Bianco è il cielo e di velo nebbioso coronati sono gli alberi e i tetti delle case qui a Padova, dove mi trovo a trascorrere, come ogni anno, il Natale. Sui comignoli riposano, infreddoliti, i piccioni, che cercano il calore che è fiamma e che è vita. Le penne tutte arruffate, si stringono a coppia e mi pare che salutino, allegri, i nostri venti anni di matrimonio... E, laggiù, nella nebbia, si distingue la figuretta snella della statua di Sant'Antonino, come una piroetta in cielo.
Nel gioco eterno famigliare delle reazioni che governano le azioni degli uomini, mi trovo, a volte a guardare le parti sul palcoscenico delle stanze che si rincorrono piene di ricordi ingialliti.. E rido tra me, divertita, nel veder che lo spettacolo, passati pur gli anni, non muta e identico si ripete a ogni giro d'anno, in barba a tutti i buoni propositi e allo spumante che con le sue bollicine promette un paradiso d'oro, eccitante, ma che, se lasciato nel bicchiere si fa liquida noia. Ci sono gioie, però, tutte nascoste che mi si regalano in grazia: una rosa color rosa sbocciata in giardino, d'inverno come la rosa di Santa Rita, un ricordo fuggente del mio bambino di allora, ancora nei riccioli dell'infanzia, una visita al Santo, nel panino consumato, col marito, nel chiostro d'alberi e semplicità, un Gesù Bambino nella sua dolce culla fatta di legno d'ulivo dalle clarisse di Albano.
E proprio al Santo, in quel gran duomo solenne, tutto cupole e mattoni, mi sono ritrovata, sola e però non sola, alla messa di Santo Stefano. Tutt'intorno, i fedeli, e tanti che il cuore si rallegra e si canta Adeste fideles e Tu scendi dalle Stelle, con la gioia della verità in forma di Bambino Divino che nasce per noi, al 25 di dicembre, a Betlemme. E d'un tratto, nell'ammirare i bei bronzi di Donatello che coronan l'altare, seguo con gli occhi, e chissà perché, la verticale della croce di un Cristo dolente che pare indicarmi la via, e seguo e salgo e seguo e salgo e trovo, come se la mia caccia fosse terminata, in una nicchia d'oro, proprio il Bambino Divino, piccolo così, eppure grande, grandissimo, al centro di tutto, cuore del cuore della Basilica che è cosmo e mondo...
lunedì 28 dicembre 2015
domenica 20 dicembre 2015
Parrucchiere per vecchie signore
Ieri mattina, a causa delle
burocrazie che vengono da Bruxelles, io mi sono ritrovata a bordo della mia
Cinquecento bianca in direzione Rieti per risolvere una delle noie quotidiane
alle quali, nostro malgrado, siamo tutti sottoposti. E anche io. Sicché, eccomi,
lungo la Salaria, nella nebbia che avvolge l’umidore della campagna. Mi
rallegra vedere le colline e gli alberi che portano vestiti gialli e color
arancio e d’oro e tanto eleganti che vorrei, diciamo così, copiare e incollare
nelle mie bennibags. I pensieri miei filano via nell’armonia che mi circonda e
tutta immersa in loro, ascolto il mio adorato Bellini, nell’pera “I puritani”
che, se non conoscete, vi consiglio vivamente di ascoltare. Mentre sono lì al
volante, mi pare come di sentire una vocina bianca, come la carrozzeria della
mia piccola Fiat compatta e solida come sono le automobili, come la mia, che io
chiamo le vecchie signore. Mi dice che il tettuccio è grigio di sporco e che
gli storni (che infestano, nei loro neri gomitoli volanti, i cieli di Roma) han
fatto i loro bisogni fin sul vetro del davanti e anche lungo gli sportelli di
destra e di manca e sul lunotto e fin dove hanno potuto, senza ritegno. Ascolto
la lamentela e dico sì, al ritorno, dopo l’appuntamento che ho nel borgo mio
dell’anima e del cuore, ti porterò – è una promessa – in un bel parrucchiere per
utilitarie. Detto fatto, eccomi sulla via del ritorno, a un passo da
Monterotondo, in un certo lavamacchine dove a guardare i tanti lavoranti, tutti
colorati, mi pare di vedere l’apprendista stregone del film Fantasia di Walt
Disney. Chi gratta, chi passa il sapone, chi lucida, chi sgrassa, chi passa l’aspirapolvere.
Ecco, la mia Cinquecento dal parrucchiere. Felice, alla fine del trattamento, lei pare sorridermi nel bianco polare che non le conoscevo. Dico a un lavorante: “Mi
può scattare una fotografia?”. Ride, lui e un signore attempato, un cliente, mi
loda l’automobile che mia madre tanto schifa. Saluto, e nella mia Cinquecento
di neve e panna, termino il viaggio, Eccomi a casa. Parcheggio e alzo lo
sguardo: nel cielo il vorticare pazzo degli storni. Pazienza, mi dico, le vecchie signore, dal parrucchiere, vanno una volta a settimana… Buon Natale a tutti, nel
mistero del Divino Bambino che nasce e che vive, Ester
giovedì 10 dicembre 2015
Alla prima della Scala
| Una rosa è sbocciata per me sul mio balcone... |
Per motivi che terrò
stretti stretti e legati con un nastro rosa, il 7 dicembre, vestita come si
deve nel teatro del teatro, in nero e tacchi alti, ero alla prima della Scala. Non
vi dico per arrivarci: c’erano tre posti di blocco e il metal detector e pareva
di essere in guerra e non certo a Milano (dove io, ogni volta che vado, compro –
cascasse il mondo – un bel paio di ballerine Porselli). Passati dunque
mitragliette e giubbotti antiproiettile, eccomi nel foyer di quello che per il
mondo è tempio sacro della lirica per assistere a un’opera di Verdi che, mi
dice il professor Zempf (mio compagno d’avventura), è tra le minori del compositore, tirata via e
un poco, diciamo così, confusa nella trama. Andiamo bene, mi dico mentre
osservo chi mi sta all’intorno e l'imperturbabile Zempf analizza il programma di sala. Ollalà, c’è il direttore di un giornale che è
stato anche mio vicedirettore per un po’ e invece di essere alto e prestante
(come lo immaginavo per averlo visto alla tv), mi cammina ad altezza sotto naso…
C’è anche Carla Fracci, vestita di bianco. Presto, presto, è ora di entrare.
Seduta nel mio bel posto al numero tal dei tali (numero che era mio anche all’appello del Mater Dei), le luci si spengono e cominciano a cantare arie, diciamo così,
che non mi porterò in giro nella memoria e nell’anima. Caro professor Zempf,
aveva ragione lei, la trama sembra scritta da Calandrino e Buffalmacco e provo pena per il soprano con i
capelli stagliuzzati che anni fa ho visto nei panni di Elvira e bella nell’abito da
puritana. Neppur l’apoteosi finale accende la mia anima. Nonostante i cieli
azzurri in lontananza…
Nel buio, il terzo
occhio mio si accende e vedo. Vedo il sovrintendente in sofferenza, le mani nei
capelli, quando canta il baritono sostituto del suo cugino maggiore celebre. Il mio sovrintendente,
caro Zempf, siede in un palchetto a un tiro di sassolino dal proscenio e accanto a lui c’è
la giovane moglie che cerca di sollevarlo. Però il sostituto se la cava e l’angoscia
si stempera nella voce che intona il dovuto e pure a tempo. Vivaddio. Alla
fine dell’operina, proprio quando comincia la sarabanda degli applausi, oddio,
sogno o son desta: vedo capitombolare, a giro di ruota le gambe, qualcuno nella
buca dell’orchestra. Dico al professore: “Qualcuno è precipitato nella buca
dell’orchestra”. Ma lui, perduto in aeree considerazioni critiche, scuote il capo e fa, “ma che dice, signora?” Dico che
è successo e che so anche chi è la tipa in questione per averla vista, durante
l’intervallo, confabular con gli orchestrali. Veramente non è una tipa, ma un tipo in vestito lungo, smascherato dal pomo d'Adamo. Via, via, applaudiamo e poi a
prendere il cappotto dove incontro un ex ministro (piccolo così che credevo
alto lui pure…) tutto sgomitante per aver perduto la sciarpa. Mi passa avanti,
sbraita e si sbraccia, (per quel poco che può), torna nel gran teatro del mondo dove la parte di ministro non gli tocca più. Sospiro, prendo il cappotto, e via con il mio Zempf, finalmente disceso dal Parnaso.
