| Una rosa è sbocciata per me sul mio balcone... |
Per motivi che terrò
stretti stretti e legati con un nastro rosa, il 7 dicembre, vestita come si
deve nel teatro del teatro, in nero e tacchi alti, ero alla prima della Scala. Non
vi dico per arrivarci: c’erano tre posti di blocco e il metal detector e pareva
di essere in guerra e non certo a Milano (dove io, ogni volta che vado, compro –
cascasse il mondo – un bel paio di ballerine Porselli). Passati dunque
mitragliette e giubbotti antiproiettile, eccomi nel foyer di quello che per il
mondo è tempio sacro della lirica per assistere a un’opera di Verdi che, mi
dice il professor Zempf (mio compagno d’avventura), è tra le minori del compositore, tirata via e
un poco, diciamo così, confusa nella trama. Andiamo bene, mi dico mentre
osservo chi mi sta all’intorno e l'imperturbabile Zempf analizza il programma di sala. Ollalà, c’è il direttore di un giornale che è
stato anche mio vicedirettore per un po’ e invece di essere alto e prestante
(come lo immaginavo per averlo visto alla tv), mi cammina ad altezza sotto naso…
C’è anche Carla Fracci, vestita di bianco. Presto, presto, è ora di entrare.
Seduta nel mio bel posto al numero tal dei tali (numero che era mio anche all’appello del Mater Dei), le luci si spengono e cominciano a cantare arie, diciamo così,
che non mi porterò in giro nella memoria e nell’anima. Caro professor Zempf,
aveva ragione lei, la trama sembra scritta da Calandrino e Buffalmacco e provo pena per il soprano con i
capelli stagliuzzati che anni fa ho visto nei panni di Elvira e bella nell’abito da
puritana. Neppur l’apoteosi finale accende la mia anima. Nonostante i cieli
azzurri in lontananza…
Nel buio, il terzo
occhio mio si accende e vedo. Vedo il sovrintendente in sofferenza, le mani nei
capelli, quando canta il baritono sostituto del suo cugino maggiore celebre. Il mio sovrintendente,
caro Zempf, siede in un palchetto a un tiro di sassolino dal proscenio e accanto a lui c’è
la giovane moglie che cerca di sollevarlo. Però il sostituto se la cava e l’angoscia
si stempera nella voce che intona il dovuto e pure a tempo. Vivaddio. Alla
fine dell’operina, proprio quando comincia la sarabanda degli applausi, oddio,
sogno o son desta: vedo capitombolare, a giro di ruota le gambe, qualcuno nella
buca dell’orchestra. Dico al professore: “Qualcuno è precipitato nella buca
dell’orchestra”. Ma lui, perduto in aeree considerazioni critiche, scuote il capo e fa, “ma che dice, signora?” Dico che
è successo e che so anche chi è la tipa in questione per averla vista, durante
l’intervallo, confabular con gli orchestrali. Veramente non è una tipa, ma un tipo in vestito lungo, smascherato dal pomo d'Adamo. Via, via, applaudiamo e poi a
prendere il cappotto dove incontro un ex ministro (piccolo così che credevo
alto lui pure…) tutto sgomitante per aver perduto la sciarpa. Mi passa avanti,
sbraita e si sbraccia, (per quel poco che può), torna nel gran teatro del mondo dove la parte di ministro non gli tocca più. Sospiro, prendo il cappotto, e via con il mio Zempf, finalmente disceso dal Parnaso.
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