Bambina, di otto anni o
poco più, imparavo a ballare il valzer abbracciata a nonna Stella - un,dù,tré,
un,dù,tré – su e giù, lungo la corsia color granata che correva diritta tra l’affollamento
di bei mobili antichi a San Giuliano. Fuori, nel buio di cartapesta, la
campagna friulana sonnecchiava nella nebbia filata dalle streghe; nel buio
sorridevano le sagome dei cachi carichi di arancio. E noi, su e giù e, in
rotondo girare, come in pirouette, un
passo avanti (un), poi l’altro (dué) e il bacio finale dei due piedini (tré), che
si incontravano per un attimo appena e di nuovo a ripartir col destro, ancora e
ancora, io e lei, come sollevate dal vento della gioia e dall’allegria di
naufragi che ci prendeva, in una risata accesa, mentre Pippo, col pancino d’oro
e il cappottino nero, abbaiava, ricamando zompi intorno alle nostre gambe in
festa. Crollavamo esauste sul sofà color prato e ridevamo, lei di nuovo bambina
tale e quale a me, nel ricordo della sua verde primavera. Io, in paradiso.
Ragazza, ai diciotto
anni di amici, amiche e compagne di classe,
raccoglievo, nel fruscio dei vestiti lunghi verdi, rosa e neri, che
portavo con disinvoltura, i frutti delle lezioni di nonna Stella. Carnet non ne
avevo, ma richieste sì, e molte. Molti valzer ho ballato a Roma e i ragazzi, in
cravatta scura, allora, facevano il baciamano e quasi davano del lei... Ho
ballato anche a Venezia, mentre placida la luna occhieggiava alle finestre
specchiandosi nella laguna, dove si dondolavano le gondole dal lucido manto
nero di frmamento. Una volta, a Parma mi pare, ballai con un tipo smilzo, alto,
magro, di assoluta nobiltà. Uno che ora è famoso per i vini che produce e che
allora mi donò l’estasi del ballo, in rincorsa di Dioniso. E ora che non ballo
più ricordo quel mio ballare antico, ma nessuno, neppure quello col principe, è
nella memoria bello e dolce come i valzer di San Giuliano, nell’abbraccio della
mia Stella…

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