sabato 5 dicembre 2015
Passeggiate romane
| Seduta, tutta un nervo teso, il muso a triangolo, la piccolì aspetta l'osso che le ho portato e io, zacchete, l'ho fotografata. Non è mia, ma lo è nel mio cuore rotondo... |
Ieri mattina, nell’oro acceso del bel sole
dicembrino, eccomi, passata sulla destra Santa Caterina, a scender giù per la
scalinata di Magnanapoli per raggiungere la biblioteca Rispoli dove ho prenotato
un libro di Ernesto De Martino, che io, se chiudo gli occhi, immagino come un
sub, a lume di luce, nelle profondità semplici della verità. Sia lui che
Giuseppe Cocchiara sono stati a me maestri e, con una riverenza a piedi in
croce, li ringrazio, mentre cammino ritagliata nel cielo terso e turchino con
la brezza a carezzare i capelli miei lunghi e sciolti. Cammino svelta e non
immagino che presto dovrò fare una gimcana tra i tanti mendicanti. Io i soldi
miei d’elemosina li do a chi so io che sa e distribuisce proprio per non dover,
io, distinguere per la via chi scegliere tra tanti miseri che tutti quanti mi
stringono il cuore. Il primo è un uomo di etnia rom, appostato sul Plebiscito. Mi saluta e quasi mi inseguono le sue parole mentre scivolo via per
imboccar di corsa la via della Gatta. Un occhio mio a lei e subito dopo alla
strada dove ecco altri due che mi chiedono denaro. Proseguo, dopo il ritiro del
volume, verso San Marcello, chiesa dei serviti che, per chi non lo sapesse, contano
ben sette fondatori. Io, per parte mia, conto San Marcello tra le chiese mie,
non tanto per il sacro crocefisso del miracolo, ma perché c’è un quadro grande,
sulla sinistra, di San Paolo convertito e caduto da cavallo che mi innamora: l’apostolo
delle genti vi giace biondo e col suo bel giubbino color turchino e in alto c’è
il Signore che lo chiama… Davanti a San Marcello, passo altre due mendicanti in
nenia di richiesta di soldini. Sono in chiesa, ma i sacerdoti sono tutti
occupati; va bene, sono comunque in
salvo e sto per far la mia elemosina per l’acqua benedetta, quando sento una
voce in bisbiglio, Mi giro: c’è una signora, italiana, sui settant’anni e bella
rotonda e con un piumino che le scende fino alla caviglia. Prende a
raccontarmi, in medias res i guai suoi, arrotolati sulla lingua come una
cingomma. Insomma vuole soldi. Dimitto auricolas e apro il borsellino, poi però
scappo a Santa Maria Maggiore dove i padri domenicani sono sempre pronti a
confessare e dove trovo pace e riposo.
giovedì 19 novembre 2015
Cioccolatini Perugina
Quando ero piccolina,
in Via Beccari, gli unici vicini di casa che avevamo erano Sormario e Ulisse,
zio e nipote (o almeno così si diceva e chi lo sa) che abitavano in una casetta
con pavimento in terra battuta in un terreno incolto il quale fiancheggiava
sulla destra, separato da una rete di ferro, il gran giardino della villa alla
cova e che portava, scritto su un cartello piantato a metà tra l’erba e la terra
(e chissà perché), il nome di “Salute”, scritto in stampatello. Piccolo così,
con le orecchie a punta da elfo, Sormario portava sempre una giacca color noce
e addosso un odore di fumo che gli veniva diritto dal braciere che usavano per
scaldarsi e per cucinare. La pelle era, mi pareva, di cuoio e i capelli radi e
bianchi. Tutto il contrario Ulisse, nero di capelli e di sguardo, e sempre in
sella alla sua bici che lo portava, nel volo del vento, fino ad Ariccia ad Albano e su su per il bei
colli romani che, quando il tempo era terso, vedevo in lontananza dalla
solitudine urbana di Viale Marco Polo…
Buono era Sorma che
regalava a noi piccoli Ponti (ma anche ai Salini) certi cioccolatini della
Perugina, incartati di stagnola color oro e azzurro (se al latte) e oro e rosso
(se invece eran fondenti). Bastava che, Vivian e io, spinte dalla gola e dalle abitudini
spartane d’allora, ci portassimo fin sotto la griglia e a sbraito: “Sorma!
Sorma!”. Usciva, piccolo così, con tra le braccia il fagottello di cioccolatini
che venivano, diceva, dalla Fao, dove lavorava Ulisse. Con Sorma, uscivano
abbaiando Birba e Zorro i due cani di casa. L’una a pelo raso, e snella con
orecchie e muso aguzzi, l’altro tutto di pelo e ballonzolante come se addosso
avesse troppa carne e pelo tutt’insieme. Poiché insieme a noi c’erano anche i
cani di casa nostra, Iago e Shilock, ecco partire la cagnara. Di qua, i nostri, di là,
i loro e su e giù, muso a muso, mostrando denti e abbaianno a forsennati, in una nuvola di polverone.
Mentre Sormario andava via col sorriso, usciva Ulisse, come un temporale, nero
di fuliggine e di rabbia e: “Ce l’avete na casa? Annatevene a casa!”, strillava.
Noi, piene di paura, via, di corsa, con il nostro tesoro che ho ritrovato ieri, sano, e anche di
altri colori che non conoscevo, durante la spesa settimanale alla Lidl. E solo ora, mangiando il
cioccolatino, mi accorgo che non ha il sapore d’allora e che quelli di Sorma,
nonostante Ulisse, erano molto più buoni...
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lunedì 16 novembre 2015
Raccolta differenziata
![]() |
| Una bennibag in danza di Medusa, per vedere tutta la nuova collezione vi aspetto a Roma, al mercatino degli artisti davanti a Eataly, sabato e domenica prossima. |
Qualche tempo fa, mi
pare a settembre, è arrivato a casa a me (e agli altri condomini), portato dal
gran bel vento europeo (si fa tanto per dire), un cestinello in plastica
marrone e dentro tanti bustoni verdi, insomma il kit della raccolta
differenziata. Pochi giorni dopo, o forse il giorno stesso, non ricordo, nell’androne
del palazzo che è color ocra antico e panna e pare il grembo di una vecchia signora e risale al milleottocento, ecco
comparire quattro bidoni sgraziati, di grata, e dentro, a tuffo, dei gran sacchettoni
di cellophane colorati. Bello, proprio no, e neppure carino. Nossignore, una
cosa brutta, figliola del nostro mondo del caos, a sconciare l’antica,
armoniosa bellezza del mondo del cosmo che io, grazia di grazia, mi porto
dentro. D’altronde, per capire come si fa a render il meraviglioso orrido basta
far quattro passi lungo i Fori Imperiali, verso il Colosseo, dove proseguono dal
tempo di Silla e Mario, i lavori per la metropolitana C…
Va bene, dimitto
auricolas, obbedisco come diceva Giuseppe Garibaldi e parto con la
differenziata che, per ora, “conferisco” (è il verbo che si usa) in una certa “isola
ecologica” (ah, la neolingua al sapore orwelliano…) davanti alla mia amata
Chiesa della Madonna dei Monti. E butto carta, plastica e umido e bottiglie, non dalle due alle tre, ma verso le
nove. L’ho fatto ieri pure prima di recarmi a casa di una certa signora che mi
è cara un poco e un poco anche no. Butto i miei bei fagottelli differenziati e
proseguo lungo la Via Leonina per perdermi nell’antro della metro B. Poco dopo
sono già alla Piramide. Esplodo nell’aria fresca, all'ombra delle Mura Aureliane, e faccio quattro passi verso
piazzale Partigiani. Aria fresca? Ma qui c’è solo un gran puzzo di pipì e con
due dita a molletta mi chiudo le narici. Cammino in un desolante letamaio, in
un brulicare di gente che vende e compra roba presa dai cassonetti o forse rubata che ne so. E proprio
accanto ai cassonetti neri, ci son tre donne, una con un bimbo in collo, che
rumegano nel pastrocchio, lanciando in aria ora uno straccio ora un peluche
bisunto, ora uno stivaletto tacco dodici. Mi giro, desolata e incontro lo
sguardo di un certo signore con cagnetto al guinzaglio che, aprendo le braccia
a mo’ di ali eterne, mi fa ridendo: “Cosa vuole, fan la differenziata”.
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lunedì 9 novembre 2015
Straulas dell'Ave Maria
| I miei cagnetti in fiore, piccoli portachiavi crescono |
Alla domenica, durante i tre mesi
tre, che la famiglia Ponti passava a Cala Girgolu, non si mancava mai alla
messa domenicale. Cascasse il mondo, eccoci, stivati nella Peugeot amaranto di
papà, lungo l’orientale sarda per raggiungere San Teodoro dove, a celebrar l’Eucarestia,
c’era Don Pala, un quattro quarti di allegria e sapienza, che ci salutava per
nome, infilato nella sua tonaca color carbone che aveva, sul davanti, una filza
allegra di bottoncini che ho ritrovato tali e quali, in bianco, nel mio abito
da sposa. Altrimenti, mi pare alle nove
del mattino, c’era la messa nella chiesa di Straulas, solitaria, cascata dalla tasca di un gigante, lungo la via, una chiesa che amavo per quel suo
nome buffo che mi faceva far, nel pronunciarlo, una smorfia di bocca e lingua,
come una strambata in barca a vela.
