| Una delle tante bennibag della nuova collezione. In attesa del mercatino del 28 settembre al Pigneto. Per vederne altre, basta una mail a bennidv@alice.it |
Verde argentato, l'ulivo sacro, pare salutare me e il picchio anche lui sacro di Romolo. In questa Sabina raccolta, antica, perduta in un eterno ora che pare respirare in affanno la modernità, mi piace andare, ma di rado, che pena mi dà vederla immersa in un'indolenza che non era certo quella di Numa o di Vespasiano, ma che veicola in cuore un senso di stallo, come se il fiume sacro del Farfa (che amo nella sua gelida, vorticosa corrente) fosse interrotto da una diga costruita da un ingegnere senza senno che mi par quasi di conoscere.
Mi sorridono, laggiù, i tanti verdi di questa terra benedetta che fece l'Impero nella sua antica, rocciosa operosità di centurioni e legionari nel piatto loro di cicerchia. Io penso di esser qui perché qui riposava Orazio (che amo) e penso di andar via perché Orazio non c'è più. E neppure la chiesa, dedicata all'Assunta, chiusa da tre anni in un malinconico addio. Senza campanile, mi dico, non c'è paese e, nel celebrare l'Assunta (che è, per me, il vero ferragosto), non posso star qui, dove chiuse sono le ali e le porte del cielo. Demitto auricolas e ritorno nel frastuono di Roma, dove c'è Carla e andiamo, insieme, a berci un caffé...
Nessun commento:
Posta un commento