A chi, come me, è
pellegrino su questa nuda terra, capita sempre di incontrar nel viaggio, che è
oltre la fiamma accesa, angeli (i quali, per me, hanno un nome e un cognome)
che parlano chiaro, come leggendo di tra le mie parole ciò che sto vivendo.
Vedono loro (e io no) il pericolo nascosto, l’angelo lucente, nella seduzione
sempre viva dell’ego che rimbalza, pur nella bruciatura. Vedono e io, nella lotta, e dopo, pure, con loro, per
riprendere, nell’esichia, un nuovo corso e procedere nella scalata del
castello. Mi pare, però, di parlare oscuro e di far di cose semplici misteri
che non sono. E così, passando di palo in frasca, mi torna in mente un bel
mattino di primavera di molti lustri fa. Ero, ragazza, bionda, nell’oro, tutta
quanta presa dal mondo e dalle sue bizzarre inconsapevolezze. Volevo, io,
presto, laurearmi, volevo, io, un lavoro e un posto che mi desse la benzina per
squadrar la vita e metterla, io, dove sapevo, sempre io. Volevo, io, come l’Alfieri,
fortissimamente. E così, vedendo che all’istituto di inglese, ci mettevano un
anno e di più a dar la tesi di laurea, ingolfato com’era, l’istituto a Villa
Mirafiori (oh, l’incanto di quel giardino sulla Nomentana…), cercai una
soluzione e la trovai nell’istituto di letteratura portoghese.
L’aula, piccoletta, era
come un nido d’aquila in testa alla Facoltà di Lettere alla Sapienza, la
professoressa, rossa di capelli e di credo, si chiamava Luciana Stegagno
Picchio, per me era Itaca. Così, perché il cuore ci mette sempre le sue ragioni,
passai da inglese a portoghese, imparai la lingua all’ambasciata brasiliana,
feci due annualità in una e in men che non si dica, dalla professoressa, ebbi
assegnata una tesi sul “Libro dell’Inquietudine” di Fernando Pessoa, il quale
libro allora neppure era stato tradotto in italiano (come doveva succeder poi
ad opera di Antonio Tabucchi). Andavo, a volte, come in biblioteca dalla
Stegagno Picchio, nella sue bella casa dietro Piazza Fiume. La aiutavo a riporre
i volumi, a catalogarli e, ogni tanto, c’eran con lei figure di professori e d’uomini
che io non conoscevo ma che erano illustri. Una volta, alta sulla scala, ero lì
che sistemavo libri quando udii dabbasso una voce che mi salutava: “Bom dia”.
Risposi, cortese, e non guardai più l’ospite che mi pareva un omino grigio
tutto occhiali e niente di che. Sì, sì, che perspicacia! Quell’omino era niente
meno che José Saramago…

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