Lungo l’orientale, ecco prima Vaccileddi, seduta sotto un monte che aveva (ed
ha) per cappello un sassolone in bilico sul tetto che par sempre pronto a
scivolare e invece se ne resta lassù a godersi il panorama di tavolara in lontananza. Poi, Monti Pitrosu,
dove viveva la Domenica e che pietroso lo era, nelle sue poche case basse, alla
sarda, tute color terra. Proseguendo, sulla sinistra si staccava la strada di
polvere e sassi che conduceva all’allora deserto Capo di Coda Cavallo. Ma noi,
si andava diritti, superando sulla sinistra lo stagno di San Teodoro che confinava con l'indaco del mare. E via, un
poco più in là, passando il bivio, a Straulas. A San Teodoro, Don Pala ci
faceva cantar Resta con noi e Signore sei tu il mio pastor (che amo), ma fu a
Straulas, bambina, che sentii, intatta, primigenia, l’Ave Maria in sardo. La
cantavano le donne che allora, in chiesa, portavano tutte un velo nero e gonne come rotonde, a piegholine, che parevano tulipani rovesciati. A bocca
aperta, trasognata, bevvi le note che mi inondarono di luce l’anima. La fiamma mia già ardeva anche se non lo capivo. E
dovevo aver chissà che viso, smorto e di cera, perché sentii sul fianco la gomitata di un fratello
e la voce come un morso: “Ma che fai, dormi?”
venerdì 6 novembre 2015
Di Marigold, di sonno e d'altro ancora
| Cuscini miei... |
Quando scende la sera,
più o meno verso le nove, dopo aver
messo a tavola i miei e sistemato la cucina, io sento, per davvero, che gli
occhi si fan pesanti e offuscato il vedere e le palpebre cascan giù come quinte
di teatro alla fine dello spettacolo e allora so, come lo sanno i cani e i
gatti che ancora vivono nel paradiso terrestre, che il sonno, gran signore dell’umanità
e di tutte le creature, mi chiama al suo talamo nuziale. Senza voltare uno
sguardo alla televisione accesa che, in tentazione perenne, mostra i suoi
fischi e i suoi richiami, mi ritiro nel io silenzio, a stare un poco – prima di
dormire – con chi so io, che è la fonte viva di acqua sorgiva, dove beve, in serenità, la mia anima liberata.
Mi fermo un poco a conversare, in gioia e canto, mentre accorre anche
Elisabetta e così passo in rassegna, nel buio stellato che m’abbraccia, la giornata per
esaminare i chiaroscuri e quel che mi è successo e come ho risposto alle tante
e troppe sollecitazioni. Serena, poi, mi allungo sul letto e dormo al tocco, in
celestiale paradiso. Come ritornata
bambina. E ricordo, ricordo che ero in Via Beccari e ancora fresca nell’argentato
mio domani, e correvo a letto per leggere qualche pagina di libro e poi
lasciarmi dormire. Leggevo, ricordo, “Marigold”, di Lucy Maud Montgomery, che è
una scrittrice canadese (che ho riscoperto nei racconti poco fa) e nelle tante
storie sue (ché Marigold è proprio lei, la Lucy piccolina) della “Nuvoletta tra
gli alberi”, mi perdevo e mi riconoscevo. Da lì, da quel nido primigenio di
storie e di memoria, è nato in me – lo so, lo so - l’amore per le parole che
ancora adesso, dopo il lungo viaggio nel mondo invisibile, mi accompagna, in
serenità, nel mio girovagar nel mondo con mani e piedi e occhi e orecchie e
tascapane.
| Piccola bennibag in danza di Medusa... |
mercoledì 4 novembre 2015
Dal cucuzzolo del Palatino
Avevo comperato, per un amico
grande e grosso per due, tutte le monete
della lira, di quando eravamo, lui e io, ancora bambini, nel boccio
inconsapevole dell’immensità. Erano monete che, nel loro fior di conio, raccontavano
tutta quanta, in gloria, pur nel loro umile piccino, la nostra storia. Nell’euro, via, diciamolo, non c'è un bel nulla. Sì, c'è la Mole Antonelliana, per carità, ma non basta, secondo me, un monumento per dire che
sono monete italiane… Come spiegarlo non so, ma, scusate se posso, nell’umile
aratro delle dieci lire, l’aratro con cui Romolo tracciò il boverium (che divenne
poi il pomerium), ovverosia il solco sacro oltre il quale viveva il sacro mondo (invisibile ma vivo) dello spirito, c’è condensata in umiltà suprema tutta la grande storia romana
che cominciò, sul cucuzzolo del Palatino, in tre capanne per due, e col ratto
delle sabine che vivevano nell’altro colle, il Quirinale, per scivolare giù nei
secoli e raggiungere, pensate un poco, Palmyra, nei deserti sconfinati della
Siria… Girando la moneta, ecco la spiga eterna: c’è, riassunto in uno stelo, tutta la
nostra grande cultura del seme, seme che muore custodito nella terra ammantata
di gelida neve per poi rinascere nella rosa primavera e biondeggiare al vento
nell’estate matura della grande Dea Vesta (è da lei che prende il nome la nostra
lunga estate calda). E nelle cento lire? C’era Atena, che veniva dalla Grecia, e
c’era il nostro caro ulivo d’argento, che allora come oggi regalava il suo oro
fuso ai mortali. In una monetina, tutto il mondo nostro. Trovai la stessa cosa
tale e quale visitando il medagliere di Vittorio Emanuele II in quel museo
grande e poco abitato che il Palazzo Massimo alle Terme. C’era una moneta
ateniese dell’età di Pericle. E sopra, in effigie, un delfino, il simbolo della
Grecia intera, a modo suo. E anche nostro perché lo ritrovo, tale e quale, nelle nostre cinque lire perché è nell'antica lotta tra "antiqui mores" e grecità il sugo della nostra storia. E nel delfino che è allegro e pieno di vita e che è
anche mammifero nel mare e forse utero e matrice, finisco questo veloce mio galoppare tra l’antico
profondo che in me respira e palpita ancora, nonostante la gelida modernità.
| Bennibag di velluto a coste, con giro di perline e girotondo fiorito Il 21 e il 22 novembre sarò con tutte le mie bennibags al mercatino degli artisti di Eataly, alla Stazione Ostiense. |
venerdì 30 ottobre 2015
Viaggio a Tarawera e ritorno
| Ho comperato una piccola Nikon per fotografare le mie bennibags. Prova e riprova solo queste due sono venute bene. Ma vabbè, non mi darò per vinta... |
Sarà perché questo mese d’oro di
ottobre, in cui, bambina, tornavo (felice) al Mater Dei, e che ora è lungo
avvento al compleanno di chi dico io, me ne sono stata ore e ore davanti a uno
schermo a raccontar di questo e d’altro nell’amo sempre colmo delle notizie
offerte sulla rete, sarà per questo o perché a volte guardandomi dintorno non
vedo che rovine, o perché di cose ne ho raccontate tante e troppe forse
qualcuno si è anche stufato di ascoltarmi; dicevo sarà per tutti questi motivi
legati insieme come fasci littori, ma ho poca voglia di scrivere sul mio spazio
rosa, tutto mio, rosa come è rosa il mio nome segreto. Eppure n’avrei di cose
da raccontare che nel mio profondo tanto accade nel sospiro dell’eternità. Ma
torno nel mondo e vorrei raccontarvi di una scrittrice che mi è stata, per
anni, sorella d’anima e che, per l’editore Gherardo Casini (che uomo d’altri
tempi, era, un benedettocroce, che ne so, uno che bastava dicesse una parola
per mostrare tutta quanta, color bronzo, la sua autorità, un uomo del quale, mi
pare, lo stampo si è perduto…). La scrittrice, grande, grandissima, capace di
intinger la penna nell’inchiostro di vento e d’acqua dell’anima e di mostrare
il dentro genuino, parlando del fuori, è Katherine Mansfield e il libro che
tradussi, or sono forse trent’anni, si intitolava “The Garden party” (e se non
l’avete letto, ce ne sono mille diverse di traduzioni, vi consiglio di farlo
come se il consiglio mio fosse un tesoro, che ne so, una moneta d’oro dell’epoca
di Augusto). Bene, torna mio marito dal lavoro e mi porge un libriccino, un
cosino magro dell’Adelphi. “Che cos’è?”, gli chiedo. Lui zitto me lo porge. Leggo
e gli occhi di luce accesa: “Viaggio in Urewera” di Katherine Manfield, a cura
di Nadia Fusini. Ma grazie, grazie, grazie, gli rispondo e sono già alle terme
del bosco di Tarawera, nella letterina che Katherine giovanissima, scrisse alla
sua mamma. Leggo e mio marito è ancora lì. Da Tarawera precipito in salotto. E
solo allora mi accorgo che è tutto bagnato e che fuori piove e, credo, pioveva.
