Io, dai medici, non ci vado mai
volentieri. Neanche dal mio buon dottorino che ha studio sull’Appia Nuova e che,
ricciolino com’è, mi fa una gran simpatia, non lo nego. Non vado, dicevo, forse
un poco - già leggo lo stupore negli occhi di chi legge - per paura di scoprir
gli arcani miei, ma un poco, anzi molto, perché di fronte a quei camici bianchi
che odorano di varecchina o anche di nulla, che
sembrano ascoltare senza ascoltare, mi par di non avere né un passato né
un futuro, di esser trasparente, o nuda ecco. Mi sento lì, creatura, senza
storia né radici, in un assurdo presente che non finisce mai, in cui, per dire,
ho la gola rossa, oppure il naso chiuso oppure mi tira forte un nervo o mi
duole sotto lo sterno. I farmaci son quelli e poco male se in greco farmaco
vuol dire veleno. Ognuno, dallo studio grande o piccolino, esce con la sua
bella prescrizione di medicine, che poi lì sotto c’è anche pronta all’uso la
farmacia per comperar pillole, pastiglie, creme, unguenti e cerotti…
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| Il mare di mio suocero. Ricordando il vecchio, adorabile Arnaldo... |
Se chiudo gli occhi, torno
bambina e rivedo la Mimma, di Campoli Appennino, che, in grembiule bianco,
aveva un rimedio buono per ogni male. Se alla sera avevo il mal di gola, lei mi
arrotolava intorno al collo il calzino che avevo usato nelle mie corse il
giorno prima; odorava di vita, mettiamola così, certo, ma nelle mani sue, della
mia maga ciociara, diventava una sacra benda benedetta da Ishtar; per le afte
in bocca, strofinar sulla lingua di Kalì, mezzo limone: il pizzicore diventava
dolce massaggio, io, occhi negli occhi di pepe della Mimma, che erano caldi, di
madre. Per il mal di pancia, lei raccoglieva a mazzi in giardino l’acetosella e
me la dava da mangiare condita con olio e sale. Buona non era, ma era ritinta
nella terra madre. Al giorno dopo, con il calzino a mo’ di sciarpa, il mal di
gola non c’era più e le afte via con il limone. E dopo l’acetosella condita,
passavo a sgranocchiar la pinolata, che la Mimma faceva squagliando lo zucchero
in padella e arricchendo l’oro bruno, che freddo diventava lastra, con i pinoli schiacciati
con un sasso da me, giù in giardino, le dita di fuliggine, appiccicose di resina…

Fantastico il rimedio del calzino! non lo conoscevo e devo dire che mi piace un sacco!
RispondiElimina:)
Buona giornata senza medici in camice di varecchina!
Rita