Quando il vento di levante
alita su Cala dei Gigli il suo umore di nebbia, il mare, accigliato, diventa
color specchio e si veste di gonfia malinconia nel furore pazzo delle ondine
crespe che portano al largo; in quei giorni, di amaro scirocco, ora che son
donna fatta nello splendore del mio sacro fuoco acceso, non scendo neppure
sulla spiaggia perché so, perché lo so, che presto le nuvole nere si
affolleranno alle spalle dell’aldia, dalla parte di Vaccileddi, portando la
pioggia e con lei il profumo rinato della mia antica Sardegna.
Me ne sto a casa e respiro la
terra che respira anche lei, con me, nel cosmo ritrovato. Non scendo, non più.
Ma da bimba, che corse, che gioia, infilare il kway (il mio era rosso, quello
di Marco, mi pare, blu), e correre in spiaggia era un solo balzo. Mi ritrovavo
dabbasso, le dita dei piedi nella rena umida, fatta color tuorlo d’ovo dalle
gocce di pioggia. Correvo, nel fiato del vento, bevevo le gocciole amiche,
ballando con Dioniso in una libertà tutta nuova, cucita apposta per me. Correvo
e poi, tolto il kway e la maglietta, in acqua, ché le onde erano calde,
accoglienti, sotto la pioggia sferzante. In quel brodo primordiale, nella
frescura dell’acqua del cielo, ridevo con Marco, nell’avventura. Poco dopo, ma
proprio poco a contar con le dita i minuti, ecco la Mimma, sotto un ombrello
cortinese, rosso con le righe gialle e verdi torno torno: “Fuori, fuori! A casa, via, I
fulmini, è pericoloso!”. Ubbidienti, mansueti, ci facevamo abbracciar dai panni
caldi e da lei (che amavo) e su a casa, domati.
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