E lo dico ad alta voce, in un soffio: “Piove…”. Mannaggia alla mia lingua. “No, no - fa lui, e
serio, serio continua - sono caduto giù dal piroscafo mentre attraccava in
Via del Boschetto…”.
lunedì 26 ottobre 2015
Il buono che c'era
Mia madre, quando
eravamo tutti ancora nella casa bianca inginocchiata sotto al Colle Aventino, ci dava un giorno sì e
uno no, la fettina con l’insalata. Al venerdì, come comandava il catechismo (ma
anche la ragione) il baccalà per mangiar di magro e ricordare il sacrificio
supremo del venerdì Santo (che io onoro oggi pure); il giovedì gli gnocchi
rossi, fatti uno per uno dalla Mimma che pelava e bolliva le patate per poi
tirar lunghe collane di bocconi d’oro; e il mercoledì rosette fritte, farcite
di mozzarella, nell’odore d’olio consumato che sentivo fin dal cancello color
vinaccia in fondo al vialetto. Correvamo, Marco e io, per mangiar quel vitto
prelibato..
Insomma di carne “cancerogena”
(secondo l’allarme lanciato dall’Oms) se ne mangiava poca, allora, perché la
carne, allora, non era pensata – così come accade oggi – quotidiana. Era così
nei tempi antichi, quando la carne era pietanza prelibata e rara e si portava
in tavola con parsimonia. In campagna si mangiava tutto l’anno il maiale
ammazzato ai primi brividi d’autunno, quando la notte scendeva già verso le
cinque, solenne ad ammantare il giorno col suo silente nero. Di colpo un
ricordo. Sono piccola, e sono in campagna, a San Giuliano. Il mio Friuli
giovinetto corre allegro nella mia memoria. E io con lui, giù, giù verso il
casolare della Carolina dove mi aspetta il Bepi per infinite corse nei campi di
mais e lungo i filari d’uva fragola. Arrivo e picchio all’uscio. Avanti, mi
risponde la Carolina. Entro, in punta di piedi, per non disturbare. Invisibile
ai miei e con gli altri. Mi indica una sedia e poi mi dà un bicchiere di
qualcosa che pare cioccolato. “Bevi”, mi fa, con un sorriso. Bevo, incerta. Fu
quello il mio battesimo col sangue. Anzi con il sanguinaccio. Cioccolata non era, ma buono sì. E quando
seppi che cos’era, non me ne curai punto e corsi, innocente, giù per gli smarginati campi col Bepi a
rincorrere con lui la fantasia…
venerdì 23 ottobre 2015
Cala Girgolu dell'anima mia
Mi capita, di maggio, quando la Sardegna somiglia un poco all'Irlanda, verde nelle sfumature tante che sorprendono l'anima e fanno sobbalzare di bellezza il cuore, mi capita - dicevo - di imbarcarmi con la mia macchinetta bianca e di partirmene sola soletta per andare a Cala dei Gigli per motivi che tengo legati stretti in un fagottello di biscotti e d'amore, allora, nel mio sbarco mattutino, come rinata nel sonno dell'Eden mio profondo, ecco il profumo di Sardegna: salso e mirto in matrimonio perenne, nell'alito del vento che viene dalle montagne azzurre, laggiù, e che mi ricorda, in magia, le mie estati bambine, quando eravamo ancora, in malinconia di naufragio, famiglia. Guido, nel deserto dell'orientale che non somiglia punto a quella estiva, nel via vai della benzina, e tengo il finestrino arrotolato, per non perdermi la benedizione isolana che mi accarezza spirito e capelli. Sono felice. La casa mi accoglie con un sorriso antico e sulla spiaggia, leccata dalle onde, mi par di distinguere la danza delle ninfe, nelle loro coroncine di rosa, leggere come nel balzo della protostoria. Io, lassù, in privilegio supremo di grazia. Tornata, come riavvolgendo un nastro rosso, alla notte piccina in cui le stelle, lassù, mi chiamarono in coro...
E' mattina, la mattina dopo. Mi sveglio. La baia bianca, silente, solenne avvolta in un manto fitto di zucchero filato. Io, nel tutto, leggera, mi par di volare. Tavolara, regina, immaginata laggiù, tra le onde, nella sua grazia azzurra. E mentre la nebbia mattutina si dirada, mostrando i contorni del mondo che mi torna ad avvolgere in manto di colori, sento la voce della quotidianità. Corro ad aprire...
E' mattina, la mattina dopo. Mi sveglio. La baia bianca, silente, solenne avvolta in un manto fitto di zucchero filato. Io, nel tutto, leggera, mi par di volare. Tavolara, regina, immaginata laggiù, tra le onde, nella sua grazia azzurra. E mentre la nebbia mattutina si dirada, mostrando i contorni del mondo che mi torna ad avvolgere in manto di colori, sento la voce della quotidianità. Corro ad aprire...
mercoledì 21 ottobre 2015
Risotto ai funghi
Per caso, ma proprio
per caso (ché la televisione la guardo di rado) sono inciampata, ieri sera, all’ora
del desinare mentre preparavo il risotto ai funghi, su Blob, che taglia e cuce
tanto dell’assurdo via etere per cucinarlo in una paella tv che va in onda
proprio all’ora di cena. Un occhio a mescolare il brodo, un occhio al video, eccoti
comparire l’ex sindaco Marino a una certa conferenza stampa del giorno appena
concluso. Lo guardo e, nel guardarlo, rivedo tutto lo strazio della mia Roma
amata, travolta dall’incuria, sporca che più sporca non si può, in mano a chi
non l’ama e la sfrutta, imbrattandola. Lo vedo e ascolto le sue parole, in quel
suo birignao che mi par poco, diciamo così, concludente, lo ascolto mio
malgrado, tanto siamo in democrazia e tutti, anche Marino, possono parlare,
evvia sono parole al vento o forse anche solo vento…
Lo ascolto e mentre lo
ascolto parlare dei “trombettieri di Vitorchiano” i quali avrebbero, proprio
loro, portato non so che giubbette in tintoria (che avrebbe pagato, oh ma che bravo, l’attento
sindaco) con tutto il rispetto per Vitorchiano (che di sicuro è uno dei tanti,
bellissimi borghi italiani) il pensiero corre a un ricordo cinematografico.
Ecco, sì, sì, mi viene in mente Brancaleone che sbarcato sulla sponda di un
misterioso lago, chiede, con piglio aulico e curiale, al villico che incontra: “Ove trovasi Gerusalemme?”. E
quello, con una parlata tutta quanta rustica, tra il veneto e il latinorum risponde più o meno così: “Mi non
so, noi lo chiamiamo Scatorchiano…”. Nel sorriso, interrompo le trasmissioni, via
via, meglio girare il risotto profumato, che è tanto più proficuo pensare al
piccolo nostro che al grande altrui, dove si ride amaro.
venerdì 16 ottobre 2015
Il questo e il quello della quotidianità
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| Domenica, 25 ottobre sarò a Pigneto con la nuova collezione di bennibags |
Mi è capitato, in questi lunghi giorni di dorato ottobre (che avrei desiderato liberi per godere del sole radente in oro fuso), di dover sostituire un collega e quindi, eccomi di nuovo, come ai tempi verdi miei del mio primo lavorare, scrivere tutto il santo giorno pezzi belli e brutti e anche così e così e anche seguire le agenzie e far di questo e di quello come e molto più, nel mondo virtuale che pare non dormire mai, di quando si stava nella redazione di un giornale di carta e, verso le otto e mezzo, visti i tiggì, si poteva chiudere in bellezza e dirsi, tra di noi, ci vediamo domani, buonanotte e magari farsi anche un sorriso... Oggi, ai tempi di internet, nel diluvio di parole che non finisce mai, me ne sono stata tutto il tempo, da sola, di fronte alla macchina muta, senza un sorriso né un mercoledì, con la tastiera che mi invitava a fare presto e prestissimo ché arriva, tosto, un nuovo pezzo da cucinare e farcire e mettere in pagina prima che si scuocia. E scrivo di cani e di gatti e anche di elefanti, e libero commenti mentre friggo un poco sulla sedia...
