Chi mi segue in questo piccolo blog, avrà fatto sovente con me, lunghe passeggiate romane sui sentieri del
mio personale gusto, di arsenico e merletti, che tutto è tranne moderno perché
io , pur vivendo, piedi in crosta, in questo nuovo millennio, mi sento tutta
quanta, radici e corpo e anima, imbastita e poi cucita in quello che ci siam
lasciati dietro le spalle, il buon vecchio Novecento. Il mondo, allora, non era
ancora rovesciato, come quello raccontato da Cocchiara...
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| Una colonna, sola, soletta, davanti ai templi di Paestum... |
Ma su, basta girarsi a
guardar dietro le spalle e via, sull’ali
dei calzari di Mercurio, vi conduco
in piazza Sant’Eustachio, dove vi offro il marocchino più buono di Roma
e poi una vista in prima fila sul merletto a macramè della cupola color neve di Sant’Ivo
alla Sapienza. Ma siccome, per me, voltar lo sguardo indietro è richiamo di sirena, mi
giro a osservar la Basilica di San’Eustachio , bella, romanica e , a me, del tutto sconosciuta.
Oddio ma che cosa c’è là in cima alla facciata, lì, lì, sul colmo della
basilica, proprio sotto alla croce?
Oddio, ma che c’è mica il diavolo? Di certo è un essere cornuto, ma di più non
lo distinguo… Ed ecco, voilà, di nuovo il mio Cocchiara... Pianto lì la tazza, mi alzo, misuro due passi in avvicinamento,
tempero lo sguardo, facendomi ombra con la mano stesa, ma, ohimè, niente vedo.
“C’è un cervo!”, fa una voce di bambino. E continua: “Il cervo di Eustachio. Io lo vedo dalla finestra”.
Oh bella, mi dico, che grazioso bambino. E quello, prima mi fa una lingua di
Menelick, poi, bang, con indice puntato a pistola, spara alla selvaggina sul tetto che scotta e, infine, via,
a razzo, camminando come Ermes nel verso della schiena…

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