voce, dice in alfabeto muto: "Sono sordomuto, non so nulla". In mio padre occhieggiai un sorriso o forse sono solo io che lo ricordo e lo immagino perché sorrido io al pensiero di quella faccia che stirava l'abc nel silenzio dell'ugola pigra. Il secondo tipo smilzo, interpellato, risponde, senza scherzi: "Si rivolga al sindaco di Porto San Paolo...". E io sorrido adesso (allora seria seria), ma mio padre scoppiò proprio a ridere e al terzo tipo smilzo, il viso di sughero bruciato, non chiese nulla. E per fortuna perché l'espressione sua, come di porcospino, la ricordo, come il profumo del mirto selvatico, oggi come fosse ieri,.
Subito dopo, passato nel clangore suo il camion con il suo contenuto umano e non umano, aiutai mio padre a buttar la ferraglia, un battimani, evviva e così sia.
Quando la mattina era ancora in boccio, mio padre, avvocato, tutto quanto stirato nella logica, ragionava sul da farsi quotidiano in cui noi . o almeno io - a volte avevamo un piccolo compito da svolgere. Che ne so, fare una commissione per lui, raccogliere a mucchi le foglie secche portate dal ponente e dal maestrale, oppure, come nel caso di cui scriverò, accompagnarlo a buttare qualcosa nel grande secchio nero sul curvone che menava alla spiaggia. Udito da lontano il camion (che giungeva, allora, un giorno sì e poi chissà quando), ecco mio padre scender svelto gli scalini di legno e, dopo un saluto al suo ibisco in preghiera, giù. e io appresso. Corriamo a rompifiato per lo stradone color nutella fin dove il braccio si piega a gomito per spingersi alla riva. Ed eccoci alla meta.
Dal camion scendono tre tipi smilzi e cominciano a caricare quanto è stato lasciato lì forse da una settimana o anche di più. Mio padre porge il sacchetto e poi, cortese, pone una domanda: "Dovrei buttare un vecchio barbecue; avete un servizio per i rifiuti ingombranti?". Il primo tipo smilzo apre la bocca e, senza far uscir la voce, dice in alfabeto muto: "Sono sordomuto, non so nulla". In mio padre occhieggiai un sorriso o forse sono solo io che lo ricordo e lo immagino perché sorrido io al pensiero di quella faccia che stirava l'abc nel silenzio dell'ugola pigra. Il secondo tipo smilzo, interpellato, risponde, senza scherzi: "Si rivolga al sindaco di Porto San Paolo...". E io sorrido adesso (allora seria seria), ma mio padre scoppiò proprio a ridere e al terzo tipo smilzo, il viso di sughero bruciato, non chiese nulla. E per fortuna perché l'espressione sua, come di porcospino, la ricordo, come il profumo del mirto selvatico, oggi come fosse ieri,.
Subito dopo, passato nel clangore suo il camion con il suo contenuto umano e non umano, aiutai mio padre a buttar la ferraglia, un battimani, evviva e così sia.
domenica 20 luglio 2014
Pioggia sacra
Quando il vento di levante
alita su Cala dei Gigli il suo umore di nebbia, il mare, accigliato, diventa
color specchio e si veste di gonfia malinconia nel furore pazzo delle ondine
crespe che portano al largo; in quei giorni, di amaro scirocco, ora che son
donna fatta nello splendore del mio sacro fuoco acceso, non scendo neppure
sulla spiaggia perché so, perché lo so, che presto le nuvole nere si
affolleranno alle spalle dell’aldia, dalla parte di Vaccileddi, portando la
pioggia e con lei il profumo rinato della mia antica Sardegna.
Me ne sto a casa e respiro la
terra che respira anche lei, con me, nel cosmo ritrovato. Non scendo, non più.
Ma da bimba, che corse, che gioia, infilare il kway (il mio era rosso, quello
di Marco, mi pare, blu), e correre in spiaggia era un solo balzo. Mi ritrovavo
dabbasso, le dita dei piedi nella rena umida, fatta color tuorlo d’ovo dalle
gocce di pioggia. Correvo, nel fiato del vento, bevevo le gocciole amiche,
ballando con Dioniso in una libertà tutta nuova, cucita apposta per me. Correvo
e poi, tolto il kway e la maglietta, in acqua, ché le onde erano calde,
accoglienti, sotto la pioggia sferzante. In quel brodo primordiale, nella
frescura dell’acqua del cielo, ridevo con Marco, nell’avventura. Poco dopo, ma
proprio poco a contar con le dita i minuti, ecco la Mimma, sotto un ombrello
cortinese, rosso con le righe gialle e verdi torno torno: “Fuori, fuori! A casa, via, I
fulmini, è pericoloso!”. Ubbidienti, mansueti, ci facevamo abbracciar dai panni
caldi e da lei (che amavo) e su a casa, domati.
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