Le mie mattine cominciano quando il cielo appena scolorisce, come aggiungendo latte allo scuro suo e cambiando la sua tunica blu scura con quella di gentile celeste che lo copre (ma non oggi) in questa fredda primavera di clausura. La casa ancora dorme, mentre io, da sotto le coltri, a piedi scalzi, scivolo in cucina per il primo caffè che, grazie al dono di Sara, viene fuori da un apparecchio che fischia e sputacchia e lo fa come se fossi al bar. Riesco anche a montare il latte a cappuccino e poi è tempo di sedermi per la mezz'ora che dedico tutta a quanta a chi amo. Solo allora, accesa una candelina al profumo di rosa (che ho comperato all'Esselunga), comincio a pensare a pranzo e cena per i miei che, come succede nelle famiglie moderne (non nella mia di partenza, tradizionale, in cui tutti quanti crescevamo a pasta rossa, fettina e insalata e zitti e mosca) han tutti un menu speciale. Chi ama la pasta e chi no e chi questa o quella verdura... Stamattina, sul tavolo della cucina, cresce nel lievito che è sale della terra, la pasta per i krapfen, che verranno più tardi distributi ai golosi del palazzo e anche, forse, a mia madre. Fatto questo e quello, mi apprestavo a uscir dalla cucina, quando, avviandomi per chiudere i vetri della finestra, tenuti aperti per far uscir vapore e odori, vedo giungere in volo una grossa cornacchia, elegante nel suo bel frack lucido e nero e le ali grige color fumo di Londra. Lo guardo, occhi negli occhi, spaventata; mi guarda, occhi negli occhi, spaventato. Plana appena sul davanzale e, quasi cambiando colore, non so neppure come, senza plancia di lancio, se ne vola via. Io, gridando "oddio" per la paura, mi ritrovo rimbalzata in salone, poi ridendo del timore mio, corro a raccontare il fatto a chi so io. Il quale, per nulla mosso a sentimento, facendo spallucce dice: "E allora?"
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