Nella bella chiesa di
Santa Maria sopra Minerva vado, a volte, durante le visite mistiche, e conduco
dalla luce di fuori in quel silenzioso tempio notturno, che ha per soffitto un
bel cielo stellato, amici e conoscenti irlandesi e italiani. Nella notte in cui
lo spirito torna a respirare (lontane le cure del mondo), come in grembo alla
Madonna, si esce poi nel sole, rinati
nello splendore acceso del fuoco di Vesta che lì dentro si nasconde, timido ai
più e a chi è cieco camminante nel mondo a testa in giù. Dentro, nella chiesa
domenicana, mi muovo come chi sa dove andare. E mi fermo, prima, davanti alla
statua del Gesù di Michelangelo e poi, in adorazione, davanti alla cappella
Carafa che è capolavoro di Filippino Lippi, il quale aveva per padre un monaco,
Filippo, e per madre una suora. I Lippi infatti sono due padre, Filippo, e
figliolo, Filippino, in grazia di Dio.
In basso, i Carafa assistono, ginocchioni,
all’annunciazione della Vergine da parte dell’Arcangelo Gabriele. In alto, gli
angeli celebrano l’evento con un gran concerto celeste, nel cielo color indaco
che si fa veste in uno, bellissimo, di loro, trasparente in petto come non
avesse corpo, e con un gonnellino vezzoso a righe rosse e bianche che è tanto
elegante ed armonioso, nel colore che si abbraccia tra il sangue e il cielo, da
ispirarmi una bennibag rossa e turchina lei pure. In danza di Medusa, nel
cerchio magico di Atena, pentita per non aver aiutato la misera sorella, vado
poi dal serpente sacro che si nasconde ai più in un sepolcro di marmo. Ci vuole
un occhio attento per trovarlo, l’occhio bambino, di fiume e d’ombra di Alice
che di certo lo vedrebbe…

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