giovedì 9 aprile 2020
Un eroe romantico
Conto secondi, minuti e ore che mi separano dalla corsa in auto a Fiumicino a prender chi so io, di ritorno dalle steppe, e intanto aspetto anche di sapere quanto ha venduto, in giro per l'Italia, il mio piccolo libro, come mi ha promesso il mio editore che di nome fa Paolo e vive nell'aspra Liguria dove, a dire il vero, non sono stata mai. Se il Nordest, infatti, ha marchiato a fuoco e amore la mia esistenza, poiché dal Friuli veniva la famiglia di mia madre e in Veneto ho trovato la mia nuova famiglia, la Liguria, purtuttavia, aveva abitato, nelle lontananze, la mia esistenza e non solo per via di certe ascendenze familiari dalla parte di mio padre. Ma anche e soprattutto nella persona di un ufficiale di marina che di nome faceva Stefano e di cognome un suono aspro e tanto ligure come le balze scoscerse che rotolano a mare. Era questo signore qui già uomo fatto, mettiamo sulla venticinquina, quando io, sedicenne, bionda e ribelle, sognavo di fare la modella, la hostess di volo o so io che cosa d'altro. Lui, invece, in divisa bianca e la pipa, aveva in mente una cosa sola: sposarmi. Così si presentava a casa dei miei, invitato a colazione, con i fiori (per mia madre), un foulard di seta (per me) e tanto stile da riporlo in tre armadi grandi e sarebbe anche avanzato. Una volta, una malaugurata volta, gli fu aperto il cancello mentre i cani (allora scampagnava in giardino il pericolosissimo Iago...) non erano stati legati. Panico di tutti, sguardi in tralice e oddio che fare. Ci precipitammo fuori e trovammo Stefano, un eroe, ritto in piedi con l'indice sollevato come se insegnasse e Iago, torno torno, a coda bassa, che gli girava in abbraccio, come un disco rotto. Fu un tutt'uno di fratelli ad acciuffare il cane e Stefano l'eroe del giorno. Ma non gli bastò per conquistarmi perché io, dei suoi foulard di seta (che erano di Hermes e bellissimi) non sapevo che cosa farne e dovevo attraversare i marosi prima di trovare il mio porto sicuro. Sicché Liguria e Genova addio!
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