Intanto mi preparo alla domenica che viene - le nuove bennibags sono già nella valigia che era di mio padre (e che amo), quelle delle collezioni passate tutte in saldo, dentro un bel cesto sardo - quando sarò di nuovo al Pigneto, con Giampiero e i suoi "libridieri". E mentre sistemo anche i cuscini, di pizzo e stoffe a fiori, che sono creazioni d'oggi e una novità, tempero il sorriso (che è sale e pepe della vita), nel fuoco acceso, per bilanciare il questo e il quello della santa quotidianità.
mercoledì 14 ottobre 2015
Un social al cafforzo
Mi piace, quando la casa è ancora addormentata e dorme anche
il mio pensiero, sedermi sul divano (e sono, a volte, le sei di mattina appena
e io sveglia dopo il mio bel sonno) a bere il mio primo cafforzo (un poco di caffè,
orzo in polvere, miele e latte) e fare il conto della giornata passata e un
programma appena di massima di quella che verrà. A volte, mentre sono lì
seduta, chiudo gli occhi e mi perdo in qualche meditazione che deriva, lo so,
dall’esperienza maturata il giorno prima, quando si affoga nell’attività e il
pensiero, mozzo, deve esser messo all’angolino. Pensavo, dunque, a quanto mi ha detto un’amica tempo fa. Diceva che aveva
incontrato per strada, e quindi nella vita vera, due o tre amici suoi - di
Facebook - tu guarda, e non l’hanno neppure salutata. Io, del social sopradetto
so poco o nulla perché non lo frequento e non voglio certo dirne qualcosa, ma
una riflessione, sì, la voglio fare per dar tragitto all’anima che vola nella
sua verità, bandite le menzogne del mondo che tutto divora. E penso che non c’è
niente di meno social di questo gran signore virtuale che tutti quanti noi
frequentiamo, in mare aperto. Penso anche che i “mi piace” espressi da chi
passa, sono i sassolini di Pollicino che conducono al loro stesso sito per
ricambiare l’ok e l’apprezzamento. Ecco, io penso che la socialità di internet
somigli a un gran ballo della vanità, dove si va per dire “esisto” e per farsi rassicurare da uno qualsiasi che,
a sua volta, cerca rassicurazione. E, mentre in allegria, metto in rete questo
mio pensiero profondo, sento che i miei si stan svegliando, poso il cafforzo e
corro ad essere social, per davvero, con la mia piccola famiglia…
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| Per la mia Jane, laggiù a Oz |
giovedì 8 ottobre 2015
FICO D'INDIA
Nel sole radente, che
al tenero meriggiare, sembra sciogliersi in oro puro tra i vicoli del mio Rione,
me ne andavo, sola soletta, con i pensieri tutti quanti arrotolati nella mia
bennibag (a proposito il 25 ottobre sarò con le mie bennibags e altro al
mercatino del Pigneto), a fare la spesa nell’unico piccolo supermercato che
sopravvive ai Monti. Si chiama supermercato, certo, ma di super non ha certo le
dimensioni, essendo esso, invece, piccolo così, e costruito come un’avvolgente
U che ha, all’ingresso, frutta e verdure e all’uscita i gelidi surgelati. Nell’avvallamento
c’è il banco del pane, dei prosciutti e dei formaggi, serviti da una graziosa
signorina che oramai saluto come una buona amica. Eccomi, dunque, con il mio
cestello rosso a prender questo e quello nell’uso domestico che tutti
conosciamo. Sono lì per prendere il latte quando un braccio molesto si allunga
a mo’ di scudo. Mi giro. Un tipo giovane, con un’aria un po’ così, mi guarda e
mi fa: “Prendo il latte”. “Prego”, dico, gentile, e passo ai biscotti, sperando
che il molesto prosegui veloce nel suo giro. Niente affatto, me lo ritrovo
tutto quanto intero, in pizzicheria e si fa un lungo giro di assaggi prima di
prendere mezz’etto di olive e una strisciolina di pizza nera al carbone non so
che. Pazienza, aspetto. Lo vedo veleggiare via e respiro.
Eccomi, ora ai
surgelati che guardano in faccia i detersivi. Tiro diritto verso una cassa
vuota. Ma eccolo, il molesto, di nuovo lui e, senza tanto né quanto, mi passa
avanti. Con i suoi due pacchetti e un sorriso che mi fa andare giù in gola
anche la lingua. Pazienza, la croce la porto comunque, mi dico e prendo a tirar
fuori i miei prodotti che poi sono sei in tutto. Lui, non contento di aver
finito ed essere libero fringuello, si gira verso di me e, angelico, mi fa: “Lo
sa, ha fatto bene a comperare i fichi d’India, fanno benissimo”. Il fico d’India…
domenica 4 ottobre 2015
OCCHI AZZURRI OCCHI DI NOCCIOLA
Marco, infante, era di quei putti biondi e riccioluti che ogni mamma si sogna di portare in grembo. Bello come un piccolo Gesù bambino, era anche buono. Buono come lo sono tutti quelli che, benedetti da una grazia di semplicità, nascono nel loro paradiso portabile e sanno ritagliarsi un posticino nel mondo, pieno di incanti tutti loro (per Marco, i soldatini) senza seguire le mode, le vanterie, le piccinerie della vita quotidiana che lasciano nei più, travolti dalla brama, le cicatrici dell’infelicità. Era così, Marco, uno che, quando andavamo ancora alle Rocchette o a Castiglion della Pescaia (ché Cala Girgolu era ancora tutta quanta nel sogno rotondo di mio padre) se ne scendeva sulla spiaggia, ordinato, tutti i santi giorni, al mattino fresco, nel bel sole d’oro appena sveglio, per mano alla sua Enrica, che era nera di capelli e di carnagione e anche zoppa e camminava, per mano al suo puttino, portandosi dietro quella sua gamba malata, come se strusciasse nel malcontento, lavandolo via nell’angelica compagnia del bimbo suo ritrovato. Marco, sottobraccio, aveva una valigina piena di soldati che sistemava di tra la rena, in attesa di una guerra che non arrivava mai…
Era anche l’unico, tra
noi cinque, che avesse gli occhi azzurri, ripresi dal papà. Ché noialtri quattro
avevamo invece l'iride, tutti quanti, color nocciola, nel biondo screziato dei
capelli. Ragazzo, Marco aveva due passioni: ancora i soldatini e poi la vela. E
ora che vive dall’altra parte dell’Oceano - a me lontano, in un mondo che lo fa
parlar nella lingua di Pessoa– mi pare a volte, di vedermelo davanti veleggiare
nell’Hobie Cat nostro color giallo banana, nell’agitato ponente della baia di
Cala Girgolu. Nel vento, suo alleato, la forza di tutto l'esercito dei suoi soldatini, le onde
ricamate di spuma e azzurre, gonfie di vita, e lui, negli occhi azzurri, nell’armonia
della semplicità che è anche mia…
giovedì 24 settembre 2015
MISS ITALIA NEL RINASCIMENTO
Questa signorina Italia, alta slanciata e con la palla da basket a rotolarle intorno come fosse un alieno d’aranciata buccia mi lascia freddina e non perché l’Alice, beata giovinezza, ha detto qualche paroletta di troppo facendo parlar di sé sulle tv e sulla rete (ché altrimenti pochi si sarebbero accorti di lei con tutto quel che accade nel nostro povero Paese), ma per via, e so di andar controcorrente, per via, dicevo, di quei suoi capelli mozzi, con il ciuffo alla garcon che dovrebbero essere tutti quanti moderni e vispi e allegri e a me, non so perché, danno uggia solo a guardarli e un poco di tristezza.
E mentre me ne sto
sull’autobus 75 per arrivare lassù a San Pancrazio e al Teresianum per certe segrete
faccende che tengo legate strette, d’un tratto, non so da che cosa ispirata,
ricordo. Ricordo che, a non so che punto del mio corso universitario e quando a
Roma regnava ancora Nerone, dovetti seguire un seminario di filologia
ibeoromanza. Che c’entra con Miss Italia, direte voi. C’entra, c’entra. Perché
nei villancicos (i quali sono componimenti quattrocenteschi e tanto cortesi
perché parlano appunto di amor cortese) che studiavamo nei pigri pomeriggi
invernali, le ragazze giovani e belle e da marito (o da fidanzato) portavano
sempre i capelli lunghi sulle spalle e senza i capelli di serpente, liberi e
selvaggi come quelli di Medusa (prima che fossero fatti serpe) non c’erano né
amore, né bellezza e neanche miss Italia…
martedì 4 agosto 2015
Luce di Cala Girgolu
Quando, su Cala Girgolu,
soffia la tramontana, il mare si colora di un azzurrato pastello e le onde
increspate, ricamate di spuma, si rincorrono allegre fino a leccar la battigia
e gli scogli che segnano il confine tra l’acqua della spiaggia e quella in corsa
che entra, gorgogliando, ed esce, potente, in un litigar di mulinelli, nella
stretta gola che porta al laghetto salato. Io, è su quegli scogli che siedo, di
solito, a osservar le sfumature e le tinte del mare che mi ricordano le marine
del pittore Piero Guccione (che amo). Io, come lui, rapita dall’onde, nel variegato
variopinto dell’acque, me ne sto nel mio canto di spirito e d’anima, mentre
tutt’attorno vive e respira la vita di spiaggia. C’è una madre che sgrida il
figlioletto capriccioso, un padre, sudato, con secchiello e cappello, a caccia
di granchi, c’è chi legge e chi fuma e chi chiacchiera sotto i colorati
ombrelloni. La vita da spiaggia è così, lo san tutti, e io pure. Fatta di un
macramé di parole che sanno di sale e di sole. Per questo, un poco, me ne tengo
lontana. In disparte, la osservo dal basso del mio paradiso di fiamma accesa…
E tutti mi par di
conoscere e di abbracciare, pur lontana, laggiù tra gli scogli. Al mattino
presto, col sole ancora basso sull’orizzonte e il mare uno specchio d’argento,
qualche giorno fa, me ne stavo dunque, sentinella, al mio posto, quando, d’un
tratto, come un’apparizione vedo una mamma e la sua bimba, lontane, sulla riva.
