Avevo ventisei anni, appena assunta nella redazione romana del Gazzettino di Venezia, quando il mio caporedattore, veneziano di Dorsoduro, la cicca sempre in bocca come i giornalisti americani, mi fece chiamare nel suo ufficio. Tremai un poco, ma non troppo. Sicché bussai, entrai, mi sedetti davanti a lui che scriveva. Sul tavolo c’erano tre lanci di agenzia (che allora erano veramente fatti di carta velina). Dicevano, in tre righe tre, che il Presidente della Repubblica, che allora era Francesco Cossiga aveva incontrato l’allora ministro dell’Interno, Vincenzo Scotti, e quello della Giustizia, Claudio Martelli. Solo questo, niente più. Senza sollevare lo sguardo dalla macchina dal computer, Gianpiero, indicandomi con il naso i foglietti e poi la porta, disse solamente: “Sessanta righe”. Fu così che per la prima volta mi ritrovai, e mi costò assai perché dovetti capire e indovinare i motivi degli incontri, a scrivere della Presidenza della Repubblica, che restò poi uno dei “miei” argomenti. Ebbi la gioia di salire al Quirinale per qualche premio, di cui nulla ricordo, e lì mi innamorai non degli alti corazzieri, ma degli angioletti di Melozzo da Forli che sorridono, bimbi e ricciuti, sull’ampia scalea. Ogni volta poi mi capitava, a ogni settennato, di scrivere dei cicalecci e dei vocii politici intono a questo e a quel candidato e a cercar di indovinare chi avrebbero eletto, con scarsi risultati…
Lo faccio oggi pure,
mentre l’Italia sembra addormentata in un crepuscolo di silenzio, e dico, senza
troppo esitare, che alla fine la spunterà Pierferdinando Casini, perché è una
figura defilata, scolorita e dimenticata, quel tanto che basta a farlo
diventare un ottimo Capo dello Stato. Draghi, no, troppo esposto, con le sue
leggi draconiane ha spaccato il Paese, vax contro no vax… Conosco bene la
storia di Casini perché è uno dei tempi miei. Lo ricordo ai tempi della sua
presidenza della Camera ed era un bel ragazzo davvero e poi l’ho veduto
diventar brizzolato e poi canuto. Cambiò moglie e casacca. Lo conosco da quando era portaborse di Arnaldo
Forlani e perché una certa cara amica
mia, o meglio la sua famiglia, gli segue terre e poderi nella bella terra di
Romagna. Sicché, vedremo, io, se potessi scommetterei anche qualche soldino,
così tanto per mettere un poco di zucchero e cannella sulla quotidianità mia
che oggi è di stare chiusa in casa con il covid. Ma voi non so, che cosa dite?
E mentre scrivo del Presidente della
Repubblica e della scommessa che qui mi sono divertita a fare, ripenso al
giorno in cui un caro collega ora defunto, Arcangelo Paglialunga, che allora
era il decano della Sala Stampa Vaticana, mi svelò, con un mese d’anticipo che
il successore di Giovanni Paolo II era il cardinale Ratzinger, che gli era
fidato amico. I due amavano la musica e, insieme discorrevano, di musicisti,
gregoriano, arie, canti sacri. Una bella amicizia che a me ha regalato, per le
vie misteriose della Provvidenza, uno scambio epistolare con Benedetto XVI,
Papa Emerito e che io chiamo, nel mio cuore, solo Benni.
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