Mi capitava, e ora non più,
di trovarmi, per motivi di famiglia, dalle parti di Via Veneto, lì dove la via
Boncompagni si tuffa in piazza Fiume, in quell’angolo di Roma Nord, di banche e
uffici, che mi sta un poco stretto al cuore. Parcheggiavo, di solito, la mia
Cinquecento color neve usata, e me ne andavo bighelloni, nel vorticar dei
minuti in attesa, a caccia di tesori. E li trovavo, lì pure. La piccola Fonte
Ludovisia che pare sgorgare dai laterizi di cotto delle Mura Aureliane, un
certo palazzo scrostato, romito, color giallo uovo che guarda, perplesso, il
dirimpettaio, alto, d’acciaio, con gli occhiali da sole. Da questo certo
palazzo che si misura con gli altri da sotto in su, ho visto più di una volta
uscire, correndo come il coniglio di Alice, un certo politico della Prima Repubblica, un tale Paolo con doppio cognome, che
fu ministro del Bilancio e sempre parlamentare e acuto osservatore, di
sguincio, delle cose nostre italiane .
Ma via, non è di questo signore qui (che , pure, oggi, con i tempacci che corrono, quasi mi manca…) che voglio
parlare, ma di un conduttore televisivo. Sì, sì, aspettate e vedrete, nel
prossimo capoverso…
Dunque, una mattina, ero lì,
in Via Sicilia nella mia consueta attesa di noia, quando d’un tratto vedo da
lontano un tipo sportivo, in blue jeans, e berretto americano, a becco di
papera. Ha un certo modo disinvolto di metter una gamba di fronte all’altra e
di ratto, mi è davanti: oh, carino, pensai, è Alberto Angela. Ammirai quel suo
esser uno di noi, casual, un mortale. Sparì, inghiottito dalla lontananza di
fronte al liceo Righi. E io, croce, morto lì, quando, all’improvviso, appare
sulla via una macchina d’argento , un
siluro, lungo da qui a lì, che non finisce mai.. L’astronave di Balle
spaziali. Alla guida, senza cappellino americano, aveva tutt’un’altra aria, che
pareva il palazzo di vetro e d’acciaio del Paolo di prima… Dietro di me, una
voce toscana fece giustizia: “Ovvia, oh quello ‘un è mica il figliolo di
Quark?”.

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