Mia madre, quando
eravamo tutti ancora nella casa bianca inginocchiata sotto al Colle Aventino, ci dava un giorno sì e
uno no, la fettina con l’insalata. Al venerdì, come comandava il catechismo (ma
anche la ragione) il baccalà per mangiar di magro e ricordare il sacrificio
supremo del venerdì Santo (che io onoro oggi pure); il giovedì gli gnocchi
rossi, fatti uno per uno dalla Mimma che pelava e bolliva le patate per poi
tirar lunghe collane di bocconi d’oro; e il mercoledì rosette fritte, farcite
di mozzarella, nell’odore d’olio consumato che sentivo fin dal cancello color
vinaccia in fondo al vialetto. Correvamo, Marco e io, per mangiar quel vitto
prelibato..
Insomma di carne “cancerogena”
(secondo l’allarme lanciato dall’Oms) se ne mangiava poca, allora, perché la
carne, allora, non era pensata – così come accade oggi – quotidiana. Era così
nei tempi antichi, quando la carne era pietanza prelibata e rara e si portava
in tavola con parsimonia. In campagna si mangiava tutto l’anno il maiale
ammazzato ai primi brividi d’autunno, quando la notte scendeva già verso le
cinque, solenne ad ammantare il giorno col suo silente nero. Di colpo un
ricordo. Sono piccola, e sono in campagna, a San Giuliano. Il mio Friuli
giovinetto corre allegro nella mia memoria. E io con lui, giù, giù verso il
casolare della Carolina dove mi aspetta il Bepi per infinite corse nei campi di
mais e lungo i filari d’uva fragola. Arrivo e picchio all’uscio. Avanti, mi
risponde la Carolina. Entro, in punta di piedi, per non disturbare. Invisibile
ai miei e con gli altri. Mi indica una sedia e poi mi dà un bicchiere di
qualcosa che pare cioccolato. “Bevi”, mi fa, con un sorriso. Bevo, incerta. Fu
quello il mio battesimo col sangue. Anzi con il sanguinaccio. Cioccolata non era, ma buono sì. E quando
seppi che cos’era, non me ne curai punto e corsi, innocente, giù per gli smarginati campi col Bepi a
rincorrere con lui la fantasia…

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