La bambina, in costumino rosso intero, percorre la battigia, facendo ruote, una
ruota via l’altra, in un rotondo di sogno. Io, come lei, anni e anni orsono,
nei miei verdi anni, e tutto di nuovo, daccapo, nel silenzio che amo. Respirano
le onde, il tempo a ritroso, e il futuro, uguale sempre al passato, risorge
nell’anima che mai muore
…
mercoledì 1 luglio 2015
Carlo ai Serpenti
In un bar di caffè brasiliano
(dove è di casa, mi dicono ma io non l’ho mai incontrato, Giorgio Napolitano),
lungo la bella via dei Serpenti (che ha per cancello il Colosseo) ai Monti, c’è
da qualche giorno un punto di book crossing che, detto all’italiana, significa
liberare i libri affinché senza spesa alcuna, si prenda e si lasci ciò che
piace tanto, poco o così così. Io, in questo angolino di carta e inchiostro, ho
lasciato qualcosa (che non dico) e ieri l’altro, nel prendere un cappuccino al
volo, ho preso altro ancora. E cioè un libriccino della Mursia in edizione
scolastica che si intitola “Un’infanzia italiana” ed è di Carlo Castellaneta,
uno scrittore, dico la verità, che non ho mai preso in considerazione e poi
chissà perché. Mie sorelle, ognuna a modo suo, sono state le tante scrittrici
di memorie, Dolores Prato, certo, e Luisa Adorno, e anche Paola Drigo;
Katherine Mansfield nelle lettere che tengo ancora nel mio comodino. Mie, molte
altre, Kate Chopin e altre i cui nomi
volano via nella memoria (mia). Ma questo Castellaneta qui, neanche sapevo che
lo avesse scritto un libretto così di memorie! Di lui, in vaghezza, ricordavo
un titolo e addirittura pensavo (e me ne vergogno) che fosse sudamericano…
Così, pizzicata dalla
sorte e guidata dal mio angelo, eccomi sciolta a leggere i ricordi suoi, del
Carletto, in una Milano ingenua in orbace e fascio littorio. Lo vedo balilla,
per nulla tamburino e in colonia, rapato a zero nel’umiliazione cruda dell’infanzia.
E così tanta compagnia e diletto e divertimento mi ha dato la voce sua bambina
che presto, in biblioteca, colmerò il mio vuoto letterario, leggendo racconti e
romanzi di uno scrittore milanese morto orsono pochi anni nel mio Friuli amato…
mercoledì 24 giugno 2015
Ibam forte Via Sacra
A volte, quando mi sveglio
presto al mattino e compio, col sottofondo del trillo degli uccellini ad
accompagnar i gesti quotidiani, il rito del caffè, l’arte di riassettare che
tanto mi dà gioia, ho tempo e agio di gironzolare un poco sulla rete per trovare,
che ne so, una notizia ghiotta da commentare poi con il marito, una ricetta da
usar per colazione, oppure solamente per
controllare i casi miei. Così, questa mattina, durante il consueto giro sui
quotidiani (abitudine che mi resta incollata addosso insieme con la tessera da
giornalista professionista), leggo su uno dei tanti che il Comune di Roma ha
istituito i “volontari del verde”, gente come me, persone comuni che, stufi di
vedere la città ridotta un letamaio, un’ombra di com'era e immalinconita e triste che
neppure la miseria, rimboccandosi le maniche, partono alla ripulizia dei parchi
e delle aree verdi di questa nostra Roma bella e bellissima che a tutti piace e
che tutti (o quasi) trattan tanto male.
Ma che bella idea! Sbalordisco
perché di cose buone, in questi tempi grami, ne sento e vedo poche; sbalordisco
e penso, però, mica malaccio e già mi vedo - io che a Cala dei Gigli (sto arrivando…)
mi trasformo in Chance giardiniere - con i guanti a raccogliere cartacce, a
svuotar cestini, a parlare con gli acanti e a rincorrer merli. Vola la mente e
si fanno intanto le nove del mattino. Telefono, mi dico, subito allo 060606 per
aver lumi. Lo faccio e mi risponde la voce tal dei tali del numero tal dei
tali. Porgo, cortese, la domanda. Ma il mio interlocutore, dice, non ne sa
nulla e mi dà un numero di telefono di un certo ufficio del Dipartimento
Ambiente. Lo faccio, nessuna risposta. Vabbè, faccio da me. In fondo non sono
giornalista per caso. Due click e trovo subito il numero dell’Urp del
Dipartimento Tutela Verde e Ambiente (mi pare proprio che reciti così il titolo
onorifico comunale…). Mi risponde, lesto, un tipo con la parlata romanesca.
Benone, mi dico, e sto per porgere di nuovo la domanda quando click, la linea
cade. Senza darmi per vinta, riprovo e mi risponde il signore di prima. Alla
mia domanda, comincia col chiamarmi “cara signora” (e, penso io, già butta
male). Infatti, non sa un bel cavolo di nulla, lui neppure. E allora, sai che c’è,
gli chiedo (non è forse la Urp l’ufficio che si occupa dei rapporti con il
pubblico, cioè anche io?) di informarsi (mi pare quasi di vederlo alzare gli occhi
al cielo…), gli dico che posso lasciargli la mia mail e magari… D’un tratto,
mentre continuo il mio ragionamento, sento che la voce di lui si fa prima
spezzettata, come se il cavo fosse mordicchiato da un gatto, e poi, patapunfete, immersa in un ovata acquosa, precipite nella gran fossa delle Marianne, infine farsi silenzio. E chissà perché, indovinatelo un po’ voi, mi è tornata
un mente una cara amica che, per togliersi dai piedi un seccatore, rispondendo al
telefono, disse con voce filippina: “No
signola è uscita, non essele in casa…”
martedì 16 giugno 2015
La Sora Camilla
La “Sora Lella”, ai
tempi miei verdi, era un ristorante che si trovava, mi pare, proprio sull’isola
tiberina, isola sacra ad Esculapio, dio della medicina, che con il suo serpente
sacro vi si stabilì, venendo dalla Grecia ai tempi delle guerre puniche Ci
andai, una sera, in quella trattoria, passando rasente la Chiesa dell’apostolo
San Bartolomeo, e pareva, nell’ascoltar la gente che vi si radunava, ai
tavolini, di veder tanti Alberto Sordi, tutti là, in un gruppo, a
chiacchierare, nella romanità ridente di quei giorni lì innocenti. Non so se il
ristorante c’è più, di certo la Sora Lella se n’è andata nei giardini elisi, ma
di sicuro nessuno chiama più le donne “sora” né “comare”, che era come dir
siamo tutti affratellati nel gran mondo rotondo. La Mimma, la Mimma sì, mi
parlava di comari, che erano quelle che, al paese, controllavano da dietro le
persiane che i bambini giocassero in pace e serenità. Comare è vice-mamma, un
occhio vigile che osserva, discreto, da dietro le finestre… Sora è sorella e
poi signora; per i romani signora e basta, come madonna per i fiorentini del
Duecento.
La Sora Rosa portava i
fiori al cimitero del Verano, invece di mia nonna e trafficava a tener linda e
fiorita la tomba avita sul promontorio del Pincetto. Lei, la nonna Lilla, pigra
com’era, si risparmiava il viaggio, diceva in casa sua gli eterni riposo e l’altra,
con la sporta carica di crisantemi, si guadagnava quel poco che serviva a
comperare il caffè e il latte per la famiglia sua. Lei fu Rosa e poi lo fui io.
Io, invece, per molto tempo (gli anni della rosa che sboccia), in casa fui la “Sora
Camilla, che tutti la vogliono e nessuno la piglia”. Ci scherzava su mio padre
quando squillava il telefono ed era spesso una voce di ragazzo per me di sedici
anni… Trasecolai nello scoprire, anni e anni dopo, che la sora Camilla era
esistita per davvero e altri non era che la sorella del gran Papa Sisto V, la
quale, al contrario di me, non se la prese proprio nessuno, finendo, in pace e
gloria, al monastero…
venerdì 12 giugno 2015
Pane di rosa
Non so dire perché o
percome, non so se è stato per nostalgia della mia, diciamo così, prima vita, che
a volte, da lontano, mi chiama, o perché la danza dell’alfabeto è per me sacra
come lo è una santa messa, fatto sì è che questa mattina, cosa che non facevo
da anni oramai, ho ripreso a leggere la mia Dolores Prato, nel suo capolavoro “Giù
la piazza non c’è nessuno”. E, oggi come allora, le parole sue alate sono
diventati gesti e verità di vita, nel quotidiano dello spirito, tra pentole e
padelle. Proprio come piace a me. E leggevo di lei, a tavola, composta, con
Zizì, a descrivere le pietanze e strozzapreti e cocomeri ed ecco, tornar vive e
profumate, le tavole mie, io bambina, nella lontananza del passato bruciato in
me eppure ancora vivo nell’amore del ricordo.
