Al Mater Dei, la politica era
masticata soltanto dalle grandi, in quell’Espresso che sembrava fumare,
proibito, sporgendo appenda dal bauletto di Gucci. In terza liceo, stirata
nella sua uniforme di Zingone, c’era, una di noi, la figlia di un famoso
giornalista radicale che, si può ben dire, predicava il divorzio e l’amore libero in
piazza, tenendo, però, la figliola (bella e di nome Silvia), chiusa in convento…
La politica, così, se ne restava, penitente, fuori dal portone color castagna,
seduta all’ombre della Salita di San Sebastianello. Il portone nostro era difeso,
giorno e notte, da Otto, il portiere, con su la sua bella divisa grigia, che
aveva una casetta scura, aperta sulla destra, lì dove oggi si dà un mucchio d’arie
l’ingresso bianco e verde del British Council. Noialtre, in cappella, a recitare
sano un mistero del Rosario. La rivoluzione poteva aspettare. E aspettò.
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| Batte il tempo i suoi rintocchi nell'azzurro... |
La
politica ebbe, nella mia vita, il grazioso nome e il bel viso di Raffaella, che
trascorse con me, quattordicenne, una vacanza a Camp Ireland, ai confini della
grigia Dublino. Mi parlò, lei che andava all’Azzarita, dei collettivi (oddio,
che cos’erano?), delle assemblee (io, al massimo, facevo l’agape al secondo
piano, dopo le comunioni…) e delle manifestazioni dove, mi disse, si protestava,
si gridava e soprattutto si incontravano un mucchio di ragazzi carini. Mi
mostrò i suoi jeans con su scritto un nome: Bob. “E’ il tuo ragazzo?”, le
domandai, senza scherzi, ché mi pareva l'unica spiegazione logica. Ho ripensato a questo e ad altro, quando il dodici
ottobre, passando, con l’oro in bocca, davanti a una scuola tal dei tali, ho
acchiappato al volo questa conversazione. “Ce vieni a manifestà?”, fa un
ragazzo a un altro. Il secondo dice: “Boh”. E un terzo lo galvanizza così: “Eddai,
annamo a tirà i sampietrini ar centro…”

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