| I miei cagnetti in fiore, piccoli portachiavi crescono |
Alla domenica, durante i tre mesi
tre, che la famiglia Ponti passava a Cala Girgolu, non si mancava mai alla
messa domenicale. Cascasse il mondo, eccoci, stivati nella Peugeot amaranto di
papà, lungo l’orientale sarda per raggiungere San Teodoro dove, a celebrar l’Eucarestia,
c’era Don Pala, un quattro quarti di allegria e sapienza, che ci salutava per
nome, infilato nella sua tonaca color carbone che aveva, sul davanti, una filza
allegra di bottoncini che ho ritrovato tali e quali, in bianco, nel mio abito
da sposa. Altrimenti, mi pare alle nove
del mattino, c’era la messa nella chiesa di Straulas, solitaria, cascata dalla tasca di un gigante, lungo la via, una chiesa che amavo per quel suo
nome buffo che mi faceva far, nel pronunciarlo, una smorfia di bocca e lingua,
come una strambata in barca a vela.
Lungo l’orientale, ecco prima Vaccileddi, seduta sotto un monte che aveva (ed
ha) per cappello un sassolone in bilico sul tetto che par sempre pronto a
scivolare e invece se ne resta lassù a godersi il panorama di tavolara in lontananza. Poi, Monti Pitrosu,
dove viveva la Domenica e che pietroso lo era, nelle sue poche case basse, alla
sarda, tute color terra. Proseguendo, sulla sinistra si staccava la strada di
polvere e sassi che conduceva all’allora deserto Capo di Coda Cavallo. Ma noi,
si andava diritti, superando sulla sinistra lo stagno di San Teodoro che confinava con l'indaco del mare. E via, un
poco più in là, passando il bivio, a Straulas. A San Teodoro, Don Pala ci
faceva cantar Resta con noi e Signore sei tu il mio pastor (che amo), ma fu a
Straulas, bambina, che sentii, intatta, primigenia, l’Ave Maria in sardo. La
cantavano le donne che allora, in chiesa, portavano tutte un velo nero e gonne come rotonde, a piegholine, che parevano tulipani rovesciati. A bocca
aperta, trasognata, bevvi le note che mi inondarono di luce l’anima. La fiamma mia già ardeva anche se non lo capivo. E
dovevo aver chissà che viso, smorto e di cera, perché sentii sul fianco la gomitata di un fratello
e la voce come un morso: “Ma che fai, dormi?”
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