Andando ieri, a passi
svelti, verso la Biblioteca Rispoli, dove cercavo (e ho trovato) i russi
classici che amo (Lermontov e Leskov e Gonciarov), camminavo, verso le dieci o
giù di lì, sotto un cielo bianco, lucido di pioggia appena scesa, e non c’era,
niente affatto, la bomba d’acqua preannunciata da Marino, con la barba adesso e
una faccia lunga e così e così, diciamo pure, da menagramo che dichiara:
“Meglio perdere un giorno di scuola che la vita”. Suvvia, caro sindaco, non
esageriamo…
Non c’era, infatti, e
non c’è stato tutto il giorno il diluvio universale che tanto aveva allarmato
vicini, lontani e così e così. I figlioli, però, se ne sono rimasti a casuccia,
senza andare a scuola, come se già non fossero distratti da questo e da quello
e da tutto intorno a loro, una congiura – sembra – contro la concentrazione
che, come si sa, è una piccola fata gentile la quale ha bisogno di silenzio e
di magia e non del vocio convulso, in allarme continuo, che ogni giorno ci
accompagna…
Insomma, me ne andavo
in biblioteca e, camminando, come sempre, facevo il mio retake quotidiano,
raccogliendo bottiglie e lattine e tutto quel che mi capita di raccattare in
questa Roma bella che sembra abbandonata al suo destino. E mentre andavo,
saltellando in allegria di naufragio sventato, ricevo una telefonata al
cellulare che di solito tengo spento, ma
oggi no. Ed è una persona che mi è cara al cuore e abita lassù nel freddo Nord
dove quando piove piove per davvero. Con voce da funerale, roba che immaginavo
sguardo e fronte corrugata e tutto il resto, mi chiede nuove del diluvio e se
ci siamo organizzati con il cibo per non uscir di casa, in coprifuoco e guerra
civile. Rido, tra me e me e non so se dirle la verità o tenermela per me, ché
per lei, più vere delle mie sono le parole tante, e menzognere, che ascolta in
tivvù, la quale, si sa, rende vera qualsiasi gran balla imperiale. E sia,
taccio. Le dico di non preoccuparsi che abbiam messo i sacchi di sale e la
segatura e teniamo le finestre ben chiuse e non mettiamo in naso fuori di casa.
E lei, che, di tra la nebbia delle bugie, annusa sempre il vero mi fa: “Che
strano, eppure mi sembra che tu sia all’aperto, in giro…”. Due gocce,
d’inverno. A Roma.

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