A casa Ponti, non c’era
varietà di cibo. All’una, quando noialtri, tutti affamati, tornavamo dalla
scuola, c’era la pasta rossa (già cotta, se ne rimaneva lì nell’olio e
bisognava farla tuffare nel sugo di pomodoro, perché diventasse golosa); per secondo, cascasse il mondo, era fettina e insalata
senza pomodori. Alla sera, per l’avvocato, mio padre, il minestrone, noi,
invece, la verdura lessa, un uovo, del formaggio. Solo al venerdì sera, quando
la settimana, con i giorni a tenersi per la mano, andava a dormire, mia madre stendeva la
pizza. La stendeva, certo, ma quella pasta gonfia, morbida di vita, era frutto del
lavoro di mani e di gomito della Mimma, che l’aveva fatta di buon ora, lasciandola in una ciotola a riposare, coperta da un panno bagnato. Al pomeriggio, la
rimestava già gonfia com’era. E passava, poi, alla battitura. Sollevatala per aria la precipitava sul tavolo con un tonfo che era frustata d'amore, in
una brina di farina, incanto di porporina di fate. Contava fino a trenta e io, nel mio cuore, con lei. Io: tutta quanta assorta, perduta nel rito del pane. Al paese, mi diceva un forno soltanto c'era e passava al mattino una comare, con la tavola in spalla a ritirar le pagnotte da cuocere al foco. Ogni pane, un disegno. Chi una croce, chi un taglio, chi uno squarcio soltanto. Chi un fiore, diceva, "pane di rosa"...
lunedì 8 giugno 2015
Fratelli d'Italia
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| bennibag d'arancia e fiori |
Ci sono dei giorni, e
questo è uno di quelli, in cui la fiamma mia soave, nel mio silenzio rotondo
ricco di preghiera, mi fa veder vivi e veri e lucidi come se fossero stati
spolverati da stracci di seta, tutto quel che altri, sembra, vedono poco o
forse non vedono punto o forse, meglio ancora fingono di non vedere per ragioni
arcane che capire non so. E sono stanca, lo dico e non lo scrivo, di tirar su
bottiglie per le strade belle e oramai ridotte a letamai della mia Roma che
amo. E di protestare con i vigili o allo 060606 perché nel tale posto – nella fattispecie,
davanti al cimitero del Verano - bivaccano frotte di persone che non fan nulla
da mane a sera, persone, che prese una per una, di sicuro sono bravissime, ma
che in quel numero molesto forse stavan meglio a casa loro… Non è questione, lo
scrivo a Pisapia, di leggere il Vangelo (che leggo e rileggo e ascolto a messa
ogni domenica e anche di più) perché Gesù diceva “alzati e cammina”, mica
insegnava a stare a ricasco di chi capita a naso…
Ma oggi è contro “Azzurro”
di Adriano Celentano che sento un groppo nella strozza e la voglia di dire al
nostro Matteo Renzi:_“Svegliati. Che cosa ridi? Non vedi che t’hanno messo una
canzonetta al posto dell’inno nostro del giovane Maneli? Non vedi che umiliano
la tua Patria? Lo sai che il Mameli è morto, patriota, a poco più di vent’anni?
Ma un poco di dignità non potevi mettertela in tasca al posto dell’e-phone?”.
Questo mi vien su da dire, con quel tanto di rabbia che mi piace stemperare in
acquerello, perché – lo so - le parole
sono vane e figuriamoci questo piccolo blog che sembra un trenino arrampicato
sulle Alpi, col fiato corto, in grazia del Signore. E mentre respiro l’azzurro
che è in me tutt’intorno, invito Renzi a canticchiar tra sé, come faccio io a
volte, Fratelli d’Italia, per cantar l’inno nostro bello anche alla Merkel in
caso di bisogno…
giovedì 4 giugno 2015
Campane a San Ginesio
Da tre anni in qua,
tutti i primi due venerdì del mese che il Signore regala a questa terra bella
come una Regina di Saba, sono in una certa Chiesa di Roma, dedicata a due
martiri, madre e figlioletto, che sta, tanto per farvi figurare un poco il
posto, a un passo dal Foro di Augusto; sono in questa chiesa un poco discosta,
poco conosciuta, assai romita, e me ne sto con una certa Rosa a decider quali
panni sì e quali no possono andare alla distribuzione del sabato mattina. Un
gran lavoro lo è, visto che ci voglion naso e muscoli e qualche ora regalata
agli angeli. Sapendo io bene per chi lo faccio – ma non lo dico - mi torna
facile il mestiere, anche se a volte trovo nei sacchi spazzolini usati, vesti
strappate, roba desueta che per carità e maglioni che paiono di feltro e raspi
e a volte (come oggi) non ci sono neppure i guanti per far la cernita tra
zizzania e grano…
Vabbè, dicevo, dunque
che oggi, e non venerdì, ero lì per certi casi che non sto certo a raccontare.
Ero lì quando arriva Padre A., il francescano che, diciamo così, mi ha assunto
al compito, e comunica a me e alla mia compagna di avventura, che se ne va, dal
primo agosto in un paesello delle Marche, che conta poche anime e una chiesa
trecentesca, bella come sono belle le pievi. Oh che peccato, e noi cosa faremo?
Ma mordo il sassolino in bocca e, invece, gli chiedo il nome solamente, del
borgo dove andrà in grazia del Signore. Mi risponde: “San Ginesio, lo conosci?”.
Il cuore mi fa un piroetta in petto. A lui, rispondo che no, non ci sono stata
mai, ma dentro di me, il mio pensiero corre alla dolce Dolores Prato,
scrittrice di gran talento e sorella mia, della vita mia di prima del foco. Fu
lì, a San Ginesio, che Dolores insegnò Dante e Leopardi e a San Ginesio è
dedicato il titolo di un suo romanzo (ahimè, poco riuscito) che recita “Campane
a San Giocondo”. Dove San Giocondo è proprio San Ginesio. Tutto questo
chiacchiericcio nel mio silenzio e a lui dico soltanto: “Io verrò a trovarti,
un giorno”.
![]() |
| Per i miei piccoli amici del mattino presto, nell'oro della giornata che comincia... |
martedì 26 maggio 2015
Dante a Nettuno
![]() |
| I miei teli rosarosae |
In questo dolce maggio
di rosa rosae, mentre la fiamma soavemente mi conduce in viaggio, eccomi
finalmente tornare al mio piccolo blog che ho trascurato perché la vita nel mondo,
con i suoi molti doveri e tanti sì, incalza e mi sospinge, in moto circolare
uniforme, nel vorticare delle sue trame che mi vorrebbero togliere il respiro e
non ci riescono punto, nel centro dove sono. Ma il mondo chiama e io rispondo. Io,
lì, soldatina, salgo sui tetti a pulire grondaie, conduco in viaggi spirituali
irlandesi, finlandesi e anche italiani, e traduco dallo spagnolo un libro
prezioso (di cui però non posso dir né “a” né “ba”) e poi, come tutti i
giornalisti professionisti, eccomi a un corso di aggiornamento di deontologia
(su diffamazione e rettifica) per mettere insieme, in tre anni tre, ben 60
punti di cultura che, secondo l’Ordine, si può quantificare in addizione. E non
importa chi sei e quanto hai studiato e come ti sei ritrovato nella vita, i
corsi si fanno, punto e basta ed è legge dello Stato, inventata, credo io, dal
nostro caro senatore Mario Monti…
Va bene. Agli ordini.
Eccomi all’appello e firmo all’inizio e alla fine così i controllori
controllano che non me la sia svignata. Sul palco, c’è un vecchio amico che è
anche presidente dell’Ordine, e altri che conosco di nome e di viso, per il
lungo tempo passato di redazione in redazione. “Posso?”, mi chiede una collega
nel sedermisi accanto. Certo, figurati. E’ simpatica, si vede subito, con i capelli corti corti e
quell’aria svelta che sa tanto di modernità, mi racconta che lavora per un sito
internet che parla di Anzio e di Nettuno e che si chiama “Il Granchio”. E
mentre lei sorride, io penso a quando, appena ventenne, fui proprio a Nettuno
chiamata a far la supplente in un certo istituto turistico di cui non ricordo
il nome. Io insegnavo a sciacquare i panni in Arno con il Divino poeta. Almeno
ci provavo, perché loro, i ragazzi, più che ascoltarmi mi chiedevano di andar
con loro al mare…
domenica 19 aprile 2015
Buon compleanno mamma Roma!
