Non perché viaggiar nel
fiume e nel ritorno in quel giardino primigenio, sia cosa da non augurare. No, non è questo, nossignore,
ma a chi voglio bene vorrei dire – e ripetere fino ad addormentarli - che tanta è la fatica e la porta stretta e che la fiamma s’accende se deve accendersi e
non si può forzar la serratura, con tutto quel che passa nei conventi laici del
mondo all’incontrario e nei parchi oscuri. La fiamma, poi, quando pare che sia pronta, come pane
ben cotto al forno, par sempre ricercare l’angelo lucente, nella distrazione,
nel volo pazzo delle mosche ardenti. E dunque va educata nell’amore. Insomma,
lasciatemelo dire con l’elefantino del Bernini, di fronte alla Minerva: ci vuole un gran fisico, e piedi forti
piantati nella nuda terra, per sostener la conoscenza grande e mantenerla
diritta, puntata verso il cielo…
A questo e ad altro
pensavo, nel mio pensiero a Berlino, mentre tornavo, nel pomeriggio che si
faceva sera, indossando la bella vestaglia di seta bruna prima di coricarsi per
la lunga notte nera. A questa pensavo mentre un sole di miele e d’oro si squagliava
laggiù, sulla coda di Via Nazionale, verso il largo di Magnanapoli che non si vedeva punto, ma che immaginavo come il talamo
nuziale dell’astro d’oro pronto per splendere sulla Croce del Sud. A questo e
ad altro pensavo, mentre osservavo le panchine di Via Nazionale occupate, a
metà, dalle carabattole cinesi. E alto il mio pensiero mentre una signora
grande e grossa cercava di sedersi su una panchina e domandava al venditore
ambulante: “Che me poi spostà stà robba tua che ce devo mette la mia?”

Nessun commento:
Posta un commento