L'Istituto Mater Dei, io me lo
porto cucito al cuore e tutto quanto, nella memoria, ancora fresco come un ovetto
di giornata. Le compagne, senza eccezioni, hanno ancora un viso, un nome e un
cognome e incise restano nel ricordo che tanto, ancora oggi, mi rincuora. E,
ditemi voi, come potrebbe non essere così se, come è accaduto a noi, per tredici
anni si è portato sulla testa un basco penitenziale, si è recitato, nel mese di maggio una corona di rosario al giorno, si è
rimaste in un cosmo rotondo, di antiche radici e usanze e modi e costumi,
mentre tutto intorno il mondo esplodeva nella rivolta. Noi pregavano e lì fuori
si facevano manifestazioni e occupazioni; noialtre, all’agape, in festa, mi
pare alla domenica mattina quando si portava la corona di fiori alla Madonna di
Piazza di Spagna per l’8 dicembre mentre altri, in rosso e nero, inseguivano la
rivoluzione nel mettere a zampe all’aria il mondo di ieri per un oggi all'incontrario.
Io, quel mondo lì, antico, forte, di radici, ancora lo vivo, nel chiuso del mio cuore e poco mi piace il frutto delle rivoluzioni altrui. Ché, intorno, vedo - o così mi pare - uomini e donne desolate, in pillole continue, preda del vento che tutto travolte. E così, sempre mi pare, di capire che facevamo bene noi, noi del Mater Dei, figliole dell’ordine e della continenza a viver nel cosmo rotondo e d'oro che ci avevano regalato i Fratelli.
Io, quel mondo lì, antico, forte, di radici, ancora lo vivo, nel chiuso del mio cuore e poco mi piace il frutto delle rivoluzioni altrui. Ché, intorno, vedo - o così mi pare - uomini e donne desolate, in pillole continue, preda del vento che tutto travolte. E così, sempre mi pare, di capire che facevamo bene noi, noi del Mater Dei, figliole dell’ordine e della continenza a viver nel cosmo rotondo e d'oro che ci avevano regalato i Fratelli.
E proprio ieri il Mater
Dei mi è saltato al collo nella personcina di una compagna di classe dai
capelli rossi e un poco miope che ho incontrato nell’attraversar Via dei
Serpenti, mentre lei andava a far la sua supplenza e io, a casa mia. La vedo da
lontano e, per scherzare, le dico, deferente: “Buongiorno professoressa!”. La
vedo, smarrita, che stringe gli occhi come fanno i miopi per mettere a fuoco la figura e le leggo in volto
che, disperatamente, sta cercando di capire chi sono, quale delle tante madri
degli alunni, magari la signora Ricci. Poi, però, il sole sboccia in fronte, grida: “Ester!” e mi si
butta al collo. L’abbraccio è caldo e dolce, come i ricordi del nostro Mater
Dei.

Nessun commento:
Posta un commento