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| Io, oramai uscita dal ventre di Medusa |
Ci sono strade, a Roma,
che portano, con garbo tutto loro, nella leggerezza del vento, nomi di ragazza
e sono, invece, dedicate ciascuna al proprio Papa omonimo. C’è, ripida, in
salita, in perenne equilibrio di sentiero di montagna, ai Monti, la via
Clementina; c’è a Trastevere, una
piccola, stretta, via Benedetta; e a Campo dei Fiori, la bella, diritta Via
Giulia, che pare in pellegrinaggio anche lei verso San Pietro. All’Esquilino, c’è
la via Paolina, dove, quando la percorro nelle sue tiepide tenebre, mi pare
quasi di incontrare (che gioia!), chiusa nel suo antico silenzio piceno, la Paolina dello
zio prete di Dolores Prato…
C’è dunque, alle spalle
di Santa Maria Maggiore, la via Paolina, dove mi capita sovente (e pure ieri)
di andare perché di là mi reco o nella gran basilica o, più spesso, proprio all’Esquilino,
rione dal cuore severo, taciturno piemontese, che ora, perduti quasi gli
inquilini savoiardi, è diventato un mondo altrove, dalle mille facce colorate,
dove, al mercato, si trovano uva e arance di miele (da una signora in fondo in
fondo), il pane di Lariano e le verdure dell’orto, con le radici ancora nere di
terra. Insomma, ieri, eccomi sulla Via Paolina e, dovete sapere che proprio in
capo alla straduzza c’è una fontanina che mi è cara al cuore. Piccola com’è, ha
un cherubino solo, paffuto, con le alucce tese, che sputa lo zampillo e tutt’attorno
una festa di marmi. Sì, una parola. Qualcuno, uno scrittore metropolitano, ha
fatto un segnaccio viola acceso su una delle finte colonne; uno scarabocchio che mi ferisce,
ogni volta, come una pugnalata. E ieri, sapete che cosa ho fatto? Basta, mi
sono detta. E con un pannetto bagnato e olio tanto di gomito ho pulito la
fontana e mentre lo facevo, giuro, mi pareva di sentire intorno lo svolazzare
lieto del cherubino, nel segreto dell’acque romane che sono la vera vita, sotto
le macerie della Città Eterna che mi sembra voglia questo signor Marino…

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