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| Una bennibag in danza di Medusa, per vedere tutta la nuova collezione vi aspetto a Roma, al mercatino degli artisti davanti a Eataly, sabato e domenica prossima. |
Qualche tempo fa, mi
pare a settembre, è arrivato a casa a me (e agli altri condomini), portato dal
gran bel vento europeo (si fa tanto per dire), un cestinello in plastica
marrone e dentro tanti bustoni verdi, insomma il kit della raccolta
differenziata. Pochi giorni dopo, o forse il giorno stesso, non ricordo, nell’androne
del palazzo che è color ocra antico e panna e pare il grembo di una vecchia signora e risale al milleottocento, ecco
comparire quattro bidoni sgraziati, di grata, e dentro, a tuffo, dei gran sacchettoni
di cellophane colorati. Bello, proprio no, e neppure carino. Nossignore, una
cosa brutta, figliola del nostro mondo del caos, a sconciare l’antica,
armoniosa bellezza del mondo del cosmo che io, grazia di grazia, mi porto
dentro. D’altronde, per capire come si fa a render il meraviglioso orrido basta
far quattro passi lungo i Fori Imperiali, verso il Colosseo, dove proseguono dal
tempo di Silla e Mario, i lavori per la metropolitana C…
Va bene, dimitto
auricolas, obbedisco come diceva Giuseppe Garibaldi e parto con la
differenziata che, per ora, “conferisco” (è il verbo che si usa) in una certa “isola
ecologica” (ah, la neolingua al sapore orwelliano…) davanti alla mia amata
Chiesa della Madonna dei Monti. E butto carta, plastica e umido e bottiglie, non dalle due alle tre, ma verso le
nove. L’ho fatto ieri pure prima di recarmi a casa di una certa signora che mi
è cara un poco e un poco anche no. Butto i miei bei fagottelli differenziati e
proseguo lungo la Via Leonina per perdermi nell’antro della metro B. Poco dopo
sono già alla Piramide. Esplodo nell’aria fresca, all'ombra delle Mura Aureliane, e faccio quattro passi verso
piazzale Partigiani. Aria fresca? Ma qui c’è solo un gran puzzo di pipì e con
due dita a molletta mi chiudo le narici. Cammino in un desolante letamaio, in
un brulicare di gente che vende e compra roba presa dai cassonetti o forse rubata che ne so. E proprio
accanto ai cassonetti neri, ci son tre donne, una con un bimbo in collo, che
rumegano nel pastrocchio, lanciando in aria ora uno straccio ora un peluche
bisunto, ora uno stivaletto tacco dodici. Mi giro, desolata e incontro lo
sguardo di un certo signore con cagnetto al guinzaglio che, aprendo le braccia
a mo’ di ali eterne, mi fa ridendo: “Cosa vuole, fan la differenziata”.

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