Di fronte al Quirinale,
ben pettinati e tutti verdi (come si conviene in una Capitale Caput Mundi) dopo
una messa in piega dei giardinieri della Capitale, ci sono i Giardini di Sant’Andrea,
dove portavo, piccino, chi so io e dove mi sono ritrovata, ieri mattina, seduta
su una panchina bigia che si appoggia quasi al parapetto che si sporge su una scalinata la quale portava, un tempo – mi pare di ricordare – a Palazzo Pallavicini, a dare una
delle mie english lessons che servono, sì, a rinfrescar la lingua di
Shakespeare, ma, a modo loro, sono un bagno nel fiume, dove tutte le lingue si
ritrovano sorelle, in un indoeuropeo che rinasce, in un verde andare.
Insomma siam lì io e la
mia cara amica Bi, che ha bisogno di rinfrescar quel tanto che ha imparato in
anni e anni di studio e, mi par di ricordare, che siamo al punto di parlar dei
giorni della settimana e di come mai portano quei nomi là or son millenni,
quando, d’un tratto, dalla discesa, ecco comparir, libero e selvaggio (ma
seguito dalla sua padrona) un cagnolino di pelo lungo e color cioccolata al
latte. Cammina e ha la stessa identica tale e quale codina del mio Mecki, che
sembra uno spruzzetto d’acqua sorgiva in un balzello di zampette andanti. D’un
tratto, il cagnolino balza su per le scalette di cui ho parlato prima e si
infila lungo il parapetto e, zitto zitto, eccolo accoccolarsi proprio dietro al
collo mio, al punto che sento il suo fiato sulla pelle e mi sta a mo’ di
sciarpetta calda. La padroncina ride e ridiamo anche la mia Bi e io, ma in me,
che sono poliglotta, si accende la lingua dei quadrupedi pelosi e, senza parlar
forte per non disturbar chi mi sta intorno, faccio anche io, come faceva Mary
Poppins nel parco con i piccoli Banks, gli dico, insomma, che è un bel
maleducato e che, via, per cortesia, il mondo è grande e bisogna saper occupare
il proprio posto. Evvia. Scusandosi il mio garrulus quidem si sposta vivaddio e
ci salutiamo, lui e io, con molta simpatia…

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