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| to è il motorino, da me fotografato, che due giorni fa, se ne stava a Villa Aldobrandini chiusa al pubblico... |
Siccome io, ed è dir
poco, Roma la amo tutta quanta, nel bel sole sciolto delle mattinate
primaverili e anche quando grigio, in cielo, si stende il manto di Giove
pluvio, voglio, in anticipo augurarle buon compleanno per il 21 aprile prossimo
venturo. Buon compleanno, mamma Roma… E mordo la lingua e le parole restano
nella penna perché vorrei elencarle tutte le magagne che affliggono, per colpa
degli amministratori che non amministrano un bel nulla (e che, mi pare, odiano
la bellezza…), la nostra Città Eterna. Una, per tutte, la Villa Aldobrandini
che era ed è un cespuglio d’alberi e di verde proprio sul cucuzzolo di Via
Nazionale, dove i monticiani andavano alla domenica a far quelle sante
chiacchiere che sono il sale della vita. Ora, non si sa neanche perché (visto
che di lavori non se ne sono visti mai e non c’è neppure un cartello a spiegare
il percome della chiusura) è sprangata da mesi. O meglio, alcuni entrano; ad
esempio i cialtroni che ho visto con gli occhi miei ben aperti, scavalcare il
cancello con tante bottiglie di birra al seguito oppure un qualcuno che, proprio l’altro ieri, ha
parcheggiato dentro un motorino, lasciando sul gradino due caschetti ad
aspettare… Mi chiedo, chi era quel figliol dell’oca bianca che, solo soletto,
aveva le chiavi della villa? Mi chiedo, perché si consentono queste cose? Non
sono forse cose degne di una monarchia assoluta? Allora, e sparo, erano meglio
i Borbone! E pure gli Aldobrandini che almeno la loro villa sullo scivolo dei
Monti se la tenevan cara e la curavano come io curo i fiori sul mio balconcino?
Ma sono domande al vento, che si sciolgono nel nulla di Marino, in questa Roma
smangiata dal degrado che mi fa pianger cuore e anima ogni volta che scendo
anche solo a buttar la spazzatura. E la finisco qui, nel mio pianto antico, in
questa domenica che pure mi regala ore di quiete e ora, appunto, le metto tutte
in un fagottino rosa e le spedisco a chi so io e anche a voi, se lo vorrete…
martedì 14 aprile 2015
Un amico per la via
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| bennibag verde speranza |
Capita,
a volte, per le strade del caso divino (che son le strade mie) di far incontri
numinosi, angeli e arcangeli che indicano a lume acceso la via, e anche di
trovar antichi amici scrittori per il sentiero, i quali, chissà perché (o forse
il perché è scritto in una certa dittatura culturale che da sempre respiro nel
Paese), non si è conosciuti mai. Tutto ciò premesso e andiamo avanti, vi voglio
scrivere, in questo breve post con l’anima ancora parigina nel ricordo e nel
rimpianto per il lì alato e il qui privo di sogno, di un certo Alfredo Panzini,
riminese, che, ne sono quasi certa, non avete sentito nominare mai. E che gran
peccato! E’, il Panzini, scrittore di razza, uno di quelli che ti accompagna
per mano da un capo all’altro di una storia che è piccola e grande insieme,
scrittore che dosa le parole e le infila una accanto all’altra senza sbavature.
Vi consiglio, allora, se ne avrete la
curiosità, di leggere, magari sull’ebook (perché non tutti hanno, come me, la
sorte di avere per amico un certo Giampiero che vende i suoi “libridieri”http://www.libridiieri.it/ anche
su internet e che mi ha regalato, bontà sua, una bella edizione del Panzini della Omnibus Mondadori), ad esempio, “Piccole storie del mondo grande”, dove tra tutti e
tanti bei racconti, mi piace ricordare “Nella terra di santi e di poeti” che è
un storiella in bicicletta tra le beltà marchigiane. A Recanati, via a cercar
le orme di Leopardi e a Tolentino quelle di Napoleone. Insomma, sarà che per
via della Dolores, io mi sento nel sangue un poco marchigiana, sarà perché il
tono è quello giusto del sereno girovagare, sarà per la bravura innata che si
mastica nella collana di parole, sarà per tutte queste ragioni e altre che non
dico, ma questo filo di parole io lo tengo vivo nel cuore perché c’è, in esso,
garbo, divertimento, ironia, c’è il viaggio come deve essere e c’è l’Italia
piccola e antica che amo.
giovedì 9 aprile 2015
L'ovo di Piero
In questa Pasqua, mia,
tutta parigina, nel quartiere latino apparecchiato di libri, rose e giardini,
ho avuto agio di osservar bene, e con il terzo occhio ben aperto, i nostri
cugini francesi e mentre, nella malinconia, mi accorgo che loro – e noi non più
– tengono alta la bandiera della patria loro e non c’è verso di fargli tirar
fuori una parola sola in inglese, noi, sprofondati nel mondo all’incontrario,
andiam ciechi incontro alla rovina.
I francesi, no, neanche
per niente. Non c’è Charlie Hebdo a spaventarli, essi resistono, con le radici
ben ferme nella tradizione loro di baguette e camembert. Dovremmo prendere
esempio, noialtri italiani, da loro che han saputo far di poco (al nostro confronto,
si può dire senza tema…) molto e di più. E proprio a questo piccolo ma grande
proposito, vi voglio raccontare, ma se non vi va potete cliccar quel che
volete, che, prima di Parigi, mi sono fermata a Milano. E lì, dopo aver
comperato un bel paio di ballerine di Porselli (proprio accanto alla Scala c’è un negozietto piccolo così con
quelle scarpette da fata che mi innamorano da sempre…), me ne sono andata alla
Pinacoteca di Brera ad ammirare, e lo scrivo ad alta voce, il mio adorato Piero
della Francesca nella magnifica, stupenda, ineguagliabile Pala Montefeltro
che io amo chiamar la mia Madonnina dell’ovo (che è perfezione dell’universo
tutto quanto).
Ebbene nella sala tal dei tali, con tutto che accanto alla mia Madonnina c’è “Lo sposalizio della Vergine” di Raffaello (altro capolavoro, con quel paggio che, non so dir perché, si china, vezzoso, a spaccare col ginocchio un ramoscello…), eravamo sì e no in quattro, come si suol dire, quattro gatti. Invece poi, al Louvre, a veder la Monnalisa (che detto tra di noi per me è solo un bel ritratto e niente più), non si poteva quasi entrare da quanta gente c’era, un gregge addormentato coi piedi doloranti dal gran girovagare nell'immensità dell'ex palazzo di Luigi e Maria Antonietta. E allora, mi dico, il mondo è proprio all’incontrario se preferisce alla Madonna di Piero la Monnalisa di Leonardo! E sospiro… Ma poi, al ricordo della mia Madonnina bella, tutta quanta composta e in preghiera, rido tra me nella perfezione del suo incarnato rosa, nel ramoscello di corallo (simbolo di sacrificio) che pende dal collo del Bambino, nell’ovo sospeso, nell’abbraccio dell’eterna conchiglia e, in privilegio di grazia divina, volto il pensiero mio in farfalla rosa e, poco male, via col vento…
Ebbene nella sala tal dei tali, con tutto che accanto alla mia Madonnina c’è “Lo sposalizio della Vergine” di Raffaello (altro capolavoro, con quel paggio che, non so dir perché, si china, vezzoso, a spaccare col ginocchio un ramoscello…), eravamo sì e no in quattro, come si suol dire, quattro gatti. Invece poi, al Louvre, a veder la Monnalisa (che detto tra di noi per me è solo un bel ritratto e niente più), non si poteva quasi entrare da quanta gente c’era, un gregge addormentato coi piedi doloranti dal gran girovagare nell'immensità dell'ex palazzo di Luigi e Maria Antonietta. E allora, mi dico, il mondo è proprio all’incontrario se preferisce alla Madonna di Piero la Monnalisa di Leonardo! E sospiro… Ma poi, al ricordo della mia Madonnina bella, tutta quanta composta e in preghiera, rido tra me nella perfezione del suo incarnato rosa, nel ramoscello di corallo (simbolo di sacrificio) che pende dal collo del Bambino, nell’ovo sospeso, nell’abbraccio dell’eterna conchiglia e, in privilegio di grazia divina, volto il pensiero mio in farfalla rosa e, poco male, via col vento…
giovedì 26 marzo 2015
Il Signore del mondo
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| Io, questa mini bennibag (che ho cucito dopo giorni di titubanza), l'ho voluta di fiori e foglie, nei ghirigori che sono sorriso al cuore e alla mia anima |
Vabbè, insomma, se vi
va, il libro è bello e par di leggere, nello stile vivido, veloce, elegante, un
classico del genere, cioè “1984” di George Orwell che tutti conoscono e hanno
letto, mentre quest’altro, che deve aver ispirato persino il nostro George,
nessuno l’ha sentito – o quasi – nominare. Io l’ho letto e ora tocca a voi.
Servirà per capire dove stiamo andando, dove conduce la strada gelata dell’umanitarismo che tutto pensa di sapere in superba prosopopea,
ma anche (e confesso che per me è stato il lato sud...) per prendere istruzioni spirituali da Benson, il quale sa bene qual è la strada che conduce nella nube della non conoscenza, in cima alla scala d'oro...
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