La “Sora Lella”, ai
tempi miei verdi, era un ristorante che si trovava, mi pare, proprio sull’isola
tiberina, isola sacra ad Esculapio, dio della medicina, che con il suo serpente
sacro vi si stabilì, venendo dalla Grecia ai tempi delle guerre puniche Ci
andai, una sera, in quella trattoria, passando rasente la Chiesa dell’apostolo
San Bartolomeo, e pareva, nell’ascoltar la gente che vi si radunava, ai
tavolini, di veder tanti Alberto Sordi, tutti là, in un gruppo, a
chiacchierare, nella romanità ridente di quei giorni lì innocenti. Non so se il
ristorante c’è più, di certo la Sora Lella se n’è andata nei giardini elisi, ma
di sicuro nessuno chiama più le donne “sora” né “comare”, che era come dir
siamo tutti affratellati nel gran mondo rotondo. La Mimma, la Mimma sì, mi
parlava di comari, che erano quelle che, al paese, controllavano da dietro le
persiane che i bambini giocassero in pace e serenità. Comare è vice-mamma, un
occhio vigile che osserva, discreto, da dietro le finestre… Sora è sorella e
poi signora; per i romani signora e basta, come madonna per i fiorentini del
Duecento.
La Sora Rosa portava i
fiori al cimitero del Verano, invece di mia nonna e trafficava a tener linda e
fiorita la tomba avita sul promontorio del Pincetto. Lei, la nonna Lilla, pigra
com’era, si risparmiava il viaggio, diceva in casa sua gli eterni riposo e l’altra,
con la sporta carica di crisantemi, si guadagnava quel poco che serviva a
comperare il caffè e il latte per la famiglia sua. Lei fu Rosa e poi lo fui io.
Io, invece, per molto tempo (gli anni della rosa che sboccia), in casa fui la “Sora
Camilla, che tutti la vogliono e nessuno la piglia”. Ci scherzava su mio padre
quando squillava il telefono ed era spesso una voce di ragazzo per me di sedici
anni… Trasecolai nello scoprire, anni e anni dopo, che la sora Camilla era
esistita per davvero e altri non era che la sorella del gran Papa Sisto V, la
quale, al contrario di me, non se la prese proprio nessuno, finendo, in pace e
gloria, al monastero…

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