Nelle mie lunghe
passeggiate romane, un poco per grazia ricevuta, un poco per i tanti libri che
ho letto, mi par facile decifrare nei monumenti del passato il seme della
storia che si srotola nei secoli, regalandomi un quadro d’insieme rotondo, nel
bene e anche nel male, armonioso come, mettiamo per divertimento, le acque del
Mekong che scorrono ora pigre ora in furia, sotto il bel cielo dell’Asia…
Nel lume mio d’oro, che
chiamo di Vesta, cespuglio ardente che non brucia, non smetto mai di legger
nuovi libri che illuminino i piccoli vuoti, le cose che non so o che non
ricordo. E i libri, un poco per nume, un poco perché ho chi mi guida, si fanno
a volte angeli e messaggeri e mi spiegano, nel destino incrociato dei giochi
del mistero, i come e i percome ancora da slegare, che van poi cuciti insieme
come in un patchwork raffinato di mondi di ieri, che si fan, diversi eppure
uguali, di oggi.
Ieri, ad esempio, alla
Biblioteca Rispoli sono andata a prendere un libro scritto, negli anni Sessanta,
da Silvio Negro che era, pensate un poco, il padre di un collega che lavorava,
lui pure come me, in Sala Stampa nel bel Palazzo Marignoli. Il libro si
intitola “Roma non basta una vita” e vinse, ai tempi suoi, il Premio Bagutta,
non uno qualsiasi. Mi arriva in un’edizione francescana, color vecchiume, senza
copertina, di Neri Pozza, del 1962, la prefazione di Emilio Cecchi. C’è anche
una foto dell’autore diverso dal figliolo come il giorno dalla notte, se
differenza c’è in Apollo e Dioniso…
Torno a casa,
stringendo il mio trofeo e mi appresto a immergermi nella lettura. E tante sono
le parole usate dall’autore per raccontar la Roma mia bella; e altrettante (bè,
non proprio) sono quelle, vergate a matita in uno stampatello sull’attenti, da
un ignoto commentatore che valgono, esse specialmente, la fatica, diciamo così,
della lettura. Due libri in uno, mi dico soddisfatta, perché ho trovato, a modo
mio, la risposta che cercavo nel due che si